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Questo snello opuscolo presenta una luminosa figura di santità, realizzata nell’umiltà e nel nascondimento, nella totale dedizione ai malati.

Santa Maria Bertilla, al secolo Anna Francesca Boscardin, nasce il 6 ottobre a Brendola, sui colli attorno a Vicenza, da una famiglia di agricoltori; ha due fratelli, uno dei quali, Giovanni Battista, morirà in seguito ad una malattia contratta durante la “Grande Guerra” un anno prima di lei, mentre l’altro, Abramo, in tenera età. L’ambiente familiare non è dei migliori: il padre Angelo è insicuro e geloso, facile all’irascibilità, che non tarda a sfogare sulla moglie Maria Teresa Benetti, come quella volta in cui, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, la donna corre a rifugiarsi con la figlia ancora piccola presso la Basilica di Monte Berico a Vicenza, rimanendovi per tutta la notte. Nonostante ciò, la mamma riesce a instillare nella bambina sentimenti di pietà religiosa e di devozione ed ella cresce nella preghiera e nella laboriosità, tanto che, per aiutare nei campi, è costretta a disertare la scuola, che non frequenta oltre la terza elementare, aiutando la madre in casa e prestando servizio anche in una famiglia del paese. Presto Anna Francesca matura anche la sua vocazione, accarezzando il desiderio di farsi suora, ciò che non viene accolto, sulle prime, favorevolmente dal parroco; tuttavia, di fronte alla sua determinazione, finisce per persuadersi. E così, ad appena sedici anni e mezzo, entra nell’Istituto delle Suore Dorotee Figlie dei Sacri Cuori, fondate da Giovanni Antonio Farina, con l’intento di educare la gioventù povera di mezzi e di istruzione e, in seguito, con la finalità estesa all’assistenza negli ospedali e negli ospizi a sofferenti gravi, tanto bisognosi di consolazione. Così, l’8 dicembre 1907, solennità dell’Immacolata, nonostante la contrarietà di suor Margherita, grazie alla lungimiranza della superiora generale, Maria Azelia Dorotea, la volontà divina si compie e la fanciulla emette la professione religiosa, assumendo il nome di Maria Bertilla, nel ricordo di una santa benedettina vissuta nel VII secolo nel monastero francese di Chelles. Quella stessa suor Margherita sarà costretta a ricredersi, quando, all’ospedale di Treviso, non avendo altro personale a disposizione, assegnerà alla santa il reparto dei bambini affetti da difterite, per i quali si dimostra più che all’altezza, con le sue assidue premure e delicatezze, tanto che diventa memorabile il suo incoraggiamento ad un dottore giovane, ancora inesperto, per intervenire su un bambino cianotico che poi, effettivamente, riesce a salvarsi. Così, inizia per la suora la sua missione accanto ai tribolati che adempirà per quindici anni, manifestando una continua sollecitudine, senza fare miopi distinzioni “fra intelligenti e pori grami”, dato che “nell’altra vita non si portano né soldi né bagagli, ma solo l’anima pulita o sporca”, sempre mantenendo la serenità e schivando contese e meschinità, ignorando le malelingue: “Cossa vorria che sia a ‘sto mondo, che i diga pur”; “Faccio tutto per il Signore e non mi curo del giudizio della gente del mondo.”

Suor Maria Bertilla si dona senza riserve ai malati, sempre con un rassicurante sorriso, prodigandosi incessantemente per soccorrere i loro bisogni, ai quali è particolarmente sensibile (tanto che non esita a frugare nella cucina delle suore per esaudirli), comprendendo il loro stato di vulnerabilità, che richiede pazienza e tenerezza, una sorta di “castità interiore”, per accostarsi al sacrario di ogni persona umana, con il suo carico doloroso di sofferenze, sia fisiche, che psicologiche (alle quali è allenata per le ferite arrecatele dall’ambiente familiare). Attesta il primario Zuccardo Merli che dava l’impressione di “muoversi come dietro l’azione di un essere superiore”, mentre l’infermiera Dotto conferma: “E dal modo con cui si operava, si vedeva che faceva tutto per il Signore.” Soprattutto durante la “Grande Guerra” non si risparmia, quando più urgenti si fanno le necessità, tanto da dover trasportare i degenti nei rifugi, oppure assistere quelli che non possono essere spostati, non badando neanche alle proprie esigenze, intimamente commossa da tanto dolore: “Non vede questi poveri feriti quanto soffrono, chi sa quanti altri ve ne sono al fronte che spargono il sangue e patiscono.” In più, costretta, per via del conflitto bellico, a trasferirsi a Viggiù (Varese), addetta ai militari affetti da tubercolosi, deve sopportare (in silenzio e a volte anche piangendo) i nervosismi, le incomprensioni e le accuse ingiuste della superiora che “accontentasse troppo gli ammalati, facesse delle preferenze e usasse delle familiarità.” Fa una specie di voto in questo travagliato periodo: “In questo tempo di guerra e di terrore io pronuncio l’Ecce venio. Eccomi o Signore per fare la tua Volontà, sotto qualunque aspetto mi si presenti, di vita, di morte, di terrori, eccomi o Gesù a tua disposizione per vivere e morire nell’amplesso del tuo Divino Volere.” Nonostante tutto ciò, ella continua, indefessa, il suo operato, manifestando ad ogni occasione la sua generosità e altruistica dedizione, come quando, essendo venuto a mancare il riscaldamento, ella provvede a ciascun soldato infreddolito con una borsa d’acqua improvvisata, durante la notte - rinunciando al suo più che meritato riposo - , scaldandola nelle pentole con un fuoco acceso in mezzo al cortile. Annota nel suo diario: “Mai stanca, mai scoraggiata. La pazienza, disse nostro Signore a Santa Caterina, non vive che di fatiche ed è la compagna inseparabile della carità. A Dio tutta la gloria, alle mie Sorelle tutta la gioia, ed a me tutto il lavoro, chi persevera e fa ciò che può confidando sempre in Dio, riesce in tutto.” Dopo la guerra, sr. Maria Bertilla ritorna a Treviso, dove il medico Rubinato la richiede con insistenza nel suo reparto. Anche in questo caso non tarda a distinguersi per umiltà e una non comune pazienza, come quando, di fronte ad un malato che, probabilmente esasperato dalla sofferenza, gli scaglia contro l’uovo che ella le offriva, senza scomporsi si cambia l’abito ed è già pronta a porgere un brodo caldo a costui, diventato inaspettatamente mite come un agnellino. Incisiva è questa considerazione dell’autore: “Era come se riuscisse ad individuare i frammenti della presenza divina in ciascuna persona, a disseppellirli per una loro ricomposizione rasserenata ed autentica, al di là di ogni contraddizione.” Ma viene il momento di essere ella stessa inchiodata ad un letto di ospedale, avendo già subito un intervento all’utero per un tumore, che ora di nuovo insorge. Tuttavia, ella è una malata speciale, che non si lamenta, anzi, serba sempre la sua serenità ed è lei a rassicurare le sorelle, esortandole a non “perdere tempo” per lei: “Ci sono dei malati gravi ai quali è meglio attendere, mentre a me non manca niente”, “Non piangete, io muoio contenta.” Chiede solamente: “Quando non sarò più in grado di pregare, raccomando tanto di farlo per me.” Dal suo radioso sorriso traspare già la beatitudine paradisiaca che l’attende, come testimonia il medico Nordio: “Lassù sta morendo una santa.” E il primario Zuccardo Merli ne resta affascinato: “Morì così, come nessun altro io vidi morire, come chi è già in uno stato migliore di vita.” Lascia alle suore questo testamento spirituale : “La ghe diga a le sorelle che le lavora solo par el Signor, che tuto xe gnente, tuto xe gnente.”

Dopo la morte di questa infaticabile serva di Dio (20 ottobre 1922), si diffonde immediatamente la fama di santità, comprovata da miracoli che avvengono per sua intercessione, come quello di Sebastiano Fasan, guarito improvvisamente da un osteosarcoma in fase terminale. L’11 maggio 1961 Papa Giovanni XXIII la proclama santa, confidando al vescovo di Treviso, Antonio Mistrorigo: “La causa di suor Bertilla corre da sé, tanto è semplice, limpida e bella.” È un mirabile esempio, di come, in fondo, sia accessibile la santità, seguendo “la via dei carri” (il sentiero più nascosto che, attraverso la campagna di Brendola, conduceva alla chiesa), come soleva dire la suora vicentina, cioè la via dell’umiltà e del nascondimento, uniti alla rettitudine, alla capacità di sopportazione e alla totale donazione, come dichiara il Papa al momento della canonizzazione: “è il sacrificio spinto fino all’eroismo, perché nascosto alla fatua curiosità da un delicato riserbo; è la semplicità che sgorga dal confidente abbandono in Dio. Gli insegnamenti di suor Bertilla, vissuti in una luce di eroica perfezione nel breve arco della sua vita, sono quelli della celeste dottrina, che ancora una volta viene proclamata in faccia al mondo dall’esempio dei piccoli e dei semplici…”

Antonio Chiades ha avuto il pregio di illustrare la vita di questa santa secondo il suo stesso stile, nella semplicità e nella chiarezza, descrivendo la sua figura con dovizia di particolari, frutto – è evidente – di un’accurata ricerca, pur attraverso una forma sintetica che non appesantisce, nonché strutturando con logica coerente l’intero corpus, cogliendo la profondità dei suoi insegnamenti ed eclissandosi come autore, così che rifulga la gloria di Dio attraverso questo Suo capolavoro realizzato grazie alla totale disponibilità e confidente abbandono di tale creatura, ciò che è il principale insegnamento di questo testo: “Lasciamo fare al Signore.”
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