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Vie di sosta e di abbandono di Fernanda Nicolis è una raccolta poetica caratterizzata dalla levità delle sensazioni e dall’indefinitezza evocatrice delle immagini, ciò che crea la suggestione maliosa dell’arte e del mistero. È come se l’autrice si muovesse in una nebbia, dove tutto è evanescente e la poesia è allora intuizione dell’ignoto: “Fra me e la vita | lunghe processioni d’immagini | appannate e dolenti.” Sono intermittenze dell’anima, “vie di sosta e di abbandono”, appunto: “Vado come uccello o vento | e del fiume che mi scorre accanto | inseguo dolore e meraviglia.” Sono fugaci visioni, nel lampo dell’ispirazione creativa, suggerite dalla lapidarietà dei versi, sollevate all’armonia suprema e poi inevitabilmente riassorbite dal caos del vivere. Il mondo naturale è il principale spunto dell’evasione estatica: “Qui – dove stormi di nuvole | giocano nel cielo ondoso | inafferrabile cammina | l’angelo dell’armonia perfetta.” Vi sono immagini molto delicate e impregnate di un soffuso lirismo: “Cieli della notte: | mari di luna alla deriva | onde d’argento e perla | sospinte verso l’umida sponda | dove un antichissimo cielo | incontra l’eterna solitudine.”

È un impellente bisogno di ascolto che emerge da questi testi, come è espresso esplicitamente nella dedica posta ad epigrafe (“A tutte le persone che sanno ascoltare”): “È il mondo | che nessuno ascolta | che adesso ascolto. | E anche il sogno indifeso | avvilito e stanco | che non ebbe mai | né casa né voce.”

La sofferenza genera sempre il deserto attorno a sé, impietrisce con il suo orrore come una Medusa: “Ha sempre lo stesso volto il dolore: | un volto che non conosce il tempo | che ha sempre gli stessi occhi vuoti | le stesse labbra di pietra | le stesse lacrime intessute di sogni | gi stessi spazi indefiniti e oscuri | come una terra inesplorata e ostile | che percorriamo a piedi nudi | e impreparati sempre.”

Di forte impatto sono le poesie di denuncia sulle miserie del mondo, che non perde affatto il suo lirismo che invece si sposa ad un intenso realismo, in cui la crudezza della realtà è sublimata dalla nobiltà del dolore, soprattutto se si tratta di quello innocente dei bimbi: “questa è la terra degli uomini infranti | E i bambini hanno occhi immensi | e negli occhi l’esilio del cielo”; “Scorrevano lacrime stanche | sul tuo guanciale di bimbo | mentre mostravi al mondo | il piccolo corpo ferito | Al dolore indifeso | non sarò mai pronta.”

Tutto sembra avvolto dalla notte dell’ignoto, ma trafitto da “bagliori di stelle perfette”: “Sulla linea dello sguardo | tutta la bellezza è ombra: | una lunga ombra che vela | la pena infinita delle cose.”

L’atmosfera dominante è dunque quella di un’incessante tensione al trascendente e come se si galleggiasse su emisferi sospesi su cui si librano, come funamboli, nella loro inevitabile precarietà, le parole: “e forse già sapeva | che le parole sono onde | soltanto fragili onde.”

Recensione
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