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Variazioni sul tema

La poesia di Ruffilli è indagine realistica dei fotogrammi della vita che si avvicendano nella memoria, per epifanie e pretesti creativi del genere della madeleine di Proust, avvolta dal respiro lirico che la sospende nella tensione verso un altrove. Sono Variazioni sul tema che è la vita, come è espresso significativamente nella citazione posta ad epigrafe di Osip Mandel’śtam: “Qual è il tuo tema, / la tua chiave preferita? / La vita, la vita…” Ne La notte bianca, allora, la visione dell’esistenza corre sul filo delle intuizioni folgoranti, dei frammenti di verità sparsi sulla soglia dell’utopico, di ciò che potrebbe essere e non è: “Il termine ridotto / all’incredibile / con tutti i suoi sospesi, / rimorsi e sottintesi. / Un punto fermo / al resto che si muove, / pensato e ripetuto, / pronunciato / come dato impossibile: / “Mai più”. / Per ciò che si poteva / e che non fu.” (Mai più);

“Ha la natura umana / una tendenza: / Il segreto bisogno / di sollevarsi in alto / distaccandosi dal suolo / per tornare in possesso / di qualcosa / che le sia stato tolto, / magari come ipotesi / di un suo diritto / colto in potenza, / o che aspetti di averlo / quasi promessa / come parte nobile / della sua essenza stessa.” (Natura umana). La memoria ha una sua dinamica indomita che non si può né prevedere né contenere: “La memoria cede, / annaspa e caracolla / gonfia di corpi inerti, / piena di detriti / anarchica e impaziente / tralascia quasi tutto / e non le importa niente: / resiste, si difende / e scarica ogni peso / a fior di pelle / nessuno la costringe / nessuno la controlla / se no lei preferisce / spegnersi da sola / tagliarsi ponti / e connessioni / fino ad affogarsi / da ribelle.” (Memoria). Anche il tempo è una dimensione inafferrabile, la cui logica sfugge a qualsiasi definizione: “Il tempo è un fiume / che scorre lento, / placido a tratti, / ma solo nel suo corso / di pianura, / perché da giovane / corre veloce / e d’impeto saltando / trabocca e spande. / E tuttavia, placato, / è pronto a ripigliare / la sua forza / e intorbidando l’acqua chiara / a rompere in furia / gli argini e le sponde, / a strabordare / e, travolgendo e / sradicando tutto, / fuori dal suo corso / ad affogare.” (Il tempo). L’universo è come dilavato da un magma incandescente, conteso da forze eguali e contrarie, squassato da energie sotterranee: “L’infinito esplodere / continuo / l’espansione e / il giro palpitante, / la legge che presiede / agli scambi di energia, / un mare ribollente / di luce e di calore, / spazia nel cielo / un lampo / che slitta via inghiottito / dentro l’imbuto / che lo saetta in là / dall’altra parte / - l’inconoscibile remoto - / da concavo a convesso, / ma l’universo / ha solidi confini / che dall’eccesso / piegano incurvando / nel lungo tunnel / in salita circolare / che avvitando su se stesso / trascende e si contiene / a replica dell’elica infinita, / codice e radice, / cassaforte della vita.” (Universo). Il mondo è uno spettacolo singolare da ammirare, nel suo chiaroscuro di luce e tenebre, nel suo arcobaleno dalle molteplici sfumature: “Aspetto sveglio il mondo / nel momento / del suo stare più deserto / per spiarlo meglio / a cielo aperto / in ogni suo girone / di miseria e di splendore / al vento della pura / esplorazione / e con l’effetto d’imparare / pur con qualche errore / i trucchi del mestiere, / per mangiare e bere / i molti pasti e succhi / che si è offerto di darmi / intanto, bontà sua, / in concessione / da provare alternati / nel piacere e nel dolore.” (Sveglio).

Anche l’animo umano è teatro dagli scenari mutevoli, ove si alternano la gioia e il dolore, ove si disputano il bene e il male: “L’accendersi e / lo spegnersi (per caso?) / della vita, / la traccia luminosa, / la scia che lascia / dietro a sé / quello che è stato, / amato o non amato / comunque sconosciuto, / la gioia e il lutto: / precipitato, tutto, / nel cieco vaso / che posa tra le braccia / del suo buio. / L’orma appassita / eppure, intanto, / rifiorita di ogni cosa / L’ombra e l’odore, / neppure più il colore, / il pensiero pensato / della rosa.” (La gioia e il lutto); “L’origine segreta, / la fessura, / la pura scaturigine, / la fonte, / di un proiettarsi al meglio, / al positivo. / In ciò che, stante, / creduto per durare / da vivo poi diventa / stato inamovibile, / cessato.” (L’intanto). Un noto principio della fisica (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”) si può applicare pure alla natura umana: “Perché niente / di quello che si perde / è mai perduto per intero / niente di quanto pare dorma / sta dormendo e niente poi / di ciò che muore / è mai davvero morto. / E, se quasi da incosciente / me ne sono accorto, / cerco adesso di seguirne l’orma: / la vita morendo vive / e si trasforma.” (Finalmente).

Nello sterminato deserto dei giorni baluginano miraggi che accendono i sensi e la fantasia, seducono e poi abbandonano, incantano come sirene e ti fanno perdere la rotta: “Ti abbagliano / come fate morgane / create dagli occhi / per una falsa ragione, / ti sciamano accanto / in forma più ardente, / ti chiamano a sé / con le loro maliose / campane, / per diventarne il padrone… / e ti ingombrano intanto, / ti tirano a fondo / con la loro portata / non afferrabile a pieno, / fanno impellente il bisogno / di tenerle per te / e ti lasciano poi / nel momento stesso di averle. / Le mirabili cose / del mondo.” (Abbagli). Affiora in questi versi l’anima nuda del poeta, nella sua intima ferita e nella sua aspirazione segreta: “Quanti deserti / ho attraversato… / Mai, per un attimo neppure, / arreso all’evidenza / della mia ferita. / Io, partito debole / e incerto / sui bersagli / senza vera meta e / senza una ragione, / capace invece / contro la mia attesa / di trarre energia / dal vuoto e dal dolore / destinato ad imparare tardi / come analfabeta / molti segreti dell’amore, / senza previsione / e senza meta / diventato con sorpresa / (strana la mia sorte) / via via più forte per la vita / avvicinandomi alla morte.” (Tardi).

La sezione Paesaggi con figure apre scorci di paesaggio, sguardi assorti da una stanza sospesa come in una visione onirica: “La virtù di questa stanza / è che galleggia / sopra al mondo / e il riverbero di luci… / e il rimbombo / su dal basso delle voci / mi consegna ai sensi / un resto della vita beata / degli dei. / Tra i muri e l’acqua / alla deriva / fluttuando quassù in alto / luminosa e pura / senza più difese: / il gusto della gioia, / la voglia ritrovata / senza più ansie e attese / senza rimorsi / di omissioni o torti, / fuori dal corteo / dei troppi morti.” Lo scenario naturale si fa immagine speculare degli stati d’animo, varco al mistero: “Notte afosa / in riva al lago / squamato dalla luna / dove si aprono i monti / a fare da cintura / e stanno appesi / pescando / in fondo al cielo / immerso nel suo sonno / cupo e nero, / ponti sospesi dentro al buio… / ciò nonostante / per reazione, / più forte del timore / che si ha della paura, / presi dal ritorno di pensiero / o dalla provocante tentazione / di svegliare scuotendolo / il mistero.” Il notturno, tanto caro ad un’illustre tradizione letteraria, da Foscolo (“Forse perché della fatal quïete Tu sei l’immago / a me sì cara vieni, / o Sera!”) a Leopardi (“Vaghe stelle dell’Orsa…”), s’investe di un fascino malioso, ove si annulla ogni confine, l’amore s’annida tra le stelle e si favorisce il naufragio nell’oblìo dell’eterno: “L’ombra che gronda folta / come muschio grigio / scivolando giù dagli alberi / nel fondo del giardino / mi ha già ai tuoi occhi / cancellato / sprofondato nel buio / di zaffiro”; “Veleggia la mezzaluna / su nel cielo e scivola / con il fruscio di un gesso / sopra il nero opaco / della gran lavagna.” L’alba e il tramonto sono l’alfa e l’omega che segnano il principio e la distanza dalla vita: “Il rosso del tramonto / scende a precipizio / dentro il buio, / un blu profondo e vellutato / che si allarga / a macchia d’olio: / ognuna delle due figure / sola si staglia / nero inchiostro / contro il cielo inargentato.” ; “Improvvisa arriva l’alba / con nuvole color petrolio / nel cielo verde panna. / Soffia il vento sul giardino, / fischia tra i rami / e tra i cespugli. / Scuote il tetto, a ondate, / batte sdegnoso alle finestre.”

Suggestivo è questo ritratto di città sotto le gelide sferzate della pioggia: “Pare che stiano / fuggendo tutti quanti, / trascinati da chissà / quale paura delle cose / e della vita che verrà. / Con gli occhi vuoti, / cercano il calore / della luce che è sparita.”

Lo scrittore vive la stessa solitudine del monaco, anche se non è dovuta ad una sua scelta esclusiva, ma piuttosto è il prezzo della libertà: “anch’io, come i monaci / chiusi nel distacco / delle loro celle certe / nella coercizione / ma senza l’obbligo / dell’atto volontario / senza scegliere con intenzione / la scelta loro di esclusiva, / da escluso intanto / in reclusione / contro il proprio desiderio / ma libero infine / dal suo imperio.”

Ne la Camera oscura sembra di ritrovarsi di fronte a scatti di fotografie d’epoca, in bianco e nero, ove emergono le figure del passato impresse nelle loro peculiarità, legate ad un ricordo personale; è come sfogliare un album di famiglia, sollevandolo dalla polvere e dall’oblìo del tempo, per dare luce a forme ormai sbiadite, inghiottite nel nonsense delle loro storie: “Astro, folgore, cometa, / freccia d’argento. / Anche la traccia luminosa… / è tutto spento.” Tutto principia da un’originaria ferita, nota soltanto al poeta, come trapela dalla citazione della Camera chiara (una sorta di metafora rovesciata) di Roland Barthes (“ma per voi, in lei, non ci sarebbe nessuna ferita”), che egli cerca di esorcizzare col distacco estetico del linguaggio, invertendo la direzione, come osserva argutamente Raboni, “dalla cicatrizzazione della ferita alla scoperta della ferita.”

Sono ritratti di vite inadempiute, che invano hanno cercato un altrove oltre il divenire: “(A mezzo busto, / in coppia: / lui con il cappello / di feltro nero / e una scarpetta doppia / di seta bruna / stretta al collo, / lei un camicione / a strisce da pipistrello / fin sotto al mento. / Uniti, sì, per distrazione. / Guardano, ciascuno / in una direzione. / Si capisce / che tirava vento.)”; “Sempre e ovunque / andando, con il dito / sulle mappe, / a caccia del tesoro. / Nonostante la parte / che, comunque, manca / al sogno d’infinito.” Dietro ogni volto c’è un rimpianto, un lutto irrisolto: “Lo sa che è / un’impressione. / In lui, quando / ci pensa, che la vita / sia sempre già passata / e non si possa più / giocare la partita. / Mancata ogni altra / chance, perduta / ormai finita. / Ma il venir meno / è frutto della / sensazione dolorosa: / che sia stato ingannato e derubato, / in tutto, di qualcosa.” È cercare un riflesso di se stesso nell’apparenza confusa del passato: “(Il bambino appoggiato / alle ginocchia di / suo padre, che muove / intento la manopola / e muto addita. Con la / madre che guarda, rapita / e tesa sulla radio. / Nel cerchio d’oro / del salotto.) / Si può dire / ch’io sia nato / e poi cresciuto, / via via allevato / all’ombra del decoro. / Disposto a ringraziare / del poco ma sicuro, / contento ma non / troppo. Propenso / eppure ostile / a ogni rivolta, / portato a coniugare / in assoluto rifiuto e senso / del rispetto.” La figura materna è nodo viscerale che soffoca e nello strappo lacera l’essere: “Mia madre, amata / e, per amarla, tenuta più lontano. / Taciuta e distaccata / in ogni piano, / sentita straripante / e spesa a rate. / Rivista a tappe / da una mia vita / autonoma e distante. / Legata al morso / dell’attesa, / senza presa, tra / noi, di un discorso. / L’altro capo / del filo che mi tira, / la forza di un percorso / senza uscita.” La stagione beata dell’infanzia appare come un miraggio lontano, un sogno naufragato di là dall’eterno: “Eccola, / sciolta al vento / la vela dell’infanzia / all’orizzonte. / Si impenna a tratti incerta / riprende la sua fuga / più lontano. / Scolpita sembrava / la mia rotta / e indubitabile, in / qualche modo aperta. / Sogni, progetti e piani / tutti, i più strani, / veloci e via guizzanti / sopra i flutti. / Se guardo indietro, ora / mi vedo un po’ annegato / dal vuoto che, come / un vetro, si è posto / tra il me di adesso e / quello più discosto. / Per quanto rivelato / in molti luoghi e / aspetti, tanto / più nascosto.” Si avvertono tutta l’inadeguatezza e il disagio di stare al mondo, di non abitare con consapevolezza e serenità il tempo e lo spazio: “Mi aveva preso / un senso un po’ smarrito / di disdetta e di stupore / alla scoperta / che uno non trovi / mai il posto / che gli spetta / e non riesca a / stare a una misura. / Ed è finito, per me, / in sospeso il fatto / che vivere sia come / scoprire qualcosa / di interdetto e di proibito, / che tutto nasca e / cresca di nascosto, / che avvenga insomma, / sì, nella paura.” Quello dei sentimenti e delle impressioni è un linguaggio enigmatico, inafferrabile: “Figure e oggetti, sulla / traccia del concreto, / che disegnano l’altra / faccia del presente / scisso, evanescente e / sfilacciato: quella / del discorso sistemato, / fatto logica proporzione / di un immenso, specchio / o ritratto di un valore / rifondato, esperibile / immanente…alfabeto, / del non senso.” Nonostante lo smarrimento esistenziale, finanche dietro ai dettagli minimi e ai differenti tratti che compongono un volto sembra adombrarsi un senso nascosto: “La scoperta / che i tanti minimi / e spaiati tratti / appartengono allo stesso / sistema generale, / fatto di parti / e di rapporti / che hanno perfino / un senso, nel loro / disordine totale.”

Commenta Giovanni Raboni a margine di questi testi, rilevando “il reperto del dolore” che giace in fondo ai versi, nei fondali sommersi dei silenzi: “per citare un suo frammento, “il dato, ma non / memoria o nostalgia.” Il dato, il segno, certamente – resi, nella pronuncia, quasi minerali, come reperti fossili di un’altra era, l’era antichissima o futura del dolore.”

Diario di Normandia insegue l’epos del viaggio e dell’avventura amorosa, in un tono divertito e leggero, come intuisce incisivamente Vittorio Sereni: “E proprio questo incontro della parola trovata e dell’immediato concreto, che è la cifra della poesia di Ruffilli (…). L’ossessione dei minimi accadimenti, dei luoghi e delle circostanze, salvata dal progetto di un diario, che testimonia una vicenda al di là delle apparenze e delle abitudini; e la sua dinamica, consegnata a una scansione breve, dal timbro lieve, frutto del più raffinato artificio. In un soffio che, tra una battuta e l’altra, traduce la perplessità in distacco.” (In un soffio).

Infine, a svelare la curiosità etimologica e semantica di Piccola Colazione è lo scrittore Giuseppe Pontiggia, il quale la riconduce alla lettura nei monasteri benedettini delle Collationes Patrum di Cassiano prima della compieta, seguita da un pasto leggero che poi è entrato nel gergo popolare come “colazione.” Così, questi versi vogliono essere come un assaggio gustoso, che evoca anche il Petit déjeuneur sur l’herbe di Manet, alludendo ad una conversazione poetica ricreativa che solletica l’appetito per la bellezza e l’ironia dell’arte, “una trasgressione accattivante e sorniona.” Questo aspetto dominante si rifrange nei sei poemetti “in piccole infrazioni e trasgressioni”, prevalentemente sul campo erotico, per approdare ad un disincanto quasi cinico, se non fosse sostenuto da “una natura musicale, una trasparenza lirica”: “Necessità di presidiare / un fianco, con la / conseguenza / di tenere senza essere / disposti per intero / ad aderire. E poi, / il peso scettico / di fronte all’evidenza / che ti assale, che / comunque e sempre / sia destinato tutto / a finir male.” Tuttavia, affiora come una nostalgia del sogno di una comunione di esseri che si conosce ineluttabilmente destinato al naufragio: “Abbracciami. Dai, / stringimi forte.” / A ciò che instabile / trascorre, precipita di là / oltre il versante / e schioda, rompe i margini / confonde e impasta / in uno stesso magma indifferente, / a ciò che a poco / o a niente basta per sé / per un esatto stato / e ruolo di persona, / che non ha spazio e tempo / che non ha storia / se non di un passo / di breve volo, / si oppone l’incrollabile / il solo impegno / la certezza / di cosa non saputa / non veduta / sentire di appartenere / a qualcun altro, e che / qualcuno ti appartiene / per sempre, in esclusiva. / Un desiderio di durata / di tenuta, a tutti i / costi, di resistenza / premeditata al vuoto.”

L’amore appare fragile, appeso ad un’illusione e infine esautorato della sua funzione: “Amor che a nullo / amato amar perdona… / Ma non dà conto / non appartiene, non / funziona, se non / come rumore / e suono puro / che non rileva altro / e dà piacere / nel pronunciarlo a sé / nel triturarlo / tra le labbra.” Un senso ineludibile di alienazione assale: “Ti viene voglia d’essere / in altri posti, intanto”. / Che tutto corra / e passi, per te, d’un tratto. / (…) di noi / quando saremo grandi, / cosa faremo mai / che cosa non faremo. / Il tempo stringe sempre più. / …per ritrovarci un giorno / a nostro agio, spero, / nel mondo in cui vivremo.”; “Così, spontaneamente, / pretende ognuno / di ritrovarsi al posto / che non ha. La parte / che gli è data dilegua / di fronte a quella / immaginata.”; “È la cancellazione / progressiva delle / presenze care o note, / il conto che comincia / a non tornare. Il / margine sempre più / sottile, man mano / che si fanno falle / e vuoti tra le file.”

Alla fine, fin qui camuffato dall’ironia, è un tragico scacco di cui si prende coscienza: “Eppure, intanto, / arresi all’evidenza / di andare navigando / alla deriva.”

Paolo Ruffili in quest’opera, con un ‘disperato’ realismo ereditato dalla lezione di Sereni e Caproni, ci consegna un affresco in bianco e nero della vita, come se proiettasse diapositive del passato, mentre dal suo album familiare e dal suo diario di bordo di avventure amorose sfila una galleria di ricordi e di personaggi che si profilano come diverse comparse che recitano lo stesso copione, in cui l’io finge maschere e romanze per corteggiare la sua fondamentale solitudine: (“se non ci fosse lei, / sarebbe un’altra a fargli eco. / È qui, la soluzione / magari anche imprevista / cinica e crudele, / nell’ammissione che / la scena possa / mutare le comparse / e che si dicano / con eguale convinzione / le stesse cose / a più persone.)”; “All’improvviso, l’idea / di un vuoto, senza moto, / del nulla, dell’assenza / di un segno o di una traccia, / agghiaccia il sangue e / fa tremare mani e voce. / Nel punto estremo e, / ormai, non più lontano: / alla foce del fiume, / a un passo, ad una spanna / dalla frontiera, chi c’è / o cosa…che mi salvi / dal salto, dalla condanna.” Ma non v’è alibi al decreto irrevocabile del proprio destino: (Gli capita, gli è già / accaduto, di credersi / o solo di sperarsi / uno scrittore. / È cauto e irrigidito / in questa esplorazione: / si ausculta e, mentre / aspetta, teme. Sì, / ha paura del responso.) / “che sia un errore, / e sbagli, dunque, a ritenerla / l’unica espressione.”

A decifrare la poetica di Ruffilli con doviziosa analisi e folgorante chiaroveggenza è Eugenio Montale: “All’insegna del non dire, proprio per esprimere di più, il modo di Ruffilli si affida ad una specie di galleggiamento di piccole scaglie, piccole bolle che guadagnano la superficie salendo su in verticale dal fondo. E queste scaglie, nel loro minimo ingombro, nella loro rarefatta consistenza, riescono a rendere la realtà nella sua interezza. Il tutto, a tinte nette; con una amabile secchezza e una sua dolcezza un po’ risentita. Nel distacco, dunque; senza nostalgie o, peggio, tremori. Ma con partecipazione.”

Recensione
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