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Riflessioni su un percorso dal cervello allo spirito

Questo testo è un meticoloso trattato in cui scienza e fede si contendono lo spazio e insieme cooperano nel tentativo di definire quel mistero insondabile che è l’essere umano. Si dimostra, così, la spiritualità in relazione alla religione e alla filosofia, dalle primordiali espressioni dei graffiti nelle caverne, fino alle più moderne elaborazioni concettuali tese a dare un senso al proprio esistere e alle origini del creato. Inoltre, s’illustra il funzionamento del cervello, nella sua dinamica di sinapsi di neuroni in rapporto all’evoluzione darwiniana dagli invertebrati fino all’homo sapiens, analizzando anche i procedimenti emotivi, i comportamenti morali e i costumi sociali, rivelandosi come un meccanismo perfetto, un capolavoro, in seno alla grandiosa architettura dell’opera di Dio. Si approfondisce, quindi, la natura umana nei suoi differenti risvolti biologici, affettivi, psicologici, metafisici, dai bisogni primari alle aspirazioni più lungimiranti all’eternità.

L’istinto della sopravvivenza sembra essere comunque preponderante:“Non c’è persona che, pur sapendo che la sopravvivenza dovrà prima o poi avere fine, non predisponga progetti e programmi per il futuro. Tutti si comportano come se la loro vita non dovesse avere fine. Tutti fanno programmi anche a lunga scadenza, e non solo i giovani ma anche persone in età avanzata. Ed è proprio questo modo di comportarsi che ci salva dalla noia o, peggio, dalla rassegnazione o dalla disperazione; per questo è giusto che ogni persona si comporti come se la vita fosse eterna e come se la morte fosse una realtà che non riguardi ognuno di noi ma solo gli altri.” Tuttavia, i santi c’insegnano a proiettare l’anelito al bene supremo nella dimensione trascendente, anteponendo i valori celesti a quelli terreni: “L’uomo quindi è l’unico essere vivente che, pur avendo nel proprio DNA l’istinto alla sopravvivenza, è capace di far tacere in se stesso questa esigenza primaria e ritenuta insopprimibile per sostituire ad essa una meta, una finalità diversa, ritenuta più appagante o più meritevole di realizzazione.”

Si ha poi il dramma del libero arbitro che, pur con gli inevitabili condizionamenti, determina le scelte della vita, tra cui l’opzione fondamentale tra il bene e il male, in cui la coscienza è il principale tribunale delle nostre azioni ed è rischiarata dalla luce della verità salvifica, al di là del proprio credo: “fu Cristo stesso a dire che era venuto sulla Terra per la salvezza di tutti gli uomini, compresi quelli vissuti prima di lui, quelli suoi contemporanei, i suoi posteri o coloro che non hanno avuto o non avranno mai la ventura di conoscerne la parola e l’insegnamento, o, pur avendone sentito parlare, non lo riconoscono come Dio.”

Si studia, dunque, il nesso tra l’unanime percezione estetica e l’individuale interpretazione dell’arte, così come la funzione del linguaggio, esaltando l’importanza del simbolo: “Questi simboli, una volta fissati nella mente, sin dalla prima infanzia vengono assemblati e articolati in modo da significare qualcosa e non altro. Il linguaggio dunque è il simbolo che serve a individuare qualcosa.” Ancora, si prendono in considerazione in modo analitico il predominio della visione soggettiva su quella oggettiva secondo la teoria quantistica, le scoperte di Freud sul conscio e l’inconscio, l’autocoscienza e gli stati patologici dello spirito.

Aldo Sisto, in conclusione di questa meditazione acuta ed esaustiva, risolve sapientemente l’atavico dualismo di corpo e anima in nome della sovrana armonia e del respiro divino che culla l’intero universo: “Insomma, dovremmo dire, non come abbiamo sempre sentito dire e imparato che siamo fatti di corpo e di anima, ma che siamo, siamo corpo e anima. È questa la nostra riflessione personale, quella che nel nome di persona unifica e rende indivisibili corpo e spirito.”

Recensione
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