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Quartine e altre poesie

Questi versi sono intrisi di un lucido realismo che sfuma talora in mordace ironia, modulandosi in toni sobri che indulgono a slanci di delicata levità poetica. Sono quartine che già nella loro struttura elementare annunciano la semplicità disarmante che svela la nuda verità: “È poco, è molto quello che ti è dato? / Di ciò che hai, siine al cielo grato. / Sei qui, sei ora, sei te. / Puoi soltanto / scegliere d'esser scelto, e farne un canto.”; “Ombra sui tetti delle case mute. / Il fringuello già trilla sulla pianta. / Si sveglia l'uomo, discorre, discute. / Il mondo, prima di parlare, canta.”; “Perché tuffarti negli abissi? / L'onda / ecco ti porta, insperata, la perla. / Il tempo, con la sua mano profonda, / ti prepara la gioia. È lì, puoi averla.”

Il fanciullo pascoliano rivive nell’ingenuità e nel candore dell’animo del poeta, sospeso nella meraviglia estatica della contemplazione: “Quando sarò bambino, che bellezza! / Correrò dietro a piccioni e farfalle. / Resterò a mani vuote? / Che bellezza / gettare tutto – là! – dietro le spalle.”; “Sono polvere, e questa è la mia gloria. / È con la polvere che il bimbo istoria / sulla riva del mare i suoi castelli. / Dissolti il giorno dopo, eppure belli.” Una fiducia illimitata, nella trasparenza della propria coscienza pura, s'affaccia sull’eternità: “Nulla che nasce sarà mai distrutto. / È l'apparenza che altro ti addita. / Se vedi tutto alzarsi e crollar tutto, / guarda: dopo la vita, c'è la vita.”

Una saggezza interiore abita il poeta, assorto in un’armonia universale, con cui sfiora lieve la realtà: “Castelli in aria fatti sulla sabbia, / presto invasi dall’onda che s'arrabbia! / Castelli sulla sabbia fatti in aria, / sempre fiammanti nel tempo che varia!”; “Perché agire? Lo vedi, sulla rena / l'onda cancella, rapida, ogni orma. / Passa il mondo e la sua gridata scena / e solo chi è leggero lo trasforma.” È dal linguaggio viscerale della natura, nella sua rassicurante ciclicità, che si apprende l'arte suprema del vivere: “Così, abbassato al livello dei fiori. / Ti fissano con l'occhio del sapiente. / Tacciono. Irraggiamento di splendori / del profondo laggiù. / Soli del niente.”; “S’apre soltanto se lo guarda il sole. / Il fiore altro non cerca, altro non vuole. / E tu perché vai a caccia d'altri sguardi / quando c'è quello? In esso vivi e ardi.”; “Non c'è nulla al di là dell'apparenza. / La verità è bellezza luminosa. / Oltre il sole c'è il sole, e vera scienza / è solo il canto, in cui tutto riposa.”; “Dio soltanto fa crescere. A te spetta / gettare il seme, non cercare il frutto. / Forse domani morirai? Getta / il seme e va'. / Nulla sarà distrutto.”

Per l'autore la chiave di volta della giusta visione esistenziale e della salvezza stessa è proprio nella docilità con cui ci si arrende alle piccole cose della vita, alla sua inerme tenerezza: “Il cielo in una scarpa. / Io abbracciare / volevo il cielo. Niente. Ero distrutto. / Mi son chinato ad allacciarla: affare / da poco. Ho avuto il mondo, il cielo, tutto.”; “Scodinzola, si rotola, saltella: / il cane gioca con la sua catena. / Di due passi è la vita, eppure bella. / Tutto è poesia per la mente serena.”

Sauro Damiani abbraccia una poetica tanto più originale quanto più votata ad una semplicità che è frutto di un paziente lavorìo su se stesso, ciò che evoca la “poesia onesta” di Saba, che si trastulla con la dimensione domestica del vivere, vezzeggiando gli animali e tutte le creature, consegnandoci la freschezza di una primigenia grazia edenica: “Sull’onda il vento ricama la spuma. / Vive la vita, che pur si consuma.”

Recensione
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