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Prima della luce

I versi di Mariateresa Giani si modulano nella penombra dei silenzi e nel chiaroscuro dei sentimenti a tratti disforici o armonici, appesi all’evanescenza delle immagini simboliche che sottentrano alla realtà. È come se la poesia tentasse di decifrare in controluce ciò che si affaccia alla visione e alla memoria. A dominare nell'architettura dei testi è un'ingegnosa sovrastruttura intellettuale che si contorce in funamboliche acrobazie del pensiero e in ardite arguzie estetiche: “Quando capire è volontà, non grazia, / sei come il naufrago punito / da una sommossa d’onde, popolo / del dio sfidato con l'albero maestro. / Ma, nel sole sull’isola rupestre, / che non conserva tracce d'un'infanzia / sepolta con la borsa dei denari di un tradimento, / paure e ossessioni ti soccorrono: / le genti piccole che dagli anfratti / lungo viuzze sordide sgranano / dolori, come gli storpi e i ciechi / supplicanti il taumaturgo dal volto santo. / Ed è quest’alleanza che redime / l’arcigno e corto raggio dello sguardo: / tra i regni rettifica il linguaggio.”

La complessità del logos s'infittisce nell’intricata foresta di parole, in un groviglio irriducibile di intuizioni e sensazioni: “Eros, asceta o disertore?, che parvenza / si configura la terra, privo di cognizioni / deve affrontarne l'ombra. Lungo la traiettoria / lineare del pensiero? O, con gesto innaturale, / abbassando la torcia? L'opera ha inizio / nel capovolgimento… / Che costrizione lo spinge / nel deserto interiore e a privarsi dei minimi / abbellimenti? Quale necessità l’incalza a dare / fuoco alla sterpaglia di tutti gli attributi / e a ferirsi calcando le forre della forma? / Che inquietudine gli rende la notte irresistibile?” Gli scenari naturali diventano allegorie suggestive di magmatiche meditazioni: “Sofferenza terrestre, esclusione del sole , / le piante, simpatetiche repliche di croci, / sono virtù senili del Ghiaccio. Gli uccelli, / spogli nuclei di fervore e gridi, resistono / al gelo in misura dell’esiguità dei bisogni, / dell’affrancamento dal peso. La terra, / razziata degli ornamenti.

Chiuso in estrema / landa, irrelato a tutto quel che vive e ha / bruciato, governa la mente creativa, / rintraccia deformità, invoca il morbo oscuro.” Di intenso pathos e notevole efficacia icastica è questa apocalittica morte in croce di Cristo, il cui sublime sacrificio svetta sull’ignominiosa miseria umana (“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”, Zc 12,10): “Il cielo si oscurò e tutto là / sul monte si confuse: il gruppo di persone / familiari si perse tra i persecutori, la madre / porse aceto amorevolmente e giù per le pendici / anonimi facevano scommesse, mentre certuni / ingannavano l'attesa imbastendo facezie. / Ma, dopo aver deposto il corpo, collocato / la pietra, e avere consumato le spartizioni, / la nuda croce, erta nel cielo, fatalmente / attirò gli sguardi…”

Mariateresa Giani in questi testi scava il proprio mondo interiore come un fiume carsico, con un percorso lavico di dissotterramento, agli albori della conoscenza, “prima della luce”, appunto, per estrarre il deposito d'oro di enigmatiche verità e percezioni folgoranti, come repentini lampi che squarciano la realtà.

Recensione
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