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Voglia di libertà: già il titolo esprime l’intimo anelito dell’autore ad evadere dalla gabbia della realtà, a svincolarsi dai limiti spazio-temporali per varcare l’estrema frontiera e attingere all’Assoluto: “Voglia di libertà: | voglia di attraversare il muro | e trovarsi dall’altra parte | del campo. | Nuovi colori di terra | – di erba – di fiori e di piante | – di colline e di mari – .” Il sottotitolo è In una illusione di vita, che introduce la seconda poesia e che rivela la filosofia di Sergio Barbieri, il senso di labilità che lede la fragile esistenza, esposta alle intemperie della “fatica di vivere” che “ti segue come un’ombra | assieme ai fantasmi | del tuo passato” (Vi sono pezzi di notte), sottoposta ai flagelli della storia, corrosa dal tarlo del dubbio: “Lampi di pensieri | memorie | fuggono | dalla prigione della mia mente. | Cercano anch’esse un vento | di vita | che doni loro | l’illusione | di non essere stati creati | di non essere | nati | per niente – nel nulla.”

La stagione felice dell’infanzia è sempre il rifugio privilegiato per un irriducibile sognatore, l’oasi incantata dalle tempeste, che pure non risparmia la cocente disillusione dell’inevitabile confronto tra un presente disforico e un passato idilliaco: “Ritorno sulla collina | della mia infanzia | e scopro | che giovane erba | ricopre | ogni traccia | che piccoli piedi nudi | avevano tracciato | nel loro correre col vento. | (…) Oggi sono tornato | a quella che fu | la mia casa | il mio rifugio | ed ho visto – in un gorgo – | annegare | i miei ricordi | e tutta la mia gioventù.”

Il vento è foriero simbolicamente di quell’ebbrezza selvaggia dell’essere ormai ineluttabilmente perduta: “Il vento ricorda ancora | e mi ripete nel silenzio che mi avvolge | tutti le frasi e fantasie | di un cuore allora tanto giovane | e impreparato | che sapeva solo sognare | e vivere di libertà.” (Ho udito la voce del vento). La mente è spesso una macchina infernale, indomabile nel vortice dei pensieri, incomprensibile nel suo groviglio inestricabile: “La mente è un congegno | terribile da distruggere | – annientare – | far tacere. | (…) I pensieri – le ansie – | lo schianto dei sogni infranti | vivono e si contorcono | nel tuo cervello | – si propagano | in ogni fibra | del tuo essere | – del tuo esistere –. | E l’annientato sei tu | – solo tu –.” Per poter godere di un benessere mentale occorre avere un appiglio, un punto di riferimento che ti sostenga quando ti senti tremare la terra sotto i piedi e vacillare la cattedrale del tuo essere: “Una mente non sopravvive | quando i suoi occhi | non sanno più leggere | scoprire – immaginare | tra le nuvole sfilacciate | un qualsiasi volto o immagine | che ricordi qualcosa | o qualcuno.” (Una pianta si secca e muore). Anche l’amore è insidiato continuamente dalla minaccia della fine irreparabile, dall’autunno dei toni smorti e dal languore della melanconia dell’inesorabile “tempus fugit”: “Camminando nel viale | vivevano sogni di due esseri | che non avevano ancora scoperto | l’esistenza del Tempo. | (…) Le lacrime del Tempo si erano nascoste | – vergognandosi – | sotto le foglie morte del viale | rosse – bruno – ocra.” Il dramma della condizione esistenziale dell’uomo che nasce nudo e indifeso, bisognoso di tutto, è in questi versi: “Si nasce nudi e sanguinanti | impotenti – ma piangenti | per l’urlo che ci ha donato | respiro e vita.”

Lo specchio, metafora letteraria che ha incantato molti scrittori, come Borges, Moravia, Morante, trova in questa poesia il fascino dell’enigma insoluto, del travestimento istrionico per ingannare il tempo e se stesso, come in una citazione del Ritratto di Dorian Gray: “Che il Tempo sparisca | – nascondendosi al di là dello specchio | unidirezionale – | così tu puoi osservarti – in eterno – | mentre giochi ad essere | un altro.” (Gli specchi non vivono).

Un’intera generazione di donne addomesticate ad una pazienza secolare si avvicenda nel mito del corredo, speranza di giovani promesse spose, fasto di madri felici, memoria nostalgica di vedove, intorno a cui s’intesse l’umana vicissitudine di amore e in cui si compiono i misteri fatali della nascita e della morte: “Cuce quel tessuto che pare | non finirà mai – | quel panno eterno | che si trasmette | da madre a figlia | e che è servito | a formare donne quiete. | Donne che sempre aspettano qualcosa | mentre si riflettono nei lunghi | specchi degli armadi | – fatti di ore morte | e luci oblique – ” (Lina cuce nella vecchia cucina).

Un’immagine speculare del disagio dell’albatros di Baudelaire è in questo pesce nell’acquario, smarrito ed esposto agli sguardi profani, che unicamente nella solitudine riscopre la sua dimensione: “Ero come un pesce nel suo acquario: | nuotavo | mi muovevo | un po’ di qua – poi giù | – ero un pesce | racchiuso in una sfera di vetro – | (…) Poi tutto si dissolveva: | ero tornato me stesso | SOLO | in un sogno liquido | – senza luce –.” Suggestiva è anche questa metafora del bozzolo che aspira a diventare crisalide e poi farfalla per librarsi nel cielo dell’ideale, rassegnandosi amaramente che debba restare “solo un sogno”: “Prima di divenire crisalide | e poi farfalla | provò ad intuire i colori | – l’aria – il vento – l’erba | dei prati | dei suoi giochi di bimbo. | Ecco sarebbe trasmigrato | per la giornata di vita da farfalla | multicolore: | abbandonando il buio | trascinata dal vento | si sarebbe posata | sul fiore più bello.” (Da molto non riusciva a scandire).

La vita appare come una dolorosa ferita, “un sommesso | grido | nel silenzio cupo della solitudine | perso | nella nebbia gelida che avvolgendoci | cancella | i sogni di chi vorrebbe fermamente | credere | e cercare – in colori tenui – di desiderare | vivere.” (Il nostro è un sommesso grido).

Un brivido corre nelle vene al pensiero che ogni canto di gallo denunci l’ennesimo tradimento a nostro Signore: “Dovrò solo attendere – come sempre – | altri canti di gallo al mattino | ed addormentarmi con una certezza: | qualcuno – ancora – ha tradito Cristo.” (Dopo che il gallo ha cantato).

Nel declino dei giorni è inevitabile trarre un bilancio, che risulta perlopiù deludente, oppressi dalla sensazione “di non aver vissuto | la nostra vita | in modo giusto | lineare: | giorno dopo giorno | – o notte dopo giorno – | ogni anno così | ma a pezzi e frammenti di tempo”, perseguitati dai rimorsi e dai rimpianti, vedendo svanire a poco a poco ogni miraggio di un lieto ricordo: “Pensiamo che col passare degli anni | le isole più luminose | – le ultime rimembranze di fughe | e nascondigli – | affonderanno e svaniranno | nella sabbia del tempo. | Le più grandi resteranno sino alla fine | con i loro monoliti mostruosi | ad attendere il nostro inutile ritorno.”

Il cammino, come quello del veglio leopardiano che sale fino al monte per incontrarsi faccia faccia con la morte, designa il tragitto esistenziale, volto ad una ricerca affannosa di sé e del Totalmente Altro, per affacciarsi sul mistero e varcare la soglia dell’Attesa: “Ho camminato forse per millenni | La mia mente e la mia fantasia hanno creato | sentieri che conducono a Samarcanda | hanno scavato strade lastricate di granito | sotto metri di polvere di tempo | hanno ridisegnato i nuovi giardini | di Babilonia | si sono affacciati dall’alto | della torre di Babele… | E guardano lontano oltre i tre orizzonti | oltre il pulsare dei colori conosciuti | per scorgere le Stanze del Tempo. | La mia memoria e la mia immaginazione | ora cercano la chiave per entrare | in una di queste mitiche Stanze… | Per togliersi i calzari dopo tanti anni | di veglia e di fantasticherie…”

Recensione
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