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La luce che tocca il mondo è un inno a quella luce che permea l’universo, quel lievito che fermenta di “limpida meraviglia” (Ungaretti), il “magma”, per dirla con Luzi, del divino che incendia l’orizzonte di questa vita, per poi ardere nel rogo dello splendore eterno. La luce abita il Paradiso, la stessa che ha cantato Dante nel suo poema (“O luce eterna, che sola in te sidi, | Sola t’intendi, e, da te intelletta | Ed intendente te, ami e arridi!”, canto XXXIII del Paradiso), la stessa che intarsia d’oro le figurazioni del Beato Angelico. Essa è il nucleo stesso della vita, da cui s’irradia l’essere, nella sua fondamentale bontà e bellezza, la quintessenza che sostanzia il cosmo, la rugiada del sorriso di Dio che bacia la terra, spargendo a piene mani la Sua benedizione: “Dio ha fatto bene ogni cosa.” È il principio aurorale della creazione, la sua genesi ontologica, ciò che trasfigura “la terra informe e deserta” (Gn 1,1), il primigenio atto d’amore di Dio verso il creato: “Dio disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona.” (Gn 1,3).

Gli stessi versi posti ad epigrafe del testo che introducono, sono come onde di luce che lambiscono la riva dell’Eternità: “Serbo in cuore quel giorno | inondato di sole, trasparente e gaio, | come un loto ai confini della luce…”. Le poesie profumano di luce, respirano l’essenza divina che le informa: “Emerge il trionfo di riverberi alati, | fatti d’aria, abbandonati e pensosi | come sogni disabitati o sfere | di cristallo sbrinati dall’insonnia.” (Il trionfo di riverberi alati). Eppure il cielo, avvolto nel suo splendore inviolabile, appare distante e inaccessibile: “Il cielo non ci appartiene, | si fa contorno che simula le stelle, | ti resta fra le mani, come un sussurro | che non vuol morire e ritorna | alla porpora e all’oro dei mattini.” (Insostenibile distanza). Il canto è anelito di libertà, di varcare i confini angusti di questa vita, fino a valicare l’estrema frontiera: “Canterò fino a spezzare le catene | che mi legano ai fondali, | fino a sfrangermi alle rotte | che mi esiliano all’argilla. | Stagioni senza luce, orde di nuvole | possiedono la forza dell’orgoglio.” (La nudità traspira). Il dolore è il gemito del creato (“tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto”, Rm 8,22) che si vuole trascendere in un pianto di speranza, come rugiada all’aurora: “Noi grondiamo pur sempre dolore, | della parola stringiamo il duro sasso, | perlustriamo la grazia di un sogno | che denudi l’anima e cresca | nel brivido del mattino, | come stilla al viburno che veglia | impossibili ritorni, senza strazio.” (Viburno). Lo stupore vergine del risveglio è un battito d’ali di libertà e felicità che sorvola la creazione con la sua amorevole benedizione, cingendola di divina tenerezza, in un abbraccio consolante di perdono che congiunge la terra al cielo: “Un cielo dischiuso alle prime luci, | come un manto aurorale | che protegge il silenzio dei risvegli. | Si leva il sole a benedire il respiro | di fronde, | l’essenza d’erbe ai prati. | (…) Scorrono come acqua ai lavacri | – la luce e la parola – | restano confitte al lungo silenzio, | al fremito dell’attimo: | che cerca l’anima, | mentre ne coglie il guizzo, | la stilla che l’annuncia.” (So che questa è l’ora del perdono).

L’assenza è limite da valicare, tentando il “varco” montaliano che la attraversi, perché l’abiti una presenza, perché vi penetri la luce: “Si fa più inascoltata l’assenza, | ricuce i lunghi silenzi, si sostanzia | a comando, arranca tra fiato e fiato, | come un seme nel cuore della terra | cerca il solco che non frani.” (Codici segreti). Si percepisce il senso panico del nulla che attanaglia e seppellisce il lucore: “Tutto è nicchia di assenze, | precipite, senza ardimento: | una canzone stonata, voci roche | o spente. | Tutto ciò che è stato permane, | ma senza il barbaglio di luce.” (E dopo non risorge).La linfa vitale che sottentra al tessuto dei giorni non riesce ad assorbire la routine quotidiana: “La vita resta ai margini, non salva | le abitudini, le affranca.” (Impossibile possedere il cielo). L’unico riscatto di tanta inanità e assurda sofferenza si radica ai piedi della croce, sul cui patibolo Cristo le ha assunte, redimendole con il Suo amore più forte del male, di ogni orrore e della morte stessa: “E tutto par nato | dal piccolo giglio | solitario ai piedi di una Croce.” (L’amore). L’anima si dibatte tra il palpito di luce e il muro d’ombra che a tratti la soverchia: “Uno screzio di luce rabbrividente | agita i suoi deliri e non ha voce, | solo foglie e rituali d’altri tempi. | (…) Uscire dalla linea d’ombra | è sempre un’avventura | la stessa poi si cela fra le pieghe, | ti s’incolla alla pelle. | Tu, profumo sospeso tra terra e cielo, | radice d’ogni storia, identità mutile, | ma rorida di stelle, | tu che da sterpaglie cerchi scampo, | altro approdo non hai, oltre le nebbie.” (Cencio bianco). La trasparenza dello spirito è come quella del cristallo, che riflette quella luce costretta entro i vincoli della materia, di cui serba lo slancio trascendente che si libra all’ebbrezza dell’amore “come brezza all’alato la sua luce”: “La gioia poi è vivere nella capacità | assoluta del cristallo, che riflette, | (se riflette), l’oblio che lo confina, | il nulla che lo stringe alla disavventura | di non poter essere altro da se stesso, | da ciò che ha confinato | il suo splendore a qualche inferno | secondario, per scoprire la fatica | di vivere, la tentazione di misurarne | la sconfitta.” (Il gioco resta gioco). Si attraversa il velo della nebbia dell’esistere con un fremito di resurrezione, di insurrezione dell’essere, di primavera dell’anima: “Non dirmi lo sfinimento di sete, | il dolore dell’antico germinare | senza il sole all’approdo dei nidi, | aspro che odora d’azzurro, | tra pietre levigate dall’assenza. | Dammi i tuoi pensieri e i fragili silenzi | un’aloe di frescura, un solo giorno | d’ambrosia e di struggente tenerezza.” (Lo strazio delle crepe). E la felicità è un esile spiraglio tra le fitte “maglie” del “male di vivere”, lungo il “rivo strozzato” di montaliana memoria, una boccata d’aria fresca che sfugge all’oppressione della materia: “L’idillio è di un solo giorno, | quando il cuore si fa tepore d’ala | si aggira nei dintorni, ascolta… | L’indizio è un sorso di felicità, | balzare sui riverberi azzurri, | chiedere in prestito al convolvolo | la sua luce d’eternità.” (Un sorso di felicità). L’anima, fragile e delicata, è colta alla sprovvista quando viene ferita dal dolore e vede raggelare i teneri germogli in boccio, morire il canto in gola: “Ti cantava in cuore il bandolo | disarticolato dalla sete, il riverbero azzurro | delle fonti, la riva levigata dall’amore | che scioglieva l’alidore di deserto. | Non sapevi che il dolore fosse moto | impercettibile di edera proterva, | a succhiare a tua essenza, | a escluderti dalla magìa di fragranze | e di redole stellari, di prensili graffiti | o inflorescenze tattili, smarrite | in un rastremare d’anima indifesa.” (Un rastremare d’anima indifesa). Se si ristagna nelle tenebre si attenua la forza della luce, “t’implode dalla pelle il senso delle cose, | si profila un altro ritardo | nell’alfabeto segreto delle circostanze”: “La sconfitta è rimanere | fianco a fianco nel precipizio | d’ombre, nei silenzi arresi | dell’ultima imperfezione. | Mentre cavalchi l’onda catturi | il minimo dettaglio (condiviso o no, | poco importa). Ognuno potrà udire | la frenesia dell’ultimo raffronto, | deporre le ali nel periplo del cuore.” (Il minimo dettaglio).

Un afflato divino percorre la terra, indorando la vita di meraviglia nuova, suscitando echi di ariosa armonia che sottentra a quella delle dantesche “eterne sfere”: “Di un amore brilla che veste | il verde alle pasture | – questa vita – | chiama un suono di campane, | fa tenera la foce. | Ma sbenda un vento che dolora, | pare morte a lucere alle porte, | sillaba a dire dell’ultima sua sorte, | onda che strappa ormeggi dalla sponda. | (…) Nuvole a spalancare i suoi mattini, | l’angelo al fiato chiama dell’eterno | un’ala agli ardenti ritocchi.” (Il tempo incarnato). L’anima, “velo fragile all’approdo”, “celeste e viva come una preghiera | che rastrema dorsali di nuvole | in terra amara e rovente...” (L’anabasi del cuore) è scrigno che racchiude il cielo, frammenti di luce che nevicano dall’eterno, l’autenticità del divino che sfiora il silenzio: “L’anima serra il suo bisbiglio, | si perde nell’azzurro | appena disegnato che scalpita | come spola al nodo che la stringe, | si fa guizzo tremante nella luce, | mistero e fiore che imbianca | il chicco ardente di un sogno, | la poca verità da custodire.” (La poca verità da custodire). La nostalgia di una felice stagione perduta, topos di tanta tradizione letteraria (specialmente Leopardi, Pascoli) riecheggia nella sublime melodia di questi versi: “La grazia ora è demidiata, | accende lunghissimi silenzi, | vive l’istante della sua imperfezione | come una sfumatura di tramonto, | o un fuoco deragliato negli abissi. | Ricordo le lune incagliate | in cieli d’altri tempi, | parole che tremano all’urlo | che le sfionda, inclinano al silenzio” (La celestrità all’arco della rondine).

Suggestivo è questo ritratto del poeta, delineato, lungo le diverse correnti letterarie, ora come mito assimilato a Cristo o all’angelo, nel dono supremo di sé (il Pellicano del romantico Lamartine), ora come pioniere dei reami celesti incompreso e disprezzato dagli uomini (L’albatros di Baudelaire), o il visionario di Rimbaud, o il poeta fanciullo di Pascoli, o quello fragile e demitizzato dei crepuscolari (“io non sono che un piccolo fanciullo che piange”, Corazzini). L’autrice sembra evocare un po’ tutti questi aspetti, nell’ambiguità (“l’ambiguità, che è sostanza dei sogni e degli dei”, declamava la Morante) fascinosa dell’identità del poeta, contesa tra benedizione e maledizione, nel gioco iridescente di luci ed ombre che, come nell’ariostesco Palazzo di Atlante, fanno balenare molteplici, sfuggenti riflessi: “…e si commuove la luna | (oh se si commuove la tenerezza), | ad evocare spore d’anima indifesa. | Tu non sai, poeta, perché il tuo giorno | è inchiodato al legno della croce, | né perché il gioco vanamente conduce | a suoni inabissati, a zolle d’ombra, | dove l’oblìo dispoglia palmo a palmo. | (…) Poeta, grido di sciacallo, pelle d’angelo, | fiore pesto, t’inventasti la vita | dall’impasto verbale del suo nulla, | fosti per tutti l’infinito barlume | della luce che tocca il mondo.” (Poeta). Il poeta, dunque, è un pittore della luce, dello splendore divino che sfiora il creato, della benedizione che accarezza tutte le forme.

Delicato è quest’omaggio alla madre, quale presenza ancestrale e rassicurante, che rivive nell’oasi intatta e incantata della memoria, che ricuce quello “strappo a mani tese dai miei cari” di luziana memoria: “Erano le tue mani ad intrecciare | l’erba delle attese, a puntellare | gioia ai panni stesi al sole, | ai nostri occhi la luce dei mattini. | (…) Si accende un vento di grecale, | sempre più silenzio alla tua riva, | pure se il cielo è a un passo | e la ferita mai rimarginata.” (Alla madre). Così come è significativa questa dedica al poeta Mario Luzi, così affine nello stile e nell’umanità: “Più dolente l’alba della tua dipartita, | amico, che questo sole smarrito | tra il buio di altri crocefissi. | Lieve e sereno il tuo canto, | chiare, come smeraldi le tue parole, si leveranno in volo come colombe | in cembali celesti. | Sei orma, pioggia tardiva d’estate | che inquieta le tue stanze. | (…) La vita è un transito di nuvole | un po’ redente, un po’ svanite | come nella memoria l’eternità dell’addio.” (Il calice d’assenzio, in memoria di Mario Luzi, che avevo appena conosciuto).

Quest’immagine del mare è possente, intrisa di sublime lirismo: “Di cristallo fuso sono le ore | che lo sciabordio dell’onda | rende sovrumane attese; | diamanti profusi all’eco silenziosa | del sonno, e s’inginocchia l’universo segreto | alle creste d’onda, alle voci cangianti | delle rive, | piccole vele sfiorate | da un crepuscolo di seta. | (…) non s’arrende mai l’ombra | di questo dolore antico quanto il mondo.” (Cristallo fuso). L’onda è spesso protagonista, come flusso incessante dell’essere che scorre nelle vene della creazione e tra le pieghe dell’anima: “Sorseggio l’onda bianca che vi scorre | un rivolo di stelle in fondo al pozzo, | la luna come un chicco di grano | o un asfodelo ascolta il respiro della zolla, | e stringe a fil di vento liuti d’aria.” (Sorseggio l’onda bianca).

La grazia primaverile, percorsa da un fremito di resurrezione, è ciò che salva la freschezza e la pienezza della vita: “Aperto all’ombre della sera, | tra presagi e brividi di stelle: | c’è l’azzurro che sfidammo, che amammo. | Salveremo solo i bocci dei mattini | e l’armonia di notti intenerite, | all’incrocio di strade verso il cielo.” (Salveremo solo i bocci).

La memoria lascia affiorare relitti e miraggi, dal fondo dei suoi abissi “screziati di azzurrità”: “Ti tende ancora agguati la memoria, | infinitesimi raggiri, cori d’angeli | da remotissime redole di mare, afone | ; frastuoni d’onde che si ostinano a chiudere | l’attimo fuggente” (D’ambrosia, la tua manna).

L’anima si desta al lavacro di luce che l’attende, alla palingenesi del creato: “Qualche grano d’innocenza | trema quando un’alba mi accarezza | a pelle, o un nuovo fuoco arde silenzioso. | Aspetto che tenace un bagno d’erba | irrori le radici, che l’aspro vento | sorprenda le attese dell’infinito.” (Ai frangiflutti). Si fa esperienza della propria impotenza ad afferrare “la verità del segno”, stringendo tra le mani soltanto frammenti e sospiri: “Non ho che qualche strazio, | un grido che consuma l’immenso | e lo sbianca come l’inverno | il cielo che lo sfionda. | La vita è nell’istante di un chiaro dolore, | nei germogli di carne | e in un sangue rappresi | (…) Non ho che sillabe piegate, | nodi di fonemi e sintagmi | a tessere tele rosseggianti | o attese d’alabastro ai pianori” (La verità del segno); “Io non ho che versi, | bianchi suoni di sillabe e parole | come sintagmi che vagano nel sole, | per riscoprire fonemi di altri giorni. | Non ho che albedi che marcano | le tenebre per accendere un segnale | nell’attimo| infinito.” (L’abbozzo dei pensieri).

L’oceano di luce dell’eterno si specchia nella goccia dell’istante presente: “Ora so che il giorno mi denuda, | ignora i riverberi rosei sulla pelle, | allude all’infinito dell’istante | la perfezione viva del tramonto, | fuoco deragliato tra le stoppie: non fa differenza la luce dalle ombre.” (Vivo l’infinito dell’istante).

Struggente è questa definizione di Gesù Salvatore, fratello dell’uomo: “Signore, fratello di Misericordia, | angelo caduto sugli altari | per un pugno di nequizie. | Le Tue piaghe tendevi | al privilegio dell’Immensità, | alla perfezione della Resurrezione. | Mentre il cielo inceneriva i gigli del Tuo cuore, | Tu perdonavi le iene dal peccato.” (Fratello di Misericordia).

La luce denuda le ombre, riduce le forme all’essenziale, fa splendere i colori: “Forse quanto doveva è già accaduto, | non resta che il sole abbagliante | nel deserto di dune e svaria | tra l’issopo e la luna il menestrello | tradito, accecato dalla luce.” (Forse).

Il tono aulico, l’intenso lirismo e l’efficacia icastica delle immagini creano una sapiente alchimia poetica, dove le emozioni e i sentimenti sono magistralmente dosati ad un denso simbolismo: “Solo l’alba può ancora impazzire | di gioia, di fichi screziati | e di peschi in fiore, | può temperare l’azzurrità provocante | di una sete proterva di cielo. |” (Vela fragile all’approdo); “Il silenzio è pur sempre una tempesta | d’amore, o l’infinito suono | che si perde oltre noi, | un limite su cui distendere l’anima | quando ti accoglie quieta | nell’arabesco dei suoi infiniti momenti.” (Dei suoi infiniti momenti); “Docile al suo declino increspa il mare | la luna, | ha magie chiare e tenerezze, | quando quieta alla notte s’accompagna, | bianca di verità, così profondamente | possente nella sua infinitezza | di lapislazzuli e vento.” (Abbraccio d’aria); “Anche l’eterno pare un brandello di grido | che s’incunea tra il cielo e la terra, | un mare incendiato dal tramonto | che grida la sua bellezza smaliziata. | (…) Eppure, sa di eterno il cristallo del sole, | si apre il mattino come cresta d’oro | sui tuoi seni, | mentre quel desiderio | leggero ti muove accanto rutilante.” (La vanità chiassosa); “Si ostina il deserto a screziare | la fronte di un fragile silenzio | dentro i tuoi occhi. | (…) Oltre il dolore ancora cercheremo | la spiga che ci colmi.” (Ancora cercheremo); “Solo il senso di variegate primavere | ci spinge ad altri rivi, | a passi che stremano i crepuscoli, | di colchici bianchi come loto.” (Di una Sibilla ostinata che non mente); “e fa la differenza, se calzi sandali di cielo | o nutri il divenire eterno della sua pienezza” (Il rosso del rubino); “o dentro il flusso del sangue | si distenda il respiro di galassia, | o un sorriso d’innocenza al suo mattino.” (Una virgola di grazia).

Delicata è questa rêverie, in uno scorcio di sole, in uno sprazzo di pienezza di vita: “Mi porgevi i tuoi chicchi radiosi | come oro tra i vitigni. | (…) Gareggiavamo con l’oro tra i capelli, | il vento scompigliava le mie vesti | nel riflesso amaranto dell’estate | Di foci e di sorgenti erano le attese, | odoravano della bellezza premeva | dei sogni cristallini, di ulivi e di ginestre. | (…) Fugge la luce, s’attenua la magìa | dell’ora sui boccioli teneri di maggio. | Scolpisce il tempo l’essenza | del tuo volto, | sparpaglia in reticoli d’ombra | i riflessi rubino della sera.” (S’attenua la magìa).

Vi sono, poi, intuizioni folgoranti, meditazioni profonde: “Apparteniamo ai vivi, finché un raggio | tra riva e riva filtrerà le stelle” (Ginestre); “Varcheremo l’alta sponda del fiume, | rasentando vetrici oscurati dal silenzio” (Petali selvaggi); “Il traguardo è lì, | dove periscono tutte le cose, | e anche i morti hanno il battesimo | d’aria, tra tenebre fitte, affilate | dal lungo sonno o dall’insonnia. | Avverrà lì la metamorfosi.” (Oltre quell’ora); “Ad ogni passo la corrente | trascina i gigli d’anima, li affonda” (Un discorso inconchiuso); “Oggi si fa suono di vento, | sibila | tra le rose infreddolite e le mimose, | corre nella luce come chiaro giorno | che sfiora aurore liete, | semplicemente si racconta, | vibra oltre l’istante d’amore, oltre il tempo | che si dice vivo e non sa del miracolo | del nostro essere vivi all’ignoto” (Oltre il tempo), “– il resto è grido o abisso – | che di sé ci colma.” (Si fa corpo al vento).

È l’attesa trepidante di una nuova grazia che fiorisca nell’anima che accende di fulgori la vita: “Oltre il recinto delle vane attese | saprò trovare il suono di cristallo, | una camelia dipinta nell’infanzia, | un lume fioco pronto ad inseguire | lame di mistero in fondo agli occhi. | E poi spingere l’anima a quel silenzio | che spande in mille rivoli l’aurora.” (Serro in cuore il flusso d’albatro); “Oltre le balze antiche di sentieri | si è perso il tempo, si è trasfigurato | in segnali senza un grido, quasi morti. | Eppure cerco ciò che sorprenda | il fiato dei pensieri, l’orma di Dio.” (In qualche grano di poesia); “E non basta l’avallo dei sogni | per veleggiare lieti come arcangeli, | né scomparire o sospingere | la corolla al suo prodigio, | perché s’ingemmi la carne | al miele d’arnia, alla fiamma | che grida al sommo del suo cielo. | (…) Dove il lutto traspare, si scioglie | come cera l’euforia, | ha suoni d’alabastro.” (Non basta l’avallo dei sogni). Lo spirito si slancia già al di là di questa dimensione terrena, proiettandosi in un oltre e un altrove che l’attende: “Lascio una terra di mare e di lava, | di spicchi di porpora e di vento; | L’eco profonda porto delle stelle; | qualche pagina bianca per colmare | la solitudine, esaudire l’anima e sbiancarla. | Mi vestirò della follia ardente del tramonto.” (Tra case bianche e libeccio).

L’opera di Ninnj Di Stefano Busà è come un affresco di luce che dipinge di stupore l’universo, inonda l’anima di meraviglia, cullandola tra cielo e terra, lungo l’abbacinante riviera dell’Eternità.
Recensione
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