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Il titolo suggerisce già la dimensione altra verso cui è proiettato il cosmo poetico di Gianfranco Vinante, la tensione al trascendente. Lo stesso stile aulico, in una forma elaborata e raffinata, alimenta l’atmosfera rarefatta, come sospesa tra cielo e terra. Si ha il senso della sacralità della vita e della missione della poesia, come un’investitura celeste: “Domani e ancora domani bruceranno | le ore e i giorni come grani | di aromi sacrali | a ricordare a trattenere vita | pure in recinti esanimi | di sogni mai giocati.” (Liturgia). Si avverte il respiro divino che aleggia sopra l’universo, l’armonia delle “etterne sfere” che lo sovrasta: “Ritmo di dei nell’etere.” (Improvviso d’agosto-1). La natura è lo spunto privilegiato per l’ispirazione poetica, in essa vi si specchia rintracciando le “corrispondenze” di Baudelaire, la fitta rete di simboli di cui è intessuta: “Alberi | vita che si adempie in terra e luce | realtà conformata al suo slancio | e solo il vento per avventura. | Potervi emulare forza di crescere | la radice più fonda radice | da fioritura più alta fioritura… | Sempre più terra | sempre più luce.” La terra è un’epifania di bellezza che suscita  l’estasi dell’anima: “Felicità sentire le radici | viluppi incogniti nell’humus | e in alto gemme e vertici | che si flettono alla luce. | Abitare il folto dei rami | intrecciato di respiri. | Felicità questa forza di esistere | che più scava più sale.” (Felicità arborea). Ci si vuole perdere nell’infinito, sciogliere nel liquido amniotico della vita, tuffarsi nell’ignoto dell’eternità in un’ansia panica: “Scorrere senza gorghi a foce | nel mare che si ignora | se non che sarà pace” (Anche questo è sperare). Ci si sente trascinati dalla corrente celeste che attraversa i corridoi dell’esistenza: “Eccomi sorte incessante | in corsa inafferrabile | che vibra d’aria e d’oro.” (Eccomi).

 Si sfoggiano immagini icastiche che raggiungono spiccati vertici di lirismo: “Solo un po’ di vento basterà | affollato a frontiere di vuoto |  in sentori di terra | perché duri a garrire la speranza | sulle sue verdi altissime bandiere.” (Verdi bandiere); “Libeccio chiaro inaridisce il cielo | pure in riverbero di gemme | nuove ombre lilla al vespero | donde si fa squilla ogni brusio” (Impromptu); “o in acquietato pullulare d’astri | che si contempla senza abbaglio” (Forse mostrando). In questo scenario idealizzato pure la figura muliebre fa la sua comparsa secondo la tradizione stilnovistica della donna angelicata come la Beatrice di Dante o il topos dell’amata sospirata durante la sua assenza della letteratura provenzale: “Presenza di lei così vitale | da nascondermi il tempo | serbare fulgido il sole | gaudiosa l’aria di tutte le contrade. | Assenza di lei così cruciale | non mi riveli il vuoto | che incerto incombe e freme | più crudo, oltre il suo fascino.” (Presenza). La sua persona è tuttavia anche intrisa di una voluttuosa sensualità che esplode nella festa di luce e dei sensi della primavera e in particolare del “maggio odoroso” che  “ingemma il sangue”: “Tutto di te, improvvisa | vibra un etere | e in me ogni fibra. | Altra è quest’aria | bionda, che ora illumini | faccia di sole! | Flàmmea rosa | da un vano azzurro – a sera | fulmini sogni. | Lucide membra d’ambra | un vaneggiare | danza e già fugge.” (Sequenza di haiku – 10). Il senso luttuoso del distacco a rincorrere l’ultimo treno che porterà lontano l’amata è in questi versi: “Avremmo dovuto potere | salirci e scenderci incontro | in vece naturale alterna. | Avremmo dovuto capire | che es-austa la passione tra due Sé | l’incontro di due Io rischia lotta | anche mortale, l’avversione | che spinge a due opposti dietrofront.” (L’incontro).

A svelare la poetica dell’autore sono questi versi che professano la fede in un’arte quale espressione dell’ineffabile: “Cetra silente | èrgila alla luce | perché ne abbia suono. | Arpa obsoleta | vibri senza chiave | ma verrà una mano. | (…) Poesia, voce - | - silenzio a danza | mimo d’indicibile.” (Sequenza di Haiku – 9). La sezione degli haiku è caratterizzata dalla folgorazione delle intuizioni, come in questa lirica sempre dedicata alla creazione artistica, di cui si esalta il valore metafisico: “Intreccia il Verbo | fili inseparabili | voce e silenzio. | (…) Verso. Cristallo | d’un soffio catturato | a un vento perso. | Poesia misura | echi d’indicibile | silenzi a danza. | Arte. Fulgore | strappato e ridonato | all’infinito.” (Sequenza di haiku –27). Rievoca l’ungarettiana “una parola | scavata è nella mia vita | come un abisso” quest’espressione: “Non però sul mordere mai lento | di quel grido dentro che deve | solo così farsi parola.” (Dalla scala dei giorni).

Vertiginosa è questa visione delle cattedrali che spazia sull’immensità ed echeggia il gaudio celeste: “Arcate sommità | fan gravitare all’alto | le cattedrali. | Carene inverse | cupole d’alba e perla | solcano eccelsi. | (…) Canta speranza | quel chiaro di cupole | pure già un cielo. | L’angelo d’oro | non chiama apocalissi | squilla di festa!” (Sequenza di haiku – 27 Cupole di Padova). La città di Padova rivive in tutto il suo splendore “per altro stupore alle cupole | quel gravitare all’alto – sogno e luce.” (Pensando Padova).

L’altrove è la mèta verso cui convergono tutte le attese: “Modulata luce d’ore | proietta contemplazioni | da ogni dove di volti e contrade | in altrove senza quotidiano | e si alza mente illesa | dal cozzo delle contraddizioni | che trascese a misura dell’urto | accendono un altro bagliore.” (Raggiata conchiglia). Suggestiva è questa lettura delle opere del pittore della luce frate Angelico: “Spola d’angeli ritesse la Parola | tra luce e buio scrivendola netta | al di qua dell’oro delle icone. | Raggio d’angeli vampa di annunciazione | eclissa rossore a Maria | quel tremore già fermo…” (Fra’ Angelico). Delizioso è questo scorcio natalizio, denso di presagi profetici che rivelano un mistero imperscrutabile di misericordia e di speranza: “Quel vagire atteso dai Profeti | voce, luce altissima alla notte | folgora eclissando ogni altra | a svegliare silenzi | illuminare visioni. | Rinasci, speranza incarnata | Bambino – Croce- Resurrezione | e l’astro che culmina Natale | da ogni stella raggia nuova luce.” (Lauda di Natale). Lo spunto religioso è il più fecondo per la sublimità dell’ispirazione poetica: “Folgore subitanea | la spada persecutrice. | (…) Spada d’uomo nuovo recide alla Legge | superbia che essa solo basti | e vince spezzata confitta nella terra | nuda l’elsa a icona di Croce.” (La spada di Paolo). Di notevole lirismo è questa poesia intessuta di citazioni di salmi, a celebrare l’Arcano in un intenso slancio mistico: “Ma trabocca da Te la fonte | che anima i fiumi di Eden | sapienza che gemma armonie | l’acqua del Caos remota nel suo buio. | Colore inavvertito i Tuoi laghi in pace | sono solo fulgore. | Frastuono opaco | il mare rovesciato sui nemici. | Potessi radicarmi come albero | all’acqua viva anelata dalla cerva | o come l’immerso nel Libro | righe come rive e in alto verde spiro. | Sentirti dentro e sopra ogni evento | anche se “Sul mare dove passi | le Tue orme restano ignote” | e l’angelo delle acque trema alla Tua marea. | Ne resta il segno criptato nelle viscere.” (Acque della Bibbia). È l’ansia di eterno che fa fremere lo spirito, nel “diaframma insuperabile | tra visione e mistero” (Metànoia): “sottratta all’immanenza ogni misura | pur mai perspicua | all’estremo degli stupori | (ma è arte del cuore) forse mostrando | che eterno si cifra anche nell’attimo.” (Forse mostrando). Su tutto, sull’affanno dei giorni, sul “guazzabuglio” del cuore, si erge quel Volto di luce, diafano, che rischiara l’orizzonte in un annuncio radioso di salvezza: “Quel Volto che a sé attira | quanto è più occulto a immaginazioni | più si avvicina e abbaglia | illuminandomi anche eclissi. | Mi guarda, incredibile pace | come in occhio di ciclone | mi acuisce sguardo e ascolto. | Anche ogni pena, se non esulti | d’Avvento, inizio dell’Evento.”

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