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Sussurri del cielo e mormorio dei numeri primi

Questo libro di Filippo Giordano, che evoca una sorta di parentela con il betseller La solitudine dei numeri primi, è la decodifica in versi della metafisica dei numeri primi che lo scrittore rintraccia in filigrana all’ordinamento dell’universo. È come una cosmogonia che il poeta contempla nel decifrare l’enigma dell’esistenza di Dio e dell’uomo: “Se il mistero della divinità | fosse legato alle leggi sovrumane | che regolano le movenze dei pianeti | e la distribuzione dei numeri primi…” (Se il mistero della divinità). Partendo dallo studio matematico, infatti, Filippo Giordano individua il principio della creazione, l’Assoluto che regge il mondo, corollario di quell’assioma che è la speculazione sui numeri primi. A monte vi è un’indagine affannosa, volta a fiutare le traiettorie delle costellazioni, le coordinate dei pianeti, per risalire all’archetipo originario, mentre si guarda con ammirazione e trepidazione a Colui “che move il sole e l’altre stelle”: “Vago lo sguardo nell’immenso cielo | sperando nella scia delle comete. | Straripa a volte il Caso dilagando | fra meteoriti che cozzano pianeti | nei loro lunghi viaggi senza meta, | pietra scagliata sulla carne inerme | che si contorce e spasimando implode | polverosa concime della terra. | È l’uomo figlio d’uno scriteriato | ordine di forze che s’attraggono | o collima la sua intelligenza | ansiosa con il Tuo volere? | Chi sono i puri ai quali Tu concedi | il codice che valicando il dubbio | nutre di fede il corpo e l’esistenza? | È gonfio di silenzi il Tuo respiro…”.

I numeri primi diventano metafora di un’eccezionalità, di una libertà incondizionata, di cui si può rintracciare il capostipite in Dio (“Uno, capostipite genetico | del tutto e di ciascuno singolare | primo fra i primi, onnipresente | in ciascuno dei numeri a seguire, | poiché ciascun intero | oltre che per sé stesso | è sempre | almeno divisibile per uno”): “Ma i numeri primi | possono capricciosamente andare | a zonzo nell’universo mentale | dei numeri interi e naturali | sciolti da qualsiasi regola | a farsi beffe dei matematici | che non riescono a inquadrarli | dentro il canale della comprensione? | Può l’universo dei numeri interi | sfornare primi estraendo a caso, | una tantum, dal pallottoliere | il sempre più raro cavaliere | che non si piega e non si spezza?” (Nel mare grande delle attrazioni). Sono numeri non divisibili che per se stessi e per uno, che brillano di luce propria, ciò che rispecchia l’identità degli artisti e dei religiosi, che trovano in sé, nella propria anima, la pienezza della divinità che li abita, che attingono direttamente alla fonte, senza intermediari, al contrario di chi, invece, si realizza nella complementarità e nell’unione con l’altro.

Svelando un mistero insolubile quale quello dei numeri primi, rompicapo antico che ha messo in difficoltà Euclide e tutti gli altri matematici che si sono susseguiti, come un’aporia contraddittoria, l’autore si avvale della facoltà immaginativa dell’arte, del “vero poetico”, secondo la sapiente definizione del Manzoni, che colma le lacune del “vero storico.” Egli, infatti, ricostruisce la presenza dei numeri primi “dentro la corolla | che circonda ogni numero al quadrato”, come punti cardine che costituiscono un triangolo, una piramide al cui vertice c’è l’Uno, Dio: “Non dite loro che l’universo | asimmetrico dei numeri primi | dimora dentro | un perfetto quadratico universo | di numeri interi e naturali | che s’innalza verso l’infinito | secondo uno schema triangolare | e che da questo Logos | dal fiato primordiale | l’intuito della poesia | e la grazia della pazienza | elevano un nuovo altare a Dio.”

L’Altissimo è un mistero imperscrutabile, di cui si percepisce la suprema vertigine: “Solo e soltanto Dio che sovrintende | i nostri passaggi correlati | essendo eterno È, senza divenire.” (Non lagnarti se il tempo); “Prima del principio era lo zero. | Un buio senza corpo e senza idea. | Poi venne, non sappiamo quando, | non sappiamo come, né da dove, | l’essere primo, che di sé perenne | sparse il seme in ogni successivo.” È un oceano di eterno splendore di cui, in questa terra, è dato intravedere appena un barlume: “Dio è sorgente di luce che abbaglia | tanto intensamente da impedire | la diretta visione dello Spirito, | così soltanto la riflessa luce | che Egli emana | indirettamente a Lui conduce | (…) Dove e quando lo Spirito sussurra | all’uomo il suo ordine velato | quel frammento di luce rilasciata | che travasa dentro il corpo | come fulminea scia | un attimo congiunge alla sorgente | lo spirito vivo all’eterno Spirito.”

Filippo Giordano offre una lettura originale della vita e del creato, risalendo a quella concezione pitagorica per cui i numeri non sono soltanto dei simboli convenzionali, bensì costituiscono una sorta di codice criptato che presiede alla natura, degli elementi sacri che regolano come una matematica divina, riscoprendo quella trascendente armonia che sovrasta la meravigliosa architettura del cosmo.
Recensione
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