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Ritorno a Manduria

Le poesie di Dante Pastorelli evocano impressioni, sensazioni, stati d'animo sulla scia della memoria, dell'incantesimo di un atavico sogno e di un lontano miraggio: “Per decenni hai sepolto quel richiamo. / Ma alle proprie radici prima o poi / si alza la resa: diramate in noi / ci aggrovigliano a estorcere un: “Andiamo”. / Le alimenta una vena ampia e perenne / che non vale ostruire o incanalare / per non soccombere a lusinghe amare. / Parti, ma senza illuderti che indenne / sarà il pellegrinaggio alla sorgente: / può dissetare, forse, e avvelenare, / può distruggere tutto o ricreare. / L'importante è sapere che non mente.” (Richiamo). L'amore è il sentimento che maggiormente sconvolge e turba profondamente: “L’amore contro te fa sempre centro / fulmine che non erra insieme ai tuoni: / eppur colmai di frodi i tuoi vagoni / che inutilmente cerchi di svuotare. / Ti ostini ad affrontarmi? Non scappare!”. / “Son qui: ma sian leali le tenzoni.” Esso è la stella polare che illumina la rotta: “Il sole spoglio ormai del suo fulgore / crucciato piomba dietro il campanile. / Ti occultavi anche tu presso il fienile / steso a palpebre chiuse di chi muore / e morire non può per gioco ostile. / Fra poco tornerà l’Orsa Maggiore: / “Ad uno dei miei raggi, al più sottile, / aggràppati” dirà “senza timore, / sali con me e saprai che sia l'amore”.

La pace è una travagliata conquista interiore: “Tra l'arancio amputato e i briosi ontani, / oltre l'arido spiazzo, con il fieno / e le canne legate in cima / costruivi con le abili tue mani / tozze capanne. “Qui rigemma almeno / la mia pace, non punge qui il veleno / consueto del dileggio”. Eran la foce / i fogli quadrettati per i versi / infantili che urgevan nelle vene.” (Le capanne di fieno). La sofferenza mina e logora estenuatamente, aggroviglia nodi inestricabili, senza trovare scampo: “Ti libravi al crepuscolo in trasvoli / con i rondoni a nugoli straniti / e dopo con le stelle agli orizzonti / tutt'i vincoli alfine eran spariti. / Intravedevi i continenti e i poli, / erano i cirri bende alla tua testa / lì posata coi giorni isteriliti / senza un incubo più, addormentati. / Ma i viaggi t'espropriavano gl'irati / richiami. E risecchiscan polla e greti / di tutti i tuoi tormenti e dei decreti / per debiti bugiardi e ripianati / invano se divinano altri fronti / di rabbia e amore in groppi ringoiati.” La Terra avara sembra elargire generosamente soltanto il dolore: “Pietrificate rose offre il Sahàra / ai predoni di pigre carovane, / e te, cui ancora il tristo marchio brucia, / non placa aurora ed astro non rischiara. / Chiedesti un fiotto d'acqua per il cuore / che si mutasse in sangue animatore. / Vita, vita, tu fosti sabbia avara: / basta ora un ago di agave e ricucia / la piaga che s'affonda come bara.” (Terra avara).

Dante Pastorelli in questa raccolta in versi ritorna idealmente alla sua terra natia, fragrante di “odori e sapori” (per dirla con Vittorini), che suscita i moti dell’animo sospesi sui silenzi, i sospiri e i ricordi legati alla stagione primigenia dell'esistenza, là dove attecchiscono le radici più profonde della sua intimità.

Recensione
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