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Ventilabro

Il verseggiare di Francesco De Napoli si caratterizza per i tratti ruvidi, ombrosi, ostici, ustori, urticanti, refrattari, quasi rancorosi, che svelano la scontrosa, solitaria e dolente anima lucana: “C’è chi lagnandosi il dolorismo deplora, il cruccio / proprio del DNA lucano senza beneficio alcuno / d’incitamenti e soluzioni. Se saprà mutarsi in rabbia, / in indignazione, questa dannata propensione / all’indulgenza – senza mostrarlo, ti contristavi - / concepirà, un dì, il buon seme della vita nuova.”

Il poeta, protervamente arroccato sulla propria posizione senza accettare mediazioni o contraddizioni, brandisce la sua verità come una spada tagliente che infilza e ferisce tutti gli avversari del suo pensiero caparbio, del sentimento indomito, del patriottismo deluso: “Eppure il tuo immutabile sorriso tinto di cielo / e terra non si muta in ritrosia impacciata, / in simulata maschera, in martirio impietrito. / Tra le genti lucane questo lamentoso vociare / d’infiltrato diranno inutile, pletorico e patetico, / enfatico e alterato non importa: purché / non del tutto vano sia il querelare gramo, / l’illusorio vantare una masochistica pietà / per l’esile corporale d’un cantore che assoluto / bisogno aveva d’affezione, d’integri appigli.”

L’immagine del “ventilabro” che dà il titolo a questo minuto corpus poetico suggerisce emblematicamente quest’ansia giustizialista di matrice apocalittica di chi intende separare il grano -della preziosa, indorata innocenza - dalle scorie infestanti della pula: “Via il risolino ebete dei santocchi annoiati, / l’ironia condita di un perbenismo ricercato, / la falsa condiscendenza del linguaggio ammorbante / pacioso portaborse inaffidabile e ingarofanato, / voglioso di notorietà con paraocchi lascivi.”

Il linguaggio, tanto aulico quanto contorto, “lasciando affiorare, aspri e densi come pietre, echi e accenti che evocano e denotano un mondo disperatamente amato e forse perduro” - come scrive incisivamente Emerico Giachery nella prefazione -, s’inalbera in impennate di ironia tagliente e caustica, ove non s’affaccia uno spiraglio di umana pietà a soccorrere la sete del viandante - lettore. Costui, lungi dall’assaporare la melodia armoniosa dei versi, adagiandosi su rime suadenti, piuttosto ne riceve l’impressione immediata di un irto contesto “petroso”, che lo costringe a scattare sull’attenti della riflessione seria e della denuncia polemica, dando voce all’indignazione che, dietro la sofisticata raffinatezza delle architetture semantiche, trincera un terreno scabro e arido come la terra natìa dell’autore “amara e bella” - direbbe Modugno -, ormai vedova di illusioni e di speranze: “Poesia inesauribile dei castighi e delle fughe, / ogni traguardo pare inibito alla speranza.”

Recensione
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