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Poetiche sinapsi si declina in un “battito ampio” e un “battito breve”, come una sistole e una diastole del respiro lirico. Caratterizza il tessuto poetico un tono aulico, che s’inalbera in miti della tradizione classica e s’impreziosisce di trasfigurazioni epiche, seguendo le complesse diramazioni del pensiero che s’incarnano nelle impeccabili volute delle architetture archetipiche: “Persa carne al noumeno trasvola l’ombra | sangue ignoto pur l’eccelsa risuonerà nomanza | sino allo stendersi di Krono, s’estinguerà poi | l’immortale eco quaggiù pur essa mortale | cosmica polvere oscura diverrà l’eletto verbo | ai risonanti millenni sogno d’eternità.” (Sezione battito ampio, Immortalità mortale). Un mito come quello di Arianna, allora, diventa l’emblema del dedalo oscuro in cui l’uomo, intrappolato dalle sovrastrutture per camuffarsi a se stesso, si è perso: “Immoto sta il labirinto pur ad etnie ricorrente fato a stati | mero gioco se nella prigione Arianna il filo porge | nevrosi annullando angoscia d’errore | interrogativo doloroso sino a cervice franta. | Che importa Arianna all’universale esizio?” (Il labirinto).

Il cosmico smarrimento della poetessa riecheggia quello esistenziale dell’uomo viator, decifrato significativamente da Giuseppe Ungaretti in Girovago (“Ovunque mi sento straniero”), che in questo universo non riesce a trovare “un pianeta”, nell’oppressione della miseria morale, in cui si affermi il Regno dell’amore e della giustizia, “un pianeta che m’accolga” quale “fottuto soggetto anormale”  che “mal respira questa normalità | l’altrui quiddità non ama”: “Ricerco un pianeta diverso | - è piena la galassia - | pupilla al telescopio | Via Lattea | pulsante speranza.  (…) | Ricerco un pianeta perduto | sommerso | s’inabissò l’Eden | turbinante superbia l’ego | disarmonia, | forse | ricerco l’astro della fantasia” (Ricerco…). Si ritrova il sapore nostalgico della dolorosa solitudine esistenziale espressa in maniera folgorante da Salvatore Quasimodo (“Ognuno sta solo sul cuore della terra. | Ed è subito sera.”): “Incerta l’aurora sull’uomo incombe pena | ed è il tramonto perdita nell’assenza di Dio.” (Presente). È un amaro naufragio in un tragico nichilismo. Una brillante intuizione è questo risalire alla genesi dell’umanità, al dramma primigenio dei nostri antenati, ammirati nella loro fatica del riscatto: “Desio d’onnipotenza l’empio seme d’Adamo | ma dall’abisso ai notturni silenzi coscienza di colpa | talor risorgeva al piede non più certo | interrogativo pauroso l’Alta Giustizia. | Lagrimava Eva al giro d’ere. | (…) Ad Adamo osanna al di là della colpa | ad Eva oltre il pianto!”  (Indifferenza). Da un’atavica illusione siglata a caratteri di fuoco dalla sublime conclusione dei Sepolcri di Foscolo (“E finché il sole splenderà sulle sciagure umane”) l’uomo sembra non avere scampo: “Senza sosta l’antico gioco folle… | O labbro bugiardo! | non sorge mai da rovine il sole | dal cielo e nessun lo guarda | discende a desolazione Plutos polemofero. | Chi rema alla sorgente? | Non si cancella il sangue sua scrittura | oltre le dune lavacri d’odio fumano | bandiere e sillogismi. | È solo l’eroe che veste di bianco.” (Fumano). Un invito a cogliere l’“attimo fuggente”, al Carpe diem, ad assaporare la pienezza di ciascun giorno, è in questi versi: “Non attendere il moccolo disfatto | fra assordanti assedi e detonazioni | non aspettare il piede al balzo | volgiti ora all’Essere che è.” (Ora). Nella babele di lingue menzognere, nella “girandola di logorroici suoni | incomunicabilità a scudo egotico”, Il Verbo è morto, la Parola di vita e di verità si è spenta sulle labbra del cinico: “Della parola madre e padre pur l’eco è svanita | di figlio e fratello e amante ogni consonanza| (…) | Nel verbo italiano il filo che diversità annoda | ma anche l’Orfeo anfana un canto muto | dall’anima non stilla la guitta lira | all’asta artifici raccozza il venditore di finto oro.” (Il Verbo è morto). Anche la musica sembra aver perso la sua malia incantatrice di Sirena, il suo furore di vita e morte, di lacrime e sorrisi, delle stagioni dell’anima che trascorrevano un tempo, come paesaggi da un treno in corsa, su quei tasti: “Tace la sinfonia a tastiera chiusa stan fermi i tasti | esplosero un dì vita | tuoni al ribollir di bufere | aleggiar d’anima e di nuovo dolore | e dolcezze e lampi incendio feroce | (…) L’irripetibile sinfonia chi la scrive? | Si sfalda al colpo di tastiera | sul pentagramma appaiono talora | segni monchi l’essere che fu | il fascinoso suo mistero.” (Al colpo di tastiera). Il paragone col passato (historia magistra vitae) è utile per considerare il presente. Allora, i personaggi politici odierni decisamente sfigurano rispetto ai gloriosi eroi del mondo romano: “Nessuna grandezza i nuovi Cesari | non affrontano eserciti | non s’espongono nudi nel foro | invano s’alza eredità di Bruto | storiche evidenze tentano | incerte sopravvivenze su binari diversi. | (…) corazze scintillanti di sesterzi | plutocratiche spade | suddite leggi | ed il volgo applaude.” (I nuovi Cesari). La poesia diventa anche chiaroveggente denuncia dei mali del tempo, come la povertà dei più deboli contro l’opulenza sfacciata dei potenti, mascherata vergognosamente d’ipocrisia; su tali infamie grava il giudizio universale: “Sulle piaghe olio e vino | - noi stessi i briganti - | mediale emozione globale | poi | seme lungo la via tra sassi e spine. | …gara d’umanità per… | (…) Solidarietà bugiarda | sussistenza nega suicidio d’opulenza. | (…) Ai ‘mostri’ verrà chiesto rendiconto.” (Olio e vino).

Suggestiva è quest’immagine dell’universo adombrato dal Velo di Maya che nasconde finanche a se stesso la sua essenza, come un libro chiuso che “si squaderna”, direbbe Dante, solo a tratti, secondo l’asserzione paolina per cui “adesso vediamo come in uno specchio, ma allora vedremo faccia a faccia”: “Volume chiuso quaggiù l’Eterno | a compromessi talora s’apre ad opposte pagine | miscuglio di discorsi impuri filo di luce | s’appalesa appena in ombra trasmuta nella notte | assenza d’astri condanna d’imperfezione nostra | di sé superbamente orba. | È celeste spirito chi quel filo regge nell’erta | tra massi ruinanti fra triboli in attesa che | piombi la gran falce avvio alla Conoscenza.” (Imperfezione).

La sezione Battito breve s’inaugura con questa delicata rêverie trasognata, sospesa su un miraggio d’amore: “improvviso il verbo impronta di te | queste pietre fiorente silenzio | forse non altri ora lo guarda | tu sembiante mutato | divenire che celere si sfuoca | attesa d’ombra. | I tuoi aromi ad altre  età | d’indifferenza non scudate né di spada.” (Click). Interessante è questo spunto di “una madre senza bisacce colme”, “l’essere silenzioso velo nero nell’anima calpestata”,  che “a notte porta a salario la sua fatica che nessuno ricorderà”: “Solo in Dio confida chi ha il vuoto attorno | di sé solo si fida e non paga imposta, | ramazza il luridume d’altri rompendosi la schiena.” (Salario).

La memoria risale agli archetipi dell’infanzia, quali la figura paterna, intrisa di nostalgia e di amorosa tenerezza, pretesto ad una riflessione esistenziale: “non ti serbo diario di bordo | indifferente cronaca smemoranda | questa zattera a fatica procede | più greve l’onda disincanto | e tu non sei storia solita | d’altruismo parca pur al suo seme | certezza dall’infanzia il bene | sta fisso nell’aperta memoria | ma più alto ti dispieghi ora | avanza la desertificazione | tempo nuovo di meditazione assorta | s’allontanano sciocche frenesie | al riparo le perle e mi ritorna | rilettura attenta l’impronta tua | (…) e tu così dissonante! | Solitario vivesti col sorriso oltre | il granello breve che ci tien distanti | e mi riprendi per mano…” (Padre). Il flash sul fratello è ugualmente improntato ad una densa emotività resa in un’ariosa vaghezza: “Tacque il tuo cuore varcò altra soglia | amo ritrovarti a primavere scarse | sulla bici mi chiami ad acque di smeraldo…”.

Vi sono afflati sublimi, nuances di impressioni: “sullo schermo glauco scelte | ondeggiano brividi d’azzurro | la tua giovinezza!”; “eppur traluce un’eco | illumina l’orlo della nube scura… | dita di seta tra l’oro di Berenice!”. Evoca visioni epiche, proprie della cultura greca della stagione ellenica, foscoliane (per l’intensità del pathos) la svolazzante musica di questi versi sottesa da un vago respiro lirico: “È canto muto il tuo volto | velo d’azzurro | arpa l’anima mia… | memoria di nube non bussa | il treno m’attende | all’onda ellena di te parlerò | parleròòò… | di te tornata cilestrino velo | velooo…” (Il treno m’attende).

Sapiente è questo spaccato sull’anima, nel suo intimo travaglio: “Tangere solo il Suo mantello! | o folle tra la folla orrore… | Crucifige! Crucifige! | Se… | se certa fosse la misura dell’anima!” (La misura dell’anima). Domina un senso di arcano insoluto, che costituisce tutto il fascino intramontabile della poesia: “Nebbia.. | sfuggì l’àpeiron | armonia che si stacca dal giro | grave monotonia o flagello | senza posa batte poi sospende | attesa pausa il ristagno | scura coltre al raggio… | (…) io figuro in te… | regalami anche tu l’eco di quel soffio.” (Àpeiron).

Struggente è questo intimo dialogo con il Padre celeste: “Ho il tuo appoggio lo so | per l’erta procedo a gravame solinga | luce la vetta | m’aggroviglia filo spinoso | attorno danza la Tua creazione | piccini piccini gli antropi narcisismo | Tu da me ogni pochezza allontani | dall’essere che T’ama. | Ho solo il tuo appoggio lo so.” (Signore). Il richiamo imperioso dell’altro, che rievoca l’invocazione del Cantico dei Cantici, “Aprimi, mia diletta”, è rischio e fatica di aprirsi che tuttavia ha in sé il germe della conquista della propria integrità e pienezza di vita: “Aprimi! | affanno l’altra che fortemente stringi | solitudine… | bussai all’alba | quanto disamore evitato! - | ti sottrasse l’ala bianca | anche ora | sa l’insipienza | rimandi e rimandi… | dimentichi che il dì ha fine… | L’onda dell’azzurro che alto si sbianca | il vento giocoso l’albero e il fiore e l’erba | inizio a imparare il volto dell’altro | la voce di Dio in me. | Non bussare | ancora lasciami | non bussare!” (Non bussare!).
Recensione
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