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Come suggerisce il titolo, il voluminoso testo, che raccoglie in una corposa antologia liriche sparse in diverse edizioni, è una trama di parole che il poeta tesse dalle impressioni e dalle emozioni della propria anima. Sono visioni che sorgono dalla contemplazione mistica e al tempo stesso estetica della bellezza, indagata soprattutto nelle movenze leggiadre delle fanciulle (“palpito bianco, | tremolio di ciglia, | nuvola bionda | l’arco della fronte, | ala di sogno | e vela in lontananza”, Nuvola bionda) o nel fascino malioso dei paesaggi (“Si scontrarono allora oscurità e luce | e sulla linea dell’urto violento | fu un turbinio di sfere iridescenti, | lame di sangue e spade incandescenti, | rosse criniere, coppe di cristallo”, Il nuovo giorno). È una concezione pagana che erige le meraviglie del creato a divinità, mitizzandole ed ipostatizzandole. Tutti gli elementi di una “natura viva e palpitante” (Elio Andriuoli) vengono accarezzati, vezzeggiati, scrutandone i riflessi baluginanti di quella suprema beltà cui si è immolata interamente la Poesia. Ora è il fascino arcano e possente di quell’elemento primordiale, “arché”, liquido amniotico della vita, del “mostro marino | che solca gli abissi del mondo” (Mare Jonio): “Mia immisurata onda | vena profonda | per divino sangue, | canto infinito | di sirena amante, | mio palpito incessante | al centro della sfera | e al suo celato estremo | dove l’Essere al Nulla si confonde. | (…) Mio utero fecondo | e spaventosa tomba.” (Mare). Ora è lo splendore malioso della luna: “La luna saliva luminosa | come candida sposa | sulla fronte della notte” (Le stelle sono spente). Ora è l’eterea evanescenza della nuvola: “Mio ininterrotto andare | nel cielo senza meta | eterno svaporare | nel regno del silenzio | anìmula che cerchi | il vortice di Dio.” (Nuvola). Vi sono luoghi e personaggi mitici, come la ninfa (“Chiari occhi lucenti, | capelli biondi umidi di vento | e il corpo nudo vibra | di desideri nascosti | e di accennate offerte”), ma anche piante e astri con titoli latini che suggeriscono l’atmosfera solenne che li circonda: Noctiluca (Luna), Granum, Nymphaea, ecc.

Il volto di Dio (“l’occhio azzurro di Dio”) è appena uno spiraglio di luce che squarcia le tenebre, un brivido astrale di cui freme la materia. Tuttavia si tende verso di Lui in un anelito intenso. Ad esempio, viene vissuta con profonda commozione e partecipazione la Passione di Cristo, quando “si spalancarono gli abissi | del tradimento e dell’abbandono” (La notte degli ulivi), identificata con quella dell’uomo, come in questa lirica in cui si rispecchia nell’Agnello votato al macello il delitto abominevole contro l’innocente dell’olocausto: “Dietro il filo spinato | vedo i tuoi occhi scavare | vortici di domande, | uomo calpestato. | Gesù di Nazareth, | la tua Via Crucis | non è mai terminata!”. O ancora l’annuncio della Resurrezione è avvertito come un grido unanime di liberazione e di gioia che percorre l’intera creazione: “‘Cristo è risorto’ gridava la palma | mossa dal vento di ponente | e l’ulivo sull’orlo del dirupo | e il canto dei tordi | nel verde dei limoni. | Lo gridava il colore dei fiori, | il fresco odore del gelsomino, | il fanciullo sul molo | perso dietro fuga d’aquilone.” (Pasqua). Si può riscontrare dunque una sincera ispirazione religiosa, anche se dominano la concezione rinascimentale dell’uomo al centro di tutto e il culto edonistico del bello. Si resta soggiogati dallo splendore del mondo, di cui si contemplano insaziabilmente i beni. Prendono corpo, allora, in “un’epica domestica” (Sandro Gros-Pietro) miti di figure muliebri, come Isabel, prostituta che occupava le fantasie degli “imberbi” ragazzini, icona intramontabile di un potere di seduzione, a cui sono dedicate ben tre poesie in momenti successivi, delineata quale oggetto di desiderio maschile (“Sedevi sovente sopra il muro | a lato della strada | le gambe un poco aperte | il busto eretto | e lasciavi che potessimo guardare | il rosa del tuo petto e sentire | l’umido odore denso del tuo ventre”, Isabel), ma anche risalendo al suo intimo dramma giovanile (“C’è indifferenza | nella sua pupilla | e consumata sofferenza | c’è il vuoto delle perdute essenze | la mai chiusa ferita | della subita violenza | nell’acerba adolescenza | – cancellati i sogni | strappata la polpa | del suo felice riso | aperta la voragine | di non voluta colpa –”, Isabel II) e non perdendo la sua aura mitica neanche nell’età avanzata (“La nostra dea, l’odore della vita! | Sei ancora bella sopra i tuoi cent’anni | per quella luce che albeggia nei tuoi occhi | e quel sorriso lieve sulla bocca | che si distende sulla mia tristezza”, Isabel III).

La figura della fanciulla è un leitmotiv ricorrente, che costella l’intera produzione poetica dell’autore, è la grazia personificata incarnata in numerose espressioni di notevole lirismo, come il “viso colmo di cielo”, il “sorriso d’universo”: “l’anima s’apre a praterie di canto | il naufrago s’aggrappa allo scoglio | mentre il battello si perde nella luce | e l’angelo sfiora | i tuoi capelli biondi” (Capelli biondi).

La donna nella poetica di Giovanni Chiellino è onnipresente, è archetipo di quella fecondità, visceralità, linfa vitale della Terra Madre, di cui l’uomo avverte un insaziabile bisogno, come complemento della propria identità, secondo il mito platonico della sua primigenia natura ermafrodita: “Lei viene in tutta la sua bellezza, | viene dall’alba.” (Per lei). Sorella, amante, sposa, madre: in tutti i ruoli viene evocata, come nella mitologia pagana, quale divinità, una Venere che attrae, che suscita il fuoco sacro e assicura la continuità della vita. Ciò appare evidente in questo vero e proprio cantico innalzato in onore della femminilità: “Tu fiore di tutti i giardini | profumo di tutte le essenze | timidezza dell’aurora | luce d’ogni colore | rugiada del mattino | canto di capinera | riposo della sera | miele di ogni fiele | lama di ogni ferita | (…) riso d’angeli nel cielo|” (Canto d’amore). L’amore è pienezza di vita, festa dei sensi, calore umano che accende il desiderio: “Noi amanti distratti aspettiamo | il silenzio della notte | e bevendo le gocce dell’attesa | ci ubriachiamo di sogni. | L’amore batte polpastrelli di desiderio | sui tamburi del sangue | e il ritmo invade la mente.” (Il giorno). Ma è anche slancio trascendente: “Quando cade nel cerchio del mio sguardo | il palpito fugace dei tuoi occhi | una luce s’inarca, | cede l’anello della notte | e per azzurri passaggi | vanno i cavalli dei sogni | nelle canne del vento | soffia l’angelo del mattino | e sui nodi del tempo | suona l’arpa della speranza” (Nei tuoi occhi la luce). O è anche nostalgia e struggimento dell’assenza: “Guardo con occhi attenti l’oriente. | Attendo… | Da quando sei tramontata | non c’è luce in arrivo. | Nella notte del cuore manca | la stella del mattino.” (Stazioni per un’assenza).

La donna è identificata con la Terra nel suo grembo accogliente, che genera vita, ma anche divora cadaveri. Questo aspetto lugubre compare soprattutto nella sezione Il giardiniere impazzito, dove la logica distruttiva della guerra e della violenza sembra aver sovvertito ogni valore e profanato oscenamente la bellezza: “Sradicare le ortensie e il rosaio, | eliminare i bulbi dalla terra, | tagliare il calicantus: | fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno. | (…) Bisogna fare spazio a cose | più importanti: | mine anti uomo, missili, mitraglie, | un’infinita varietà di armi.” Vi è tutta l’amarezza angosciosa di un’innata meraviglia della vita inficiata dall’iniquità perversa degli uomini: “Contorte strade ha l’uomo, | interminabili, | e il cuore lo confonde.” (Hiroshima). I versi risentono di questo “delirio”, come se corressero a precipizio, incalzati da un furore insano, senza trovar tregua: “Cadono i raggi, i cerchi e le clessidre | dal carro delle ore, | cadono sugli occhi dei fanciulli | appesi ai rami fragili del sogno | come foglie ingiallite che attendono | la gelida mano del vento.” (Prologo). La guerra è uno strazio terrificante: “Non aprire le tue fauci di morte, | nero dio della guerra, | odio cupo, onda alta di fuoco” (Non aprire le tue fauci).

Ne La voce della terra e altre voci vengono elevati dei poemi in omaggio a personificazioni della natura (La voce del vento, La voce della terra), a personaggi mitici (La voce degli eroi, La voce del poeta, Le guerre e gli eroi, Pittori e scultori, i Poeti), a realtà metafisiche (Le parole della vita, La bellezza). Attraverso un ampio excursus si ripercorre la vicissitudine storica, artistica, spirituale, letteraria (da “Callimaco dal puro canto di cigno”, a Dante “aquila incendiata della mente” fino a “Ungaretti- Quasimodo – Montale, | anche loro scintilla di eterno | prigioniera nei reticoli del sangue”) che costituisce il nostro più prezioso patrimonio. Questi poemi in cui “memoria del mondo e memoria della poesia finiscono per coincidere” (Sadro Gros-Pietro) riecheggiano l’ampio respiro dei Sepolcri di Foscolo, in una “funzione vaticinante” (Davide Puccini), costituiscono come un “canto dello scibile umano” percorso da un “afflato epico-lirico”, come nota il critico Silvano Demarchi. Ad esempio in questi versi si può apprezzare l’epos sublime: “Camminate fanciulle | dalle lunga ciglia | sulla nuvola bianca dell’idea | e tramutatela in azzurro sogno, | volo di gabbiano nell’arco della luce”; “Sublime accento del supremo verso | che dal fiato dell’Essere s’effonde!” (I poeti).

In Da il volto della memoria s’indaga la dimensione del tempo e dello spazio (“Arde la fiamma, | il ceppo si consuma: | il fuoco è un’avventura dello spirito | che lascia il corpo | a perdersi nel Nulla”, La maschera del tempo) sospesa in un tono elegiaco nel ricordo: “Sono i ricordi sguardo di bambina, | lieve come bianco di betulla.” (Nel giardino). Sono idilli in cui prendono forma, ancora una volta, figure mitiche, come le onnipresenti fanciulle: “V’era la fronte timida dell’alba, | vi rideva la stella del mattino, | una felice prateria di canti | sui campi devastati dal silenzio.” (Visione).

La morte è uno spauracchio da esorcizzare, che incute terrore; è l’antitesi della vita e della bellezza, come in questa spettrale personificazione: “Io sono la Morte | nella gelida distanza delle stelle, | nella chiusa infinità del tempo, | nella perduta sommità del tempio” (Le parole della morte). Si ha tutto il senso di una tragica ineluttabilità (“Unica certezza, nel fluttuante gioco, | il rigido spessore della morte”, La finzione del viaggio) e di un amaro scacco dell’uomo di fronte a questa perenne nemica: “Dio, l’uomo dondola appeso alla tua morte, | perché tarda la gloria del terzo giorno?” (Il passo dei soldati II). È condanna inesorabile: “Il verdetto fu pronunciato: | la voce indefinibile veniva | da distanze profonde | nella clessidra dei secoli dove | i giorni precipitano in macigni | e il tuono è silenzio.” (Verdetto). Ma è anche elegia legata alla perdita di una persona cara: “Per te, da molto tempo | non tornano i minuti, | scesa nell’orbita che non ha misura.” (Marolo). Interessante è questa intuizione sulla dialettica Bios-Thanatos: “La morte-vita è il chiodo | sfuggito al Grande Costruttore | la vita che perfora | l’essere e il nulla sul palcoscenico | dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice | di Dio. Il resto è scena.” (Verso la luce).

Anche il viaggio è un topos ricorrente nella poetica del’autore: è il nostos di Ulisse che, errando per terra e per mare, come nella poesia pascoliana Alexandros, trova ciò che tanto affannosamente cercava nella sua casa, nella sua donna, “centro della sfera”: “Il viaggio è finito | quando è iniziato, | intorno alla fanciulla | il cerchio ruota.” (Il viaggio). Come osserva Roberto Carifi, infatti, “la poesia di Chiellino è arricchita da una forte tensione al ritorno, da uno sguardo che penetra il fondamento e contempla l’origine.”

Nell’ultima sezione che dà il titolo all’intera raccolta si persegue una sorta di meta - comunicazione, affrontando il tema delle parole e della figura del poeta (…E le allodole si perdono nel vento, | tu solo dormi ancora sotto gli alberi, | dai forma e sostanza alla parola | trovata nei fondali del silenzio”, Al poeta), svolgendo in senso allegorico la metafora della tela del mito di Aracne: “Anche al poeta fu data la tua sorte: | escluso dal canto universale | fu condannato a raccoglierne i frammenti | sempre oscillando tra la luce e l’ombra, | tra la spina e il fiore, tra la terra e il cielo.” (Tela di parole).

L’autore sembra che voglia esprimere nella totalità il suo universo poetico, sbizzarendosi su tutte le tematiche possibili e cimentandosi nelle sperimentazioni più svariate, concedendosi, da ultimo, anche il vezzo della folgorazione istantanea degli haiku: “Leggera brezza, | rugiada sulle foglie | e Dio sorride.”

Si possono ammirare in Giovanni Chiellino un intenso lirismo, un’efficacia icastica delle immagini, uno stile aulico, un sapiente dominio delle forme (un “rigore logico e nitore linguistico”, come osserva Ninnj Di Stefano Busà), l’eleganza, la musicalità e l’armonia delle parole, ricamando, così, davvero una tela arabescata quanto mai pregiata.

È gradevole assaporare, ad esempio, questi versi: “Sornione il vento ha denudato | il mare sfiorandolo | con lingue di seta e ora | lo rivolta nel suo infinito letto” (Alba sul campo di battaglia); “Cieli dell’aurora ricamati di stelle” (Rondine dei campanili); “s’insediano i gendarmi delle ombre | sui bastioni della notte, portano calzari di rugiada” (La ninfa); “e le fanciulle correvano nel vento | come vaghe colombe all’orizzonte” (Camminai all’alba); “solo per un momento rimarrà | sul vostro capo la nuvola soave | dello spirito, ma presto alzerà | le bianche ali e volerà verso | gli argentei confini del’alba”; “gli occhi ancora colmi | della chiara rugiada dell’aurora.” (Le guerre e gli eroi).

Recensione
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