Servizi
Contatti

Eventi


Questa raccolta è improntata alla malinconia di chi si volge al passato, “ladro di vita”, nell’amarezza di aver perduto le gioie e gli affetti della giovinezza. Allora, la poesia si fa grido, implorazione, per trattenere quanto di più bello è stato costruito: “Signore Iddio | fa’ che l’acqua lucente | che corre verso la valle | non trascini con sé | tutti i ricordi, | e lasci almeno qualche illusione. | Così potrò credere | di non essere vissuta invano.” (La roggia canterina). Ad esempio, la figura materna viene evocata con struggente rimpianto: “Le mani che guidano | che consolano | e che accarezzano. | Se chiudo gli occhi sento | come un soffio leggero | che mi passa tra i capelli. | Sono le tue mani, mamma | le tue mani che tornano | ad accarezzarmi.” (Le tue mani).

O ancora è l’apparizione, di là dalla trama intricata della memoria, di un volto che emerge dal tempo lontano ancora soffuso di bellezza: “Voglio conoscere | la tua immagine | plasmata | con la creta dei miei pensieri, | vedere la tua ombra | nascosta | tra le falde del tempo, | sentire la tua voce | portata dalla brezza del mattino | parlare con dolcezza | al mio cuore.” (La creta dei pensieri). È il tonfo secco di passi perduti nel buio, definitivamente: “Il rumore | dei tuoi passi | che si allontanano | in fondo alla strada, | la tua voce | strappata dai silenzi | di cose mai dette | e solo pensate, | la mia anima | che grida alle stelle, | e loro ridono… | ridono…” (Risate di stelle ).

Sono poesie venate di nostalgia, condite con il sale delle lacrime, come “perle” ad incoronare la lunga notte di dolore. La figura stessa del poeta sente eclissare il suo antico splendore e vede destituire il suo ruolo glorioso, “stanco | di far credere | quello che lui | non crede più”: “Vende l’amore | come fosse un vagabondo | col bagaglio vuoto.” (La luce del poeta). È uno sguardo sognante e ingenuo di bimbo quello dell’autrice, capace di indugiare sulle evoluzioni di una nuvoletta, nel suo “candore | sospeso tra terra e cielo”, d’incantarsi al luccichio delle stelle, o di fantasticare sui ricami della luce. È lo stupore della contemplazione che accarezza con amorosa trepidazione tutte le cose, le abbraccia in una visione estatica: “I sogni | ricamati | su tela d’argento | sono armonia | che rimbalza | verso il cielo.” (Armonia di primavera); “Vorrei essere | alba di rugiada | strada di velluto.” (Come parete dorata); “Il giardino | dipinto dalla luna | è gioco d’ombra.” (Il lamento del silenzio).

È la dolcezza di cullare in se stessa una delicata rêverie che si specchia in un lago fiorito di bellezza: “Ho ricamato il cuore | con delle rose | colte nel mio giardino | di gioventù.” (La strada del cuore). Sono vagheggiamenti amorosi che assumono un tono fiabesco, nell’idealizzazione mitica dei protagonisti, come della principessa prigioniera in un castello incantato, le cui lacrime, per l’allontanamento dell’amato, si trasformano in fiorellini: “La luna si specchiava | sul vecchio maniero illuminando | i lunghi capelli biondi | della principessa. | Nelle notti di luna | un giovane innamorato | cantava il suo amore | alla ragazza, prigioniera | di un padre crudele. | Lei si affacciava | alla luce della luna | ascoltando quel suono amoroso.” (Lacrime di fiori). O è una languida rimembranza che incornicia la tenerezza ignara del primo convegno amoroso: “Erano sotto il pergolato | in una sera settembrina, | complice la luna | che sbirciava tra le foglie, | quando lui, | come un ladro d’amore, | l’aveva baciata. | Era la prima volta.” (Ladro d’amore). È un’elegia della poesia “arcadica” degli amori, ormai soffocata dalla banalità della civiltà moderna: “Scendeva dalla roccia | come una furia di stelle | per scivolare tra i sassi | e formare un ruscello che | piano piano | andava alla pianura | portando con sé | la carezza degli innamorati | e tante stelle di amore | luccicanti al sole della gioventù.” (La cascata dei Forti). La sublime poesia della maternità viene celebrata in questi versi: “Mani delicate | accarezzano | piano | il bimbo annunciato | e fanno conca | al pronunciato ventre | come a proteggere | quel gomitolo di tenerezza | che sta per affacciarsi alla vita.” (Maternità).

Ora t’investe il dolore della vita che si spegne lentamente: “Dal mio letto d’ospedale | poso lo sguardo | sul letto accanto | e su quella mano immobile | che ha accarezzato, | su quella bocca un po’ piegata | che vorrebbe sorridere | ma rivela una smorfia di dolore.” (Il silenzio del dolore). La velata sofferenza dell’autrice, un senso d’inanità e di vanitas vanitatum, sulla falsariga del Qoelet, dinanzi alla progressiva corrosione di tutte le cose che ti appartengono, che alimenta la vena poetica di questa raccolta, è espressa con disarmante limpidezza in questi versi, ciò che è anche cifra della suggestione enigmatica del titolo : “È solo nostalgia di quelle cose | che avevo un giorno ed ora non ho più. | Anche la gioventù è cosa vecchia | perduta dietro a muri screpolati. | Non è disperazione ciò che sento | ma un niente mescolato al mio destino.” (Quel che mi rimane).

Accanto al rimpianto delle trascorse felicità, incalza la vita novella, con le sue promesse ridenti di speranze che sbocciano, fresche di celeste rugiada, sui volti dei bimbi: “Sei arrivato | da mamma e papà | vestito di candore. | Sei come soffice neve | baciata dalla luna. | (…) Sei come | inviolabile porcellana | ed il tuo sguardo limpido | è come un canto d’amore | che si apre alla vita.” (A un bambino appena nato). Dinanzi alla vita nascente, una tristezza mista a meraviglia s’insinua, nella consapevolezza che non si potrà accompagnare la piccola lungo tutto il cammino, perché, parafrasando Antonio Tabucchi, “si sta facendo sempre più tardi”: “Guardo i tuoi capelli, | sembrano | gomitoli d’angelo | pronti | a volare col vento | nell’universo. | Voglio accarezzare | la tua testolina | ora che sei piccola | perché | quando sarai grande | le mie mani | scivoleranno lontano | da questi capelli di seta | e resterò | con un pugno di niente.” (Gomitoli d’angelo). Eppure è proprio la promessa di una nuova vita che attecchisce dalle tue stesse viscere di nonna che accende lo stupore primigenio e dà nuova linfa all’esistere: “Giro la pagina di ieri perché | se sai guardare il mondo | nel modo giusto, | c’è ancora qualcosa che luccica | in fondo alla strada.” (Insieme).
Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza