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Solo parole

Questa plaquette è un delicato omaggio alla levità della poesia, attraverso intarsi di suggestive cornici naturali, in un cromatismo vivace che dipinge armoniosamente tutti i mutevoli tratti della vita, coronato da artistiche foto di Daniela Paolin e in ultimo da un grazioso disegno della stessa autrice. Possiamo contemplare l’esistenza umana, così, stagliarsi Come alberi che gemono e si spogliano nelle intemperie invernali, ma che già trepidano nel veder attecchire le tenere gemme che promettono una nuova fioritura, per rivestirsi “di luce e fragranze”: “E siamo qui, / alberi sferzati dal vento / che ancora al cielo / tendono, caparbi, i rami spogli / e dalla pioggia suggono / lacrime di vita. / Ma tornerà la Primavera / e di luce e fragranze / cingerà con voluttà / le stanche radici. / Risorgeranno in noi / le antiche emozioni / e basterà un frullar d’ali / il carezzevole lambire di un sogno / a rivestirci di vellutate foglie, / a ridonarci fremiti / per una nuova / stagione del cuore.”

L’anima si apre alla tenerezza di Dio come una corolla rugiadosa ai raggi del sole: “Ma ecco che nell’aria / delicato si effonde / il profumo dei tigli / e nel giardino i fiori / con timida letizia / le corolle dischiudono. / Dolce Madre / dal grembo che è nido / del Dio dell’Amore: / io la sento, lo sai / la Tua mano / ora che tenera stringe la mia. / E si dissolve, leggera / la nebbia / e i miei occhi / e il mio cuore / s’aprono a un mondo / dipinto di Luce.” (Dolce Madre); “S’alza ora un sussurro / quasi alito / carezzevole di vento. / È la tua voce / che lava l’anima, / mio Creatore.” (È la Tua voce). La presenza della Madre celeste è dolce apparizione che offre conforto e consolazione: “Mentre il dì pian pian / trascolora / e i profumi dell’aria / danno quiete al respiro, / scorgo infine, nella Luce / del cuore, il soave sorriso / della Madre più santa. / E con Lei m’incammino / verso vette maestose / ove sbocciano, pure / le Stelle più belle, / delle Alpi Regine.” (Mentre il dì, pian pian trascolora…). Il sentimento religioso sgorga da un cuore gonfio di commozione e di gratitudine: “Quando dagli occhi tuoi / cadono amare lacrime che, / quali piccoli ruscelli / cercano sbocco nel / profondo mare, / ecco che l’anima tua / si svuota / e lascia spazio a Dio. / Ed è Lui, ora / a tergere il tuo pianto, / a spargere sul greto / della tua fragile essenza / scintille di preghiera: / piccoli fari che si accendono / e danno luce alla tua sera.” (Fari di luce). L’anelito a Dio è tensione unanime delle più intime fibre dell’essere: “Dio, / potenza dell’Amore / e sorgente del Tutto, / lascia ch’io poggi il capo / sul Tuo grembo / e placa la mia sete di vita. / Accoglimi / e cullami quando erro / angosciato e colmo di paure. / Tergi i miei occhi, purifica / la mia anima. / Perdona la mia viltà / che Ti ha crocifisso, / accettami / anche se Ti ho rinnegato. / E quando il vento / soffierà rabbioso, / evocando tenebre e ombre, / volgi a me il Tuo sguardo / e rischiara con la luce / la mia miseria.” (Preghiera). La Sacra Famiglia è figurata con notevole efficacia icastica quale icona d’amore, palestra di santità, rigogliosa fioritura di grazia divina: “Poesia delle carezze / del dono generoso / e dei sorrisi lucenti, / fioriti come stelle / sul volto della Madre / scrigno di Immacolato / Amore. / E il Bimbo Santo / Luce di Bellezza / frutto di un ventre / puro e benedetto, / protende al cielo / le piccole braccia / quasi a invocare / che una pioggia di Bene / discenda sul mondo. / Famiglia Santa / con il Padre presente / nel Silenzio di Preghiera / e nell’Ascolto, / pronto / a proteggere ogni passo / di quel bimbo piccino, / a insegnargli i valori / più veri, tra gli arnesi / di bottega e l’angusta cucina, / a condurlo per mano / assieme a Maria / verso il Dolore, e la Morte / da sempre celati / nel già scritto Destino.” (Famiglia, scrigno d’Amore).

È poesia appassionata degli affetti, dedita allo sposo e ai figli, come alle persone più care cui rivolgere l’ultimo saluto – pegno d’amore infinito – prima dell’addio: “Quando le ali del vento / mi condurranno / su sentieri di cielo / figli miei, serbate in voi / il mio amore: / la dolcezza / con cui vi abbracciavo, / la tenera emozione / di quando vi cullavo, / la pazienza con la quale / vi insegnavo la vita. / Io diverrò gabbiano / che libero s’innalza / e ancora, da lassù / vivrò con voi ogni gioia, / ogni piccola conquista / che vi farà, entusiasti / abbracciare tutto il mondo. / Saranno per me questi / i tesori più importanti / la mia consolazione / e la musica più bella / quando, sulle ali del vento / inizierò il viaggio / che spiana ogni dolore…” (Io diverrò gabbiano). È la favola bella dell’amicizia tessuta sul filo teso dei giorni perduti: “Là, su quel ponte / in un giorno di luce / e profumi, / allacciammo / la nostra amicizia. / E planavano, leggeri / i gabbiani sul fiume, / mentre io / ti ascoltavo, rapita. / Troppo presto / sei planata anche tu / verso lidi lontani… / Su quel ponte / ora stringo, con doloroso / struggimento, / nelle mani i tuoi versi. / E mi specchio sull’acqua / che si congiunge impetuosa / al più quieto scorrere / del fiume amico. / Tu, l’impeto / io, la dolcezza… / Ancora una volta / respiro i tuoi versi / tracciati sul foglio / della nostra amicizia.” (E mi specchio sull’acqua).

Si avvicendano le stagioni della vita lungo le alterne sorti dell’Amore che, dal “gelo dell’inverno”, alla trepida infiorescenza della primavera, alla sazietà succulenta dell’estate, fino al decadente languore autunnale, comunque e sempre vince: “La primavera con mitezza si svelò / dipingendo nuova luce / sopra gli steli verdi, baciati / da diamanti di rugiada. / Per te divenni fiore con petali di seta. / Tu, con sospiro di delicata brezza / mi hai colto. / (…) Ci ritrovò, la Vita, all’incrocio dei filari, / gonfi di grappoli dal sapore di sole. / E riscoprimmo Amore.” (Stagioni).

La poesia di Ines Scarparolo non è soltanto vagheggiamento idilliaco, ma anche ‘onesta’ (secondo la definizione di Saba) presa di coscienza di fronte alle ingiustizie che ci interpellano e ai drammi che ci atterriscono, quali la Shoah (“Solleva l’aria fredda / gemiti di vento. / Piange gennaio / squarciato dal dolore / su larve d’uomini / che odorano di morte. / Da una rivista / che parla di Shoah / occhi di scheletri / fissano lontano. / Larve di carta / che più non hanno voce / per ribellarsi al mondo… / Nella bufera bianca / uno stridore di catene: / ganasce lente / di un treno che sferraglia / portando i derelitti / al compimento del destino.”, Eppure…), la guerra, l’emigrazione, la povertà, la malattia: “Forse le mie orecchie / non vogliono capire / ciò che sussurri / nella tua lingua, che sa / di lidi sconosciuti. / S’apre al mio sguardo / il tuo timido sorriso / ma chino gli occhi / quasi a voler recidere / quel filo che mi tendi, / fiducioso. E allorché tu / quasi con insistenza / chiedi una briciola / di ciò che senza merito / posseggo, ah, quanto / scioccamente temo / di abbattere la soglia / del mio egoismo…/ Eppure tu, fratello / sei parte della terra / dove vivo e il tuo lavoro / plasma, come il mio / il futuro dei miei figli.” (La mano di un fratello); ““Un angelo / dal camice bianco / ti teneva stretta la mano / bimbo dal capo rasato / con occhi grandi / velati di melanconia. / (…) Certo nel tuo cuoricino / l’angoscia premeva e / toglieva il respiro / eppure quell’angelo / che ti stava vicino / e stringeva / la tua piccola mano / sentiva placarsi pian piano / le tue paure / e s’accendeva il tuo cielo / di un nuovo, nitido azzurro. / Sulle tue labbra / fiorì ancora il sorriso… / Era questo / il tuo “grazie” più bello / per un piccolo gesto d’amore.” (Il tuo “grazie” più bello).

Eppure, anche su questa cruda realtà penetra l’astro sfolgorante che sorge ad oriente a rischiarare una grotta oscura, Colui che irradia la vita e l’amore e inaugura l’avvento di un’umanità nuova: “Nasce un Bimbo / nella Terra d’Oriente / ma tra spari e granate / neppure una grotta / lo attende, / né due mani in preghiera… / Solo lacrime e sangue / sul terreno più santo. / Eppure, ancor oggi / nasce un Bimbo / nella Terra d’Oriente.” (Nasce un bimbo).

Ines Scarparolo intinge i suoi versi nelle più svariate gamme di colori e la sua poesia, da questo rigenerante lavacro, affiora limpida e genuina come la sua anima fanciulla che si è serbata intatta in mezzo alle tempeste della vita, come aurora che splenda sovrana sopra la notte oscura: allora non sono “solo parole”, ma carne e sangue che vibrano in queste pagine in un impetuoso respiro lirico.

Recensione
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