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I versi di Velso Mucci sono improntati ad un intenso lirismo e seguono una logica sopra le righe, un po’ borderline, sulla falsariga dei flussi di coscienza di Joyce, dall’autore non a caso particolarmente amato, tanto che in suo omaggio ha scritto una sorta di Ulisse, L’uomo di Torino.

Tempo e maree: il titolo è emblematico della vicissitudine storica e contingente che s’intreccia con quella intima e assoluta. Proprio come le maree i pensieri e le emozioni approdano dal gorgo dei flutti su straniera sponda, dove si depositano i versi come perle rare. Tutto il patrimonio di un vissuto si riversa su quella riva del tempo che non è ormai che attesa della morte: “Noi viviamo in un tempo | che la Morte è sospesa”, esordisce in quest’opera scritta a Londra prima di morire, nel 1964. Allora si catturano con avidità le ultime schegge di luce, i frammenti di tutta la bellezza posseduta in questa vita, che è poesia, appunto. Ecco, così, lo spettacolo fascinoso della natura: l’immagine del mare ricorre spesso, infatti, come metafora della vicenda umana sospesa tra terra e cielo, tra la vita e la morte, tra il tempo e l’eternità. Dominante è poi la presenza luminosa della sua compagna di vita (Dora), la quale sembra essere un’icona montaliana, una sorta di Clizia che porta al poeta la salvezza e la felicità: “di te che corri lontana sulla riva | e torni ridendo con gli occhi, | in uno degli anni | che ci siamo trovati a vivere | e a muoverci insieme”; “Scherzava il piede tuo con le acque scure; | e le terre passate | e le future | ci davan tregua; | e alle nostre membra svanite | pareva lieve | anche l’età che muore.” Anche lo stile del dialogo con l’amata, la donna dalla chiaroveggente lungimiranza, circonfusa di un’aura di sacralità, rievoca Montale (perfino nel nome di una sua indimenticabile figura muliebre, Dora Markus): “Tu mi domandi perché amor non sciolga | mai la tristezza nel mio solitario | e pigro sangue. | (…) È segno che scordi il dolore | che mi costò anche il tuo dono; e ho paura, | se tu scordi, che il poco e lento amore | si perda ancor nella mia vita oscura.” (A Dora). L’amore è la misura colma della vita, per cui, dopo aver avuto la grazia di questa comunione di anime, si può morire certi di aver conosciuto ciò che di più bello esista sulla terra: “Che sarà di quell’anno | e di quel sole | che accendeva la costa, | o amore, | e io stavo sulla riva di ciottoli | e guardavo | dorarsi il tuo bel corpo? | A enormi spole | si trae la Terra; | e quelle poche e sole ore di vita | avremo.” (Dell’amore e di qualche altra passione). L’immagine radiosa della donna scavalca anche la morte, nella vocazione all’assoluto dell’amore, che oltrepassa i limiti del tempo e dello spazio: “Così andiamo alla notte | abbracciati, | o moglie mia, | e io sento ancora il tuo bel viso acceso, | che in me dileguerà l’ora ch’io muoio.” La poesia di questa affinità di anime corre sul binario morto della storia, accendendosi di slanci lirici: “Tenera moglie mia, che ascolti | e al ruminar che fo dei tempi avuti | tieni i tuoi azzurri occhi | umidi e muti, | tu sai qual poca cosa | è questo rivo d’età che io sto passando, | e in quali ossuti incubi | urtò la vita mia | all’abbrivo della bella stagione; (…) E vedi ormai | che il mio cuore si fa d’ogni tuo moto, | dolce o inquieto che sia, | gracile specchio. (…) | vedi che forza | è ancora questa nostra ansia di stare | insieme, | e di seguir come si scorza | a dura pena | un mondo odioso!”.

Pure la sua ideologia comunista accomuna l’autore a Montale, sebbene quest’ultimo avesse respinto sempre qualsiasi invadenza di partito. In questi testi, infatti, compare anche l’attualità, con le sue problematiche storiche e sociali, resa con sapienza artistica, in modo da non scadere in un impoverimento lirico: “questo è un tempo che torce ogni nostra ora.” Vi è il dramma esistenziale di un uomo che ha vissuto tutta l’inquietudine storica della guerra, nella sua carneficina sanguinosa, e che vede appressarsi il compimento estremo della sua sorte, affacciandosi lo spauracchio del nonsense: “chi darà pace in questo clivo a un uomo | che vide le corde e gli oltraggi | di ciò che si dice è la Sorte | muoversi da dita d’uomo | prima che la natura abbia il suo corso | e non fu in tempo a temere | ciò che sarà la sua privata morte | che già un oltretomba | trovò sui campi dei vivi | e consumò il suo sangue | prima ancor di distinguerlo | da quello degli altri | a sostenere uno scheletro d’uomo | che Nullo ebbe nome.” La morte è minaccia certa che incombe come una spada di Damocle sugli ultimi barlumi di luce dei giorni: “A quella Morte | che or qui si batte, | noi non stiamo!” La preveggenza della morte per l’autore  è una costante, è l’anima stessa di questa raccolta: “Bruceremo quaggiù, | lente antraciti, | per le macchie odorose,  | o sotto i geli | delle notti stellari; | e di tra i resti polverosi dei muri | coveremo morte alla Morte, | perché un giorno | ai miti raggi del sole che ci fugge, | gli occhi | forse un’ultima volta | abbiano un riso.” I morti appaiono come presenze inquietanti che neppure esse hanno trovato la pace, e sembrano vagare sospese tra due mondi, non più vive, ma neanche del tutto morte: “in questi giorni assurdi che viviamo | quando anche i morti ritornano | sia pure da un viaggio di pochi metri | e aspettano qui con noi | di rientrare alle loro fosse | o di sparire nelle nostre ceneri.” Vi sono poi vere e proprie visioni oniriche, come quella del re defunto d’Inghilterra in un bar di Londra, sempre sullo stile di Joyce, per il quale la storia non sembra che un ammasso di cadaveri: “nonostante le guerre e lo sterminio | che ha ispessito lo  strato di noi morti.” Sembra che tra i vivi e i morti si sia infranta ogni frontiera, in una pericolosa e ammorbante promiscuità: “né voi potrete vivere a lungo | così sospesi tra il futuro e la cenere | né noi potremo a lungo essere morti | se l’uomo da sé si scoraggia di vivere | e perde l’idea del domani | sarà tale la calca dei giorni defunti | su questo campo armato | di spaventa uomini | che nessuno vedrà più quale giorno | o quale notte | lo divide dall’altro | e nessuna frontiera più tra noi e voi | potrà fare di un metro di terra | le contrade su cui corre la vita.”

La memoria, legata al padre, alla madre e all’amata, scava tra le tracce “in questa frana | che fa il mio tempo”: “È raro che io t’incontri, o madre. | Vaghi | tu in età più remote; e se a parlarti mi scopro, | è antico vizio.” Essa è proprio come una marea che rischia di sommergere il poeta nel suo gorgo vorticoso di rimpianti, in un baratro senza fondo: “Per qualche istante sarò anche buffo da vedere, | mentre mi dimeno | sulla cresta d’un ricordo più alto degli altri; | poi il risucchio sarà così forte, | che colerò per sempre a picco | nelle profondità della memoria.” (Disintossicazione).

Il ricordo della guerra odora di sangue e di perpetua maledizione: “A eterni danni | pareva ormai deciso il mondo”; “E il sangue, | dalle sue spente foie, | anziché triste, | si volta in odio ormai contro una sorte, | che è più nera del nero arco dei cieli.”

La vicissitudine di questa “umana compagnia”, che dà il titolo ad una sezione, appare come un’avventura coraggiosa e densa di epos, affascinante perché unica e irripetibile, autentica e libera espressione di sé, ciò che è il maggior pregio di Velso Mucci.

Recensione
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