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Promethéus Il dono del fuoco

Il mito di Prometeo (“colui che riflette prima”) riveste un’importanza fondamentale nella tradizione letteraria, quale amico degli uomini per aver loro donato il fuoco, rubato agli dèi e da questi punito, ciò che rappresenta la scienza e le arti, l’ingegno con cui costruire la civiltà. L’autore attualizza questa figura ribelle contro le restrizioni della società, come in Quadri, ove spicca la libera espressione degli artisti di strada: “Cerco nelle città / spazi lontani / dove s’accende / la fantasia dei colori / strade periferiche / muri della ferrovia / sottopassi nell’ombra / saracinesche abbassate / Parlano lingue / nuove, antiche / messaggi / sorprendono il quotidiano / stupiscono / accendono sogni / deflagrano in sorrisi / Inseguono la vita / sfidano / conformità, paure / murales poster matrici / adesivi / Sono folla / nei quartieri lontani / sul fianco delle case popolari / ritratti di gente comune / illuminati dall’arte.” (Movimento I Quadri).

Ad accendere di fantasia il grigiore della città è il writer ardito che “corregge” i segnali stradali secondo il suo estro: “Il Giullare s’intrufola, follia / dei segnali, lo spray nella mano / la freccia stradale infilza un cuore / il Cristo pende dall’incrocio / La forma della gogna sul divieto / d’accesso, la lisca di un pesce sul / senso obbligatorio, s’intrecciano / strisce bianche della strada / La follia del giullare dipinge / di nuovo i volti della città.” (Cartelli stradali). I muri eretti per difesa e paura sono smantellati dal genio di chi li colora: “Crescono muri possenti / su terre concimate d’odio / alti, sempre più alti / Artisti dal respiro planetario / violano i muri, li frantumano / accendono fuochi di speranza / Dipingono i muri, del pianto / per le sconfitte, / di appelli / alla rivolta, di provocazioni / Quando a Gerico si darà fiato / al corno d’ariete delle trombe?” (Movimento II Confini); “Immagini fioriscono / sulla barriera di confine / argine alle migrazioni / Una finestra ha dipinto / il pittore, inganna il vento / le api, la ricerca di libertà / Si alza in alto dal confine / il volto di un bimbo si sporge / vuole conoscere l’America.” (Al confine del Messico). Il muro di Berlino è simbolo per eccellenza della libertà riconquistata: “Brandelli di Muro in mostra / energia dirompente di colori / dinamica esplosiva di forme / il bacio appassionato di Brezhnev / vicino alla “Trabant” dell’Est / la macchina sfonda la parete / La fiumana di gente dilaga / per la breccia in Occidente / facce che digrignano i denti / Dov’eri alla caduta del Muro?”

La realtà è in continuo mutamento; così l’epidemia ha intristito la città, anche se il guizzo artistico la trascende: “Cambiano i volti della strada, / rinascono in altri luoghi / per altre mani, forme e colori / Quello che c’era la sera / non è detto / sia lì al mattino, un muro bianco / può infiammarsi di colori la notte / Nella galleria di quadri viventi / una sequenza infinita di creazioni / scene varie della commedia umana / L’epidemia ha foderato di silenzio / i quartieri, ha dipinto l’angoscia / sul volto smarrito dei passanti / Giorni di speranza sorgeranno / al suono di nuove poesie, alla / luce di nuove scintille d’arte.” (Movimento III Metamorfosi).

Si può risalire alle grotte primitive per trovare traccia dell’ingegno umano: “Dalle origini dei tempi, rupi / muri dipinti, immagini, / continua mutazione, strati / di colore nascondono altri / strati, scandiscono la storia / Parlano, forse, di riti magici / sono invocazioni, preghiere / evocano miti, leggende / sono modi di comunicare / conoscere, vincere la paura / Niente sembra cambiare / sui muri si specchiano ancora / i giorni, le notti dell’uomo” (Movimento IV Grotte). I graffiti di secoli fa rappresentano sempre scene di vita umana, come ai nostri giorni: “Segni dell’uomo, / ventimila / anni fa, emergono dalle grotte / mani impresse alle pareti, colori / rosso, giallo e nero, forme simili / a quelle disegnate sui nostri muri / Un cacciatore colpisce l’animale / il rosso del sangue delle ferite / intorno il tuono del paesaggio / mandrie, cavalli, cervi, orsi / Sulle pietre del soffitto seimila / figure incise, decori, animali / uomini: i disegni ci sorprendono / ombre ancora di vita nelle grotte” (Le grotte di Lascaux).

L’arte libera vive dell’aria che respira: “I quadri vivono dell’aria / delle strade, dei muri bagnati / dalla pioggia, del lento disfarsi / Mostrano l’anima del quartiere / di quelli che l’abitano, volano / poi via come gli angeli custodi.” (Angeli custodi).

Persino nel chiuso del carcere l’interesse artistico trionfa: “Il cortile per l’ora d’aria invaso / dal murale, sale per le mura / scaffali di libri, facce di lettori / colori dell’arcobaleno alle sbarre / Le porte di ferro spalancate / un adesivo sotto lo spioncino / un poster, il disegno di un libro / Marcovaldo, il Barone rampante / I colori del murale svaniscono / i segni si dissolvono, tavoli / libri nei corridoi, nelle celle / la biblioteca divora il carcere” (Il carcere).

La follia è un altro atteggiamento prometeico, uno sfidare le convenzioni umane: “Intriganti i muri dei manicomi / immersi nell’assordante silenzio / finestre sbarrate da griglie / erbacce padrone dei giardini / L’angoscia prende per mano, / guida nella visita, nell’incontro / con fiamme di colori, sommerse / dalla forza dell’edera serpeggiante / Scorgo i segni del tempo all’interno / delle stanze, avvolte dall’incrocio / di luci ed ombre, / lunghi fili d’oro / di qualche Natale fa, ancora in attesa” (Movimento V Follia). L’arte sopravvive finanche alla morte della ragione: “In un angolo del manicomio / il laboratorio per i pazienti / Disegni / sui muri intorno alla Tinaia / giochi con i colori, figure / fantastiche, girasoli splendenti / Magia / i maestri della Tinaia mostrano / l’intreccio fra l’anima la mano / le forme i pennelli i colori.” (La Tinaia). Oreste Fernando Nannetti, ricoverato all’ospedale di Volterra (1958-1994) ha lasciato impressi sul muro le sue aspirazioni e stati d’animo: “Fu in simbiosi con il muro / per dieci anni del suo ricovero / Graffiò il muro / la fibbia del gilet, scrisse / della famiglia, dei sogni / cercò a suo modo la libertà / la sua dignità di uomo / Cinquanta metri di nuvole / di parole continuano ancora a parlare di lui, ci ricordano / “io sono un astronautico / ingegnere minerario nel sistema / mentale. Amo il mio essere / materiale come me stesso”. (Graffiti).

Nella parte seconda l’archetipo di Prometeo viene accostato alle allegorie della scienza, in particolare, della speranza, in relazione a Giacomo Leopardi, dell’angoscia per Jorie Graham, della salvezza per Antigone. La versione di Eschilo è quella di un martire per amore degli uomini: “La sua colpa, ha carpito agli dei / la fiamma radice di vite, d’industrie / Eschilo canta la generosità / di Prometeo, fonte di tutte / le scienze per i viventi. Fu suo, / per il bene degli uomini, il dono / del calcolo, primizia d’ingegno, / e l’insieme dei segni tracciati” (Tempo I).

Roberto Mosi in questa silloge offre un’originale interpretazione del mito di Prometeo, attraverso la raffinatezza del linguaggio e una notevole efficacia icastica.

Recensione
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