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Verzieri Le poesie francesi

Vergers, “Verzieri” (frutteti, giardini) è l’estremo atto d’amore di Rilke, l’ultima opera in vita (1926), in cui si condensa tutta la sapienza poetica dell’autore, in una lingua in “prestito”, il francese.” Così è scritto in calce a questa pubblicazione che è un prezioso omaggio all’arte sapiente e armoniosa del celebre poeta. Insorge in questi testi l’anelito religioso che si proietta verso il trascendente: “Nessuno sa quanto ciò che rifiuta, / l’Invisibile, ci domini, quando / la nostra vita all’invisibile astuzia / ceda, invisibilmente. / Lentamente, secondo le attrattive / il nostro centro si sposta perché / il cuore si arrenda a sua volta: / lui, infine, Gran Maestro delle assenze.”

Suggestiva è questa metafora dell’amore: “Chi viene a finire il tempio dell’amore? / Ognuno ne porta via una colonna: / e alla fine tutti si stupiscono / se il dio a sua volta / con la freccia infrange il recinto. / (Tale noi lo conosciamo). / E su questo muro d’abbandono / sgorga il lamento.” Il genio di Rilke si esprime soprattutto nelle folgoranti interpretazioni del mito, come di Eros: “O tu, centro del gioco / dove si perde quando si vince; / celebre come Carlomagno, / re, imperatore e Dio. / Tu sei anche il mendicante / in pietosa postura, / ed è la tua molteplice figura / a renderti potente. / Tutto ciò sarebbe per il meglio; / ma tu sei, in noi (è peggio) / come il nero centro / d’uno scialle ricamato di cachemire. / (…) Viene così vicino finché non ci separa / dall’essere diletto di cui si serve; / vuole che lo si tocchi; è un dio barbaro / che le pantere sfiorano nel deserto. / Entrando in noi con il suo gran seguito / vuole tutto illuminato, - / dopo si salva come da una trappola / senza che esche l’abbiano toccato. / (…) Non è la giustizia a tenere la bilancia precisa, / sei tu, o Dio dal desiderio indiviso, / a pesare i nostri torti / e di due cuori straziati e triturati / fai un immenso cuore più grande che natura, / il quale vorrebbe ancora / crescere… / Tu, indifferente e superbo, / umili la bocca ed esalti il verbo / verso un cielo ignaro…/ Tu mutili gli esseri aggiungendoli / all’ultima assenza di cui sono frammenti.” L’interiorità dell’artista è profonda e viscerale: “Non sono i ricordi / in me, a conservarti; / tu non sei neppure mia / per la forza d’un bel desiderio. / A renderti presente, / è l’ansa ardente, / una tenerezza lenta / la descrive nel mio sangue. / Non ho alcun bisogno / di vederti apparire; / mi è bastato nascere / per perderti un po’ meno.” (Ritratto interiore). L’arte è scintilla ardente dell’essere, la tensione verso l’infinito e il divino: “Il sublime è un partire. / Qualcosa di noi che invece / di seguirci, va di scarto / e s’abitua ai cieli. / L’incontro estremo dell’arte / non è l’addio più dolce? / E la musica: quest’ultimo sguardo / che gettiamo noi stessi su di noi!”

La contemplazione è una porta che si affaccia sulla soglia dell’eternità, che spalanca gli orizzonti: “Quanti porti tuttavia, e in questi porti / quante porte, ti accoglieranno forse / quante finestre / da cui si vede la tua vita e il tuo sforzo. / Quanti semi alati di avvenire / trasportati in balia della tempesta, / un tenero giorno di festa / vedranno il loro fiorire appartenerti. / Quante vite che sempre si rispondono; / e per lo slancio che prende la tua vita / essendo di questo mondo, / quale grosso nulla da sempre compromesso.” La finestra è uno squarcio sulla realtà, uno spiraglio di eternità: “Non sei tu la nostra geometria, / finestra, semplicissima forma / che senza sforzo circoscrivi / la nostra vita enorme? / Quella che si ama non è mai più bella / di quando la si vede apparire / incorniciata da te; o finestra, / tu la rendi quasi eterna. (…) / Finestra, tu, o misura dell’attesa / tante volte riempita, / quando una vita si versa con impazienza / verso un’altra vita. / Tu separi e attiri / cangiante come il mare, - / specchio, d’un tratto, dove la nostra figura si mira / mescolata a ciò che si vede attraverso.”

Anche uno sconosciuto può essere lo spunto per un’ispirazione poetica, come una stazione davanti a cui soffermarsi per una riflessione esistenziale: “O miei amici, voi tutti, io non rinnego / nessuno: neanche questo passante / il quale era dell’inconcepibile vita / un dolce sguardo aperto ed esitante. / Quante volte un essere, lui malgrado, / arresta con l’occhio o con il gesto / l’impercettibile fuga di un altro, / rendendogli un istante manifesto. / Gli sconosciuti! Hanno larga parte / nella nostra sorte che ogni giorno completa. / Precisa bene, o sconosciuto discreto, / il mio cuore distratto, levando lo sguardo.”

Lo sguardo attento del poeta sa cogliere l’incanto della grazia armoniosa di una cerva che allude simbolicamente alla genuinità dell’innocenza: “O, la cerva: che bell’interno / d’antiche foreste nei tuoi occhi abbonda, / quanta fiducia semplice / mescolata a tanta paura. / Tutto quello, portato dalla viva / gracilità dei tuoi balzi. / Ma mai niente arriva / a questa imposseduta / ignoranza della tua fronte.” (La cerva).

Rainer Maria Rilke, in questa raffinata silloge poetica, è come se, dal suo giardino fiorito di parole, aspirasse la fragranza di ogni specie ornamentale, dilettandosi del vezzo estetico e versatile dell’eloquio francese: “Forse se ho osato scriverti, / lingua in prestito, era per impiegare / questo nome rustico il cui unico imperio / mi tormentava da sempre: Verziere. / Povero il poeta che deve eleggere / per dire tutto ciò che questo nome comprende / un che di troppo vago, a sconvolgere / o peggio: la chiusura a difendere. / (…) Non era forse, questo verziere, tutto intero, / il tuo vestito chiaro intorno alle spalle? / E non hai sentito forse quanto consola / la dolce erba che si piegava sotto il piede?”

Recensione
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