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Un aspro canto

I versi di Francesca Simonetti sono improntati ad una levità e ad un suggestivo lirismo, aleggiando nell'armonia della poesia, nella profondità dei contenuti emotivi, nel vibrante ritmo compositivo, nello stupore dell'estasi contemplativa: “Oh la dolcezza delle parole / quando si fanno corpo / e non vestimento effimero / d'oro e d'argento-celando inganni / o lenimenti / come orpelli di piombo / su fragili membra; / la parola che vola scarna / come implume / senza l'ala materna / dolce e possente / come sa essere la poesia.” (Preambolo).

Il male che intercetta la nostra esistenza è sorvolato dall’afflato poetico, come la chiarirà di un cielo azzurro che s’affaccia sull’abisso: “Un aspro canto mi sibila nel cuore / cercando la corda consona / per addolcirne il suono / ripenso ai versi “in morte del fratello…” / ma sono tante le morti / che la vita può dare: / il muto silenzio dell’inganno - l'inerzia / della perfidia indotta da turpe mano / che scardina il nido / per rubarne la linfa nutrimento / per gli implumi ignari / ed in attesa del filo d'erba offerto / da chi li ha generati. / Aspra è la terra che accoglie / ringhioso il mare che effonde la sua possanza / ma è azzurro il cielo che si schiara / per donare la dolcezza del canto-eco / delle ataviche dimore.”

La poesia tenace resiste e sopravvive finanche alle intemperie del tempo e allo squallore della realtà: “Fedele Musa, sempre mi sei stata accanto / muta e silenziosa pur quando i miei pensieri / vagavano nella tempesta ed il vento / piombava con raffiche veloci / esulando dal reale moto / mentre il deserto gelato riportava alla luce / sterpi e legni sepolti negli inverni / quando le fiamme scaldarono le soste / dell’intrapreso viaggio: / ora con parole sconosciute / oltrepassando le barriere del suono / mi sfiori la mente / e mi riporti sprazzi di futuro / se pur sottile ma vero / per l'ansia di visitare il mondo / sconvolto e pur sempre bello / quando le albe si fanno di rosa / levandosi coraggiose / sullo sterminio della bellezza / che si fa poesia -dolorosa e tenace- / come il vagito del neonato / mentre la madre muore.” (Fedeltà della musa).

L'ingiustizia affoga la dolente umanità inerme, esposta all’assalto feroce della morte senza difesa: “Aleggia tenue la speranza / nei cuori d'ignari fanciulli / che fuggono dalle guerre e le stragi / mentre il ricco Epulone / continua a banchettare / tracannando vino intriso di sangue / nelle terre desolate che assorbono / ogni dolore legato ad ogni anelito / per sopravvivere alla ferocia / più cruda della stessa morte: / poema d'anni e tempo da definire / a pochi passi da noi e all'insaputa / dei pochi giusti rimasti – si fa beffe / quel destino che torna ricorrente / ignoto ed infinito come gli uragani / o i maremoti: scontato il tempo / nel contaminato del pensiero, / per noi le immagini senza tempo / di madri avvinghiate ad esseri / appena partoriti condannati alla fine.” (Mare di morte).

La vita a volte può arenarsi su “un binario morto”, prima di ritrovare lo slancio per ripartire: “Vissi la mia vita a metà per cento / fino all’autunno dell’alba marina / quando ritentai il viaggio / ripercorrendo il binario in disuso / con fardelli di ritrovati sogni: / ora rivivo i miei giorni come fossero / nuovi e ne conto le ore / come fossero monete d'oro / da spendere con parsimonia- / spero soltanto di non diventare / schiava della paura che la morte / impone ma invano - / se ogni giorno mi alleno / per incontrare il sole.” (Binario in disuso). A vegliare su “quel guazzabuglio del cuore umano” è la tenerezza divina: “Dio si nasconde nelle pieghe / dei cuori e attende.” I poeti camminano sulle acque inquiete del flusso dell'essere come Cristo con la Sua maestà divina: “I poeti abitano il mare / lo respirano o ne fanno versi / i poeti parlano con le onde / nel ricordo di Cristo / che sfiorò la verde distesa / fattasi via: i poeti sognano / di attraversare il mare / cullati dalle onde che trasbordano / tumultuose / sui riflessi d'argento spalmati / sulle acque setose / come un pavimento appena lucidato - / i poeti annoiano le menti / consunte dal gelo dell'inverno / in attesa del sole / che tarda a splendere / quando pure il cuore è nel freddo.” (I poeti).

Il mare raccoglie il grido di dolore che solca il “poema d'anni”: “Nel mare il segreto dell'eternità / nella conchiglia la voce narrante / prigioniera: nessun orecchio / raccoglierà quel suono-ultimo grido della terra. / S'accosta al volto la conchiglia col tocco / tenue d'una mano scarna: il suono sordo / incita al desiderio dell'ascolto, / onde trasbordano voci disumanate / reminiscenze d'urlo.” (Poema d'anni). Il divino amore che trascende ogni umana misura nella sopportazione della più atroce sofferenza è un mistero inconcepibile impresso sulla sacra Sindone su cui invano gli scienziati si provano a discettare: “e scettici spiegano i tuoi tormenti / per eccesso di sacrificio / contro pure l'evidenza / d'un telo che non ha l'eguale / qui sulla terra intrisa di male. / Eppure le tue leggi, Cristo, / fanno paura perché / ricche d’amore'amore senza condizione.” (La sacra sindone).

Suggestiva è questa metafora della rosa, della fragilità della bellezza riguardo alla quale ci s'interroga se lasciarla languire durante la sua effimera stagione o coglierla per sottrarla alla sua “illusione di primavera”: “Che tristezza una rosa d'autunno / che s'ostina a sbocciare / fra le foglie sofferte / dopo un temporale-/ raccoglierla o lasciarla vivere / per una illusione di primavera - / raccoglierla per lasciarla morire? / oscuro dilemma la vita e la morte-/ l'odio o l'amore / eppure non si possono scegliere / avvengono come gli eventi / della natura quando devasta / con la furia delle sue acque / o quando la terra si scuote d’addosso / i macigni che l'uomo le impone: / oscuro dilemma la rosa raccolta / o lasciata nella sua nicchia di foglie / per vivere fintanto che ha forza / respiro per strappare / anche un giorno alla fine?” (Oscuro dilemma).

L'ottusità umana sembra temere il respiro alato della poesia capace di valicare ogni frontiera e di sorvolare l'umana miseria: “Soltanto la folla impazzita / ha paura del verso / primigenia frattura-sussurro / dell'umana favella / alba e vita ma pure mistero / speranza nel frastuono del tempo / che ingoia l'odio e l'amore / come il mare l'eterno fluire / che ci accomuna-eppure / ci stacca la carne / dall'assenza divina-la luce- / proiettando nell’ombra lo sguardo. / Chi ha paura della parola? / Forse la morte ed il male / o i demoni del vuoto- / che ci sfiorano senza tregua / con il tocco ambiguo e setoso / del continuo reale moto.” (Chi ha paura della poesia).

Francesca Simonetti in questi versi ci fa dono di “un aspro canto”, là dove esso scaturisce dal duro impatto con la realtà, così come la vita da un’aperta ferita che sanguina senza sosta, senza mai rimarginarsi, se non nella dimensione 'altra' dell'Eternità: “Latrati sempre più alti intanto / spezzano il silenzio: è / l'urlo della terra / in cui si rimugina il pensiero / intersecando la speranza, / ultima musa / cantata per un futuro da dimenticare.” (L'occhio della vita).

Recensione
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