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Sei il nulla nelle rime

Questi testi trasudano l’amarezza di una perdita irrevocabile, l’angoscia del nulla che ora si stringe tra le mani, dopo tanto incanto del vagheggiamento amoroso. È la sfibrante e straziante usura dei sentimenti intorno all’horror vacui in cui sprofonda l’assenza dell’amata. Quest’ultima è sempre sfuggente e come un’ombra che dilegua, che non si può mai afferrare, come un phantasma della propria mente che poi nella realtà non ha consistenza, anche dopo l’intimità di un contatto: “Lo stato è inebriante; / vedo le nuvole, / i colori confusi dell’alba. / Le mani, / le labbra, / ovunque. / Le foglie asciugano la mia fronte, / le lacrime sono ormai asciutte. / Ti vedo e mi manchi. / Avrò troppa paura, / quando l’alba sarà mattino / e tu non sarai che uno sbiadito ricordo.” (Un bacio). È così assordante il silenzio di chi si è amato e ora non risponde più all’appello, “come un’astronave che cessa di mandare segnali” (da Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes): “Le tue parole mi mettono paura, / solo quelle che hai taciuto. / Spietate mi perseguitano, / perché non me le hai dette? / Erano mie, ricordi? / Mie, le tue labbra; / ora invece non le ho. / Le aspetto e non verranno. / Mi perseguitano i tuoi silenzi. / Sono lancinanti e strazianti le tue parole, / solo quelle che non mi hai detto.” (Paura).

La comunicazione è drammaticamente interrotta, stroncata dal tormento di ciò che adesso è irraggiungibile e inaccessibile: “La tua voce è strozzata, / incomprese ed incomprensibili le tue parole. / Non mi dicono più niente, / solo che non ci sei, / né qui né altrove. / Sono lontane lame di rasoio, / tagliano il mio dolore, / le tue parole. / Preferisco i tuoi silenzi, / carichi di paure e voglie. / Vi ci trovo gioventù e bellezza, / trovo rifugio lì. / Tra le speranze inattese e le delusioni perdute.” Non ci si rassegna alla scomparsa dell’amata, per la quale non sembra esserci alcuna giustificazione: “Non ho ancora capito perché. / Mi sono scavato dentro, / ho trovato felicità e paure insospettabili, / fili persi e poi annodati, / annoiati, / scomparsi. / Manca quasi nulla al tutto, / solo un piccolo perché, / incompreso e sagace. / Mi turba. È schivo. / Mi rende nervoso. / Non trovo il perché.” (Perché). Ora che inseguire la scia di luce di quest’amore, come una stella cometa che ormai non apparirà più, è vano, insorge il sussulto di recidere un legame che nel suo lento agonizzare è soltanto estenuante pena: “È ora di cambiare: / dimenticare, / correre e morire. / Domani scapperemo / io e le mie paure. / Le mie colpe nascoste ed i silenzi. / Tu sarai solo via, / dietro una pagina bianca.” (Pagina). Forse il sogno s’infrange proprio con il crudo impatto con la realtà: “È nei morsi. / Il tuo collo, il tuo viso, i tuoi capelli. / Le dita si muovono veloci; / forse oggi è finito questo sogno. / Muore lì, / nella impossibilità di nascere. / La tua fronte è sudata, / i tuoi sguardi mi circondano, / sono solo nel dolore. / Muore lì il nostro sogno, / nella incapacità di amare. / Le tue spalle sono piene di sudore. / Non ce la faccio a scappare / o a venire. / Sono fermo lì, / attonito e confuso / tra il dolore ed il sudore.” (Sudore).

Il nulla attanaglia, dilata la distanza, segna la fine: “Sei quello che non ho, / che non avrò, / ma forse non ci sei. / Sei il nulla nelle rime. / Allora vado via. / Poiché in fondo non lo so / cosa sia ciò che non ho. / Allora baciami un addio.” (Quello che non ho). Il dolore dentro di sé è un ospite invisibile quanto importuno, invadente e devastante: “Brucia sovrano e regna indiscusso, / tra la indifferenza generale / del nulla intorno a me. / Invisibile agli occhi agisce imperturbato, / nessuno accorre in mio aiuto, / sono solo / nel dolore dentro me. / Sono suo padre, suo figlio, il suo sangue, / si nutre di me; / mi mutila e mi dissangua. / Mi lascia atterrito, inerme, sconfitto, / senza cure, / ha preso ogni cosa di me. / Ormai sono altro da me, / non sono me stesso, / ma un’ombra lontana, sbiadita, perduta.” (Dolore).

La fine di un amore arreca un lutto inestinguibile, che condanna a perdere per sempre qualcosa di sé nell’essersi donato all’altro, in una sorta di condizione di orfanità, di desolante abbandono: “La nostra storia è orfana, / l’abbiamo abbandonata. / È sola. / (…) È muta, / dove sono le tue parole, / taciute ballano il silenzio attorno a noi. / È noia. Ora che siamo via, / siamo tristi e le lacrime sono asciutte. / È buia, / non c’è più luce nei tuoi occhi. / Dove pulsa il tuo cuore, se non con me? / Dove sei stata, lontano da me? / Cosa fai, senza di me? / Cosa sei, senza di me? / Tu sei, senza di me? / Chi sei, senza di me? / Non sei, senza di me. / Non sei che me. / Io sono nulla senza te. / Non sono che il nulla senza te. / Sono io l’artefice del nostro dolore, / causa del nostro male / e suo assassino. / Fuggi pure se puoi. / Non avrò scampo senza te, / non avrai vita senza me. / Siamo orfani, / condannati al nostro dolore, / ingannati dal nostro passato.” (Orfani).

Il miraggio dell’amore è dileguato, come un’inutile chimera, un’ombra vana: “Sono forse inganni i tuoi? / Cosa mi hai dato di te? / Cado distratto, confuso, / li ho letti nei tuoi occhi. / Ed ora sono ombra, / di me non resta che cenere. / Hai creato il nulla. / Erano i tuoi occhi a parlare, / hanno illuminato la via, / regalato calma e freschezza, / ardore e passione. / Erano i tuoi occhi a parlare, / hanno illuminato la via, / regalato calma e freschezza, / ardore e passione. / Erano i tuoi occhi ad essere luce, / ed ora sono ombra. / Hanno dato, / hanno tolto, / hanno acceso, / sono nato e risorto. / Sono stati il sole e la luna. / Erano i tuoi occhi ad essere luce, / ed ora sono il buio.” (Inganni).

L’amata diventa incomprensibile e inafferrabile, prigioniera di un mondo in bianco e nero, come di un crudele incantesimo che le impedisca il contatto con chi vuole amarla: “Non ascolterò le tue grida, / sono sbiadite, non lo vedi? / Non hai fatto che gridare, / ma non ti ascolto più. / Mi hanno imprigionato le tue grida, / ma ora non più. / Non vivo più in un mondo in bianco e nero, / ora ho capito / dove avevi nascosto i colori. / Ora so capire il passato, / leggere il presente, / guardare il futuro.” (Grida). Il phantasma amoroso agita le notti dell’innamorato e popola i suoi sogni: “A cosa servono le parole, se ti amo. Non ti dirò nulla, mai più, ma non chiedermi di non sognarti, sarai sempre lì nel dormiveglia quando la ragione lentamente lascia lo spazio ai sogni.” (Muti sono i giochi dell’amore). Chi ama è come se camminasse sull’orlo di un abisso: “Non ti chiederò di chiarire immagini sbiadite e di attraversare i ponti di un destino che sentenzia vendette. Non dovrai più spiegarmi le strade dell’amore, ora so che siamo acrobati sospesi ad un piede dal baratro e ad un passo dall’infinito.” (Il tuo nome è il mio nome). L’amore è una sfida ardua e rischiosa: “L’amore come il vento, non lo si aspetta, ma non è mai in ritardo. È un treno in corsa che non si fermerà per farci salire; dobbiamo saltare, se vogliamo provare a sognare ancora, dobbiamo volare, se vogliamo provare a ballare sull’oceano accarezzati dal vento.” (Non dimenticherò mai i tuoi occhi). Lo sguardo è la porta più immediata attraverso cui entra l’amore, con il suo retaggio di nostalgia d’infinito e di splendore divino: “Oggi eri sulla mia isola, i tuoi occhi sono entrati nel mio cuore, i tuoi occhi hanno aperto una finestra dentro la parte più profonda di me e mi hanno guardato dentro mentre io rimanevo indifeso e silente. I nostri sguardi si sono incontrati oggi ed io non lascerò più che tu vada via, non permetterò che tu mi lasci solo, ma noi ci rincontreremo dove le nuvole lasciano spazio a squarci di sole e la sabbia si fa dolcemente accarezzare dalle onde del mare. Ti rivedrò lì, dove la ragione lascia spazio ai sogni, e le parole tacciono e si perdono nella magia del vento.” (La mia isola).

Con il tempo che trascorre ed impone le sue scelte obbligate ci si sente come intrappolati in un incubo: “Quest’albero mi ha preso, / è pieno di artigli, / non mi lascia sfuggire. / Combatto in questo folle sogno, / scappo e corro, / ma non mi muovo. / I suoi rami sono ovunque, / mi stringono spietati, / non mi resta ancora molto. / Devo sfuggire questo incubo, / questa trappola pressante, / che mi ha tolto il respiro / e ha ucciso i miei sogni.” (Incubo).

Incisiva è quest’invettiva verso la società corrotta: “Smettila di distrarre! / Sei ipocrita e corrosa, / maligna e distruttiva. / Ma a cosa servi, cosa sei? / Ci hai tolto il pane, i sogni, la pace, / anche il tempo / sembra non essere mai nostro. / Non dai tregua nel tuo frastuono, / rimane una sola domanda: / sei tu nostra figlia o matrigna? / Lasciaci un briciolo di realtà, / il tempo di capire / da che parte andare. / Il tempo di sognare, / risvegliarci e poi agire. / Invece è nulla e frastuono, / confusione e grigiore.” (Alla società).

Jacopo Nardulli in questi testi insegue “il nulla nelle rime”, evocando un amore perduto che tuttavia continua a popolare la sua fantasia e i suoi sogni, cui dà forma in queste rêveries poetiche, dal timbro sincero e appassionato, in grado di cogliere l’intimità più recondita e feconda, là dove sgorgano i sentimenti più autentici e le emozioni più intense.

Recensione
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