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Chi si accinge alla lettura del bel libro che porta questo titolo (pregevole anche nella veste editoriale e nelle illustrazioni grafiche di Carmine Petraccaro) potrebbe attendersi un minuzioso e forse pedante volume di storia locale in cui ogni evento e luogo sono puntualizzati da citazioni dotte, ricavate con pazienza dagli archivi delle biblioteche, delle parrocchie, talvolta di qualche erudito del luogo. Invece l’Autore ha tratto “dagli archivi della memoria”, in gran parte dai suoi personali ricordi, i fili con cui tessere un policromo arazzo per ricostruire mirabilmente la lunghissima vita della sua amata città, in particolare del “suo paese”: il borgo di Sant’Angelo in cui Egli è nato, ha trascorso felicemente l’infanzia e la giovinezza, più tardi, dopo la dura esperienza della guerra, ha fondato nel 1949 la gloriosa Accademia di Paestum, che ha sede nel celebre Eremo Italico.

L’Autore stesso afferma: “Non sono un ricercatore delle fonti storiche del territorio, (…) mi sento però un innamorato della storia del mio paese. (…) mi è bastato quel tanto di conoscenza delle fonti per potervi ambientare le immagini della mia creazione…” (pag.283). In alcuni casi, infatti, vi fa ricorso, citando puntualmente nomi di storici e titoli di opere molto antiche o recenti, quando il suo appassionato racconto ha bisogno di fondamenti saldi e sicuri per non cadere nel mero giuoco della fantasia o nei costrutti dell’invenzione (benché di “creazione” si tratti).

E’ questo il caso dei primi capitoli in cui viene rievocata l’affascinante storia dei Sanseverino, Signori del Castello e di tutta la vallata dall’epoca di Roberto il Guiscardo (metà del sec.XI) alla morte di Tommaso III, ultimo discendente del glorioso Casato, sepolto nel Mausoleo sull’altare maggiore della Chiesa di S.Antonio (1358). Una storia intessuta di eroismo e santità (“santi e guerrieri” li denomina l’Autore con evidente ammirazione), che affonda le sue origini nel fiabesco, quando il Cavaliere Turgisio, detto il Normanno, giunse nell’Oppidum Rota al seguito di Roberto il Guiscardo, che nel 1067 gli offrì l’investitura del Castello come premio per le sue imprese eroiche. Egli assunse allora il predicato de Rota quasi a legare orgogliosamente il proprio nome a quel territorio ottenuto grazie al suo valore. E pare che avesse trovato in quei luoghi una reliquia di S. Severino Abate, in onore del quale attribuì al Castello l’appellativo di Sanseverino, assunto subito dai suoi discendenti per la loro nobile Famiglia, nata nella luce di un eroe e di un santo (il nome Rota, deposto dai Signori de Sancto Severino, ricomparve più tardi nel toponimo della città, che giustamente ebbe nome Sanseverino Rota, prima di essere rinominata Mercato San Severino).

Queste vicende così lontane nei secoli sono rievocate con grande capacità icastica e, nel contempo, con spirito polemico (pacato ma fermo nei convincimenti) verso chi avrebbe il dovere di tutelare un così prezioso monumento quale il Castello dei Sanseverino, che fu dimora della Famiglia per tre secoli ed offrì soggiorno a personaggi illustri della cultura o della Chiesa (per esempio S. Tommaso d’Aquino, fratello di Teodora, Signora di Sanseverino), e invece lo abbandona nella più squallida fatiscenza, senza la possibilità di visitarlo, persino senza un sentiero per raggiungerlo.

Eppure i ruderi del Castello si stagliano severi nel profilo di Mercato San Severino, come se volessero rammentare che tale città non era solo sede di importanti mercati fin dal Medioevo, ma, proprio grazie alla sua posizione strategica sull’unica via che congiungeva Napoli a Salerno oppure i Principati tra loro, costituiva un baluardo difensivo da cui potevano dipendere le sorti del Regno, all’epoca dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi (nella prima illustrazione è ritratta appunto la Torre Angioino-Aragonese, ancora maestosa ma…coronata di fitte fronde).

E quei ruderi immersi nel verde, a chi li sa ascoltare, parlano ancora di una poetica figura femminile protagonista di una grande storia d’amore. Non si deve però immaginare una splendida Castellana che incontra segretamente il suo innamorato nel “brolo” o ne ascolta affascinata le dichiarazioni d’amore al suono del liuto in un fastoso salone, bensì una Signora illuminata da un profondissimo e casto amore per il suo sposo, Ruggiero II di Sanseverino, una “Santa che porta il cilicio intorno al suo corpo” (pag.15), “una vestale d’amore che si consuma di zelo per la vita del suo Signore e per la gioia dei suoi vassalli” (pag.16). Forse in quelle sale o nella Cappella aleggia “l’anima candida di Teodora d’Aquino ad elevare ancora al cielo i suoi canti, al cielo le sue preghiere” per lo sposo lontano, in missione di guerra, o per i sudditi bisognosi, sua trepida cura morale e materiale. E pare che quei ruderi rammentino le frequenti visite dell’amatissimo fratello Tommaso d’Aquino, che nel 1237 volle salutare Teodora un’ultima volta prima di recarsi al Concilio di Lione (fu poi colto dalla morte durante il lungo viaggio).

Quelle dedicate dall’Autore alla pia Castellana sono forse le pagine più affascinanti del libro, non inferiori per ispirazione poetica ai canti dei trovatori provenzali, nonostante la notevole differenza nella concezione della Donna e dell’Amore, nell’uno sacra, negli altri profana.

Mercato San Severino possiede quindi un patrimonio storico millenario che la nobilita e che perciò dovrebbe essere meglio tutelato e valorizzato, per esempio restaurando il Castello per offrirlo ai visitatori amanti della cultura, che senza dubbio accorrerebbero numerosi.

L’Autore dunque, di capitolo in capitolo, con un intreccio sapiente sulla trama dei ricordi, trae fuori degli archivi della memoria, oltre alle vicende dei Sanseverino, una galleria di personaggi illustri che nacquero a Mercato S.Severino oppure vi soggiornarono per qualche tempo, tra cui due Papi (Gregorio VII esule a Carpineto e Urbano VI nato ad Acquarola), un Garibaldino dei Mille e un Patriota della Carboneria, nonché un Parroco pedagogo emulo di Don Bosco. Alfonso De Liguori creò a Ciorani la Casa di Noviziato della sua Congregazione, mentre vari altri religiosi lasciarono la loro traccia di santità in questi luoghi. Altri personaggi vi giunsero per lavoro (persino un giovanissimo Michael Bongiorno, inviato speciale di una Radio italoamericana di New York), oppure ne ottennero la cittadinanza onoraria, come lo scrittore Michele Prisco o il poeta-musicista E.A.Mario, autore di molte fra le più belle canzoni napoletane e soprattutto de “La leggenda del Piave”, che gli Italiani dotati di buona memoria non possono aver dimenticata.

E dalla propria memoria, permeata dall’entusiasmo dello studente quindicenne Carmine che visse quella straordinaria esperienza, l’Autore trae fuori la grande occasione storico-politica della sua città: nel 1936, nell’aura di entusiasmo per la conquista dell’Impero d’Etiopia, si fecero manovre militari nell’Irpinia e nel Salernitano, compresa M.S.S. come retrovia. Il re Vittorio Emanuele III vi assistette per tutta la durata, usando come alloggio il vagone di un treno, e ricevette anche la visita di Mussolini, il quale attraversò la città con un corteo di auto, offrendosi all’applauso caloroso dei cittadini orgogliosi di far parte della “grande storia” almeno per qualche giorno. A questo proposito l’Autore lascia intendere in vari punti del libro il convincimento che la “piccola storia” di ciascuno di noi sia strettamente legata alla Storia, anzi, ne costituisca uno dei tanti “tasselli” non meno importante di quelli relativi ai grandi personaggi: tutti contribuiscono a fare la Storia, ciascuno con il proprio impegno nella funzione che gli è stata data in sorte, anche se umile e in apparenza insignificante, in un giuoco di interdipendenze che, in quell’agosto del 1936, unì un Re, un Capo di Stato e un ferroviere o un contadino, oppure uno studente quindicenne.

Nel contempo l’Autore ricostruisce la struttura del Comune di cui fu Sindaco negli anni 1954/55, descrivendo, con squarci paesaggistici colti con l’animo sia del poeta sia dell’uomo commosso di fronte agli spettacoli meravigliosi della natura, i vari borghi, le frazioni, i paesini arroccati sulle sponde del torrente Solofrana, in passato così limpido da potercisi specchiare, ma più tardi così torbido e maleodorante da dover essere coperto, con vantaggio per la salubrità dell’aria e il traffico automobilistico nel cuore della città. Il torrente, già inquinato e propenso alle esondazioni fin dalla giovinezza dell’Autore, divide in due parti il Comune, prima di finire il suo corso nelle acque del fiume Sarno, un nome che rievoca terribili alluvioni e smottamenti, gli ultimi dei quali hanno impresso nella memoria degli Italiani il loro apocalittico ricordo solo pochi anni fa. E le acque hanno danneggiato molto spesso anche M.S.S. poiché il Solofrana, prima di essere coperto con una strada (grazie anche alle appassionate battaglie sostenute dal Sindaco Carmine Manzi), allagava il borgo di S.Angelo fino a renderlo simile a una Venezia in miniatura, cui mancavano solo le gondole, come fa notare argutamente l’Autore, dotato di spirito sagace. Per non parlare poi delle calamità che nel 1954/55 colpirono prima Salerno (alluvione), subito dopo M.S.S. (nubifragio).

Ma la vera catastrofe avvenne il 23 novembre 1980, quando tutta l’Irpinia e gran parte del Salernitano furono sconvolte da quel terremoto che distrusse interi paesi e costrinse anche l’Autore a rifugiarsi con la famiglia in un alloggio di fortuna, poiché quasi tutti gli edifici erano pericolanti e il solo entrarvi per raccogliere le proprie cose costituiva un rischio troppo grave.

Di fronte a questo evento tragico, non osservato da spettatore, ma vissuto personalmente e sofferto nel dolore dei propri familiari, l’Autore non esprime mai disperazione o rancore per chi non ha prestato i doverosi soccorsi ai terremotati; piuttosto riflette amaramente sull’egoismo degli uomini e sulla scarsa coerenza dello Stato, poiché alle parole di conforto e alle molte promesse iniziali non seguirono interventi concreti né subito né dopo, tanto che il Natale del 1980 fu trascorso “tra le macerie e nuove scosse”, con molto avvilimento non tanto per la povera mensa attorno a cui sedevano, quanto per la penuria ben più grave in cui versavano molte altre famiglie. E noi altri Italiani, che pur avevamo partecipato con generosità alla sottoscrizione per i terremotati, come potevamo trascorrere quello stesso Natale nel tepore delle nostre case, di fronte alle nostre tavole imbandite con cibi allettanti e con l’immancabile panettone? Abbiamo rivolto un pensiero ai terremotati che avevano freddo e fame? L’Autore non pone apertamente queste domande, ma le fa sorgere spontanee in chi legge le sue pagine sul terremoto del 1980: “L'uomo non deve essere abbandonato a se stesso, deve essere sostenuto, come uomo e come cittadino, dalla solidarietà umana e dagli interventi concreti dello Stato" (pag.120).

Ma la profonda fede in Dio e la grande forza d’animo aiutarono l’Autore a risollevarsi e “rinascere” sia in questa occasione, sia in quella che molti anni prima aveva devastato animi e Paesi: la seconda guerra mondiale, cui egli partecipò sul fronte del Carso e di cui soffrì tutte le conseguenze più dolorose dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio 1943. Provò il senso di sconfitta e di incertezza sul futuro dopo i gravi eventi del 25 luglio e dell’8 settembre, i “giorni di ansia e di dolore” dopo l’annuncio dell’Armistizio che poneva l’Italia in una posizione di gravissimo dubbio, se cioè mantenere fede al patto di alleanza con i Tedeschi oppure combatterli al fianco degli Alleati, visti da alcuni come liberatori, da altri come invasori del nostro Paese.

L’Autore vuole “ricordare quegli eventi al di là di ogni passione di parte”, ponendo dinanzi agli occhi del lettore lo sgomento dei giovani soldati la sera dell’annuncio: “Ci vedemmo in quell’ora dell’Armistizio segnati di lutto come per la perdita di una persona cara e sentimmo il nostro cuore fasciato di dolore e di una grande tristezza” (pag.59). Sempre in modo “spassionato”, senza alcun tono accusatorio verso i responsabili della tragedia, bensì con grande amore verso tutti gli uomini, con gratitudine per chi lo ha aiutato nella fuga dal fronte e nell’odissea del reduce, con un costante pensiero fraterno per chi stava ancor peggio di lui (gli Italiani che dovettero combattere o subire ancora due anni di guerra, per di più fratricida), egli narra tutta la triste vicenda di un giovane universitario inviato al fronte, costretto improvvisamente a togliersi la divisa militare per non essere riconosciuto (ma gli scarponi lo tradivano), a mendicare l’acqua e un po’ di cibo durante il ritorno verso la sua casa, a ripararsi la notte dove la generosità di una donna e di una ragazza avevano offerto ospitalità e un “volto d’amore e di compassione”, tanto che il numero 2 di via Udine a Trieste restò sempre scritto nel suo cuore, anche quando tornò in quella città in veste di Sindaco per festeggiare il ritorno di Trieste all’Italia, il 4 novembre 1954. “Avevo lasciato la città l’8 settembre del 1943 con una pena nel cuore e non avrei mai pensato di poter rivivere da vicino questo giorno di gloria. Trieste rappresenta per me che vi ho vissuto così a lungo qualcosa di più, non soltanto la sacralità dei confini della patria.”(pag.109). E il lettore comprende quali siano i veri valori per Carmine Manzi: Dio, la patria, la famiglia, l’umanità intera, la cultura, la poesia, l’arte.

Finalmente, dopo inenarrabili peripezie, percorrendo a piedi il tragitto da Benevento a Mercato S.Severino lungo i binari della ferrovia, giunse in una città deserta, da cui erano “sfollati” in campagna quasi tutti, anche i suoi parenti, “quando ancora si levava dalle macerie il fumo dell’ultimo bombardamento.(…) Sono le ore 18 del 16 settembre.” (pag.63).

E subito dopo la fame, la paura e l’ultima eruzione del Vesuvio, tanto che gli anni 1944/45 furono certamente i più oscuri del dopoguerra, parafrasando le parole dell’Autore. Ma se si pensa al nome da lui scelto per la rivista letteraria cui diede vita in seguito (“Fiorisce un Cenacolo”), appare evidente la sua inarrestabile volontà di rinascita, come accade per la natura che rifiorisce sempre vitale e bella dopo la morte e la desolazione dell’inverno.

Questo paragone con la natura non è fuori luogo poiché Carmine Manzi rivolge uno sguardo a ciò che lo circonda in ogni situazione, persino nelle più dolorose. Sono infatti indimenticabili i suoi squarci paesaggistici che si intrecciano alle vicende, talvolta solo un accenno impressionistico oppure un delicato contrappunto: le gemme appena spuntate sui rami, i peschi in fiore, i campi di grano infiammati dal rosso dei papaveri, i boschi rigogliosi sulle pendici dei colli, le violaciocche rosa e lilla, i rami del glicine in fiore, i ciclamini dai colori vivaci, la chiarìa dell’alba, il sole a picco sulla campagna fertile, il rosso tramonto, il pianto delle stelle sul dolore dei terremotati.

Ciò che unisce tutto questo, cioè la presenza consolatrice e vitalizzante della natura, la storia antica o contemporanea, le vicende personali o quelle di personaggi umili o famosi, le petizioni politiche, i discorsi pubblici, gli articoli pubblicati sui giornali, i passi di critica letteraria o le enunciazioni estetiche, è lo spirito dell’Autore che, scavando nella sua memoria e talvolta nei documenti, oppure volgendo attorno lo sguardo nella sua amata Mercato San Severino, vede le torri diroccate del Castello e immagina Teodora a colloquio con lo sposo Ruggiero II o il fratello Tommaso d’Aquino; guarda la strada che attraversa la città e rivede se stesso fanciullo che si bagna nelle “chiare, fresche e dolci acque” del Solofrana non ancora coperto, forse in compagnia di Michele Prisco; rientra nel suo Eremo Italico e rivede tutte le personalità che vi si sono riunite nei convegni culturali; guarda in un punto ben preciso all’ingresso del paese e rimpiange il pino secolare che faceva parte del paesaggio ed ora lascia un senso di vuoto soprattutto nell’animo.

Il filo che l’Autore segue per non perdersi nel labirinto delle notizie riportate nel suo bel libro, scritto con la sua consueta prosa limpida e cristallina, di classica purezza e proprietà, in effetti è una cittadina in provincia di Salerno, dove si può arrivare anche in treno, su sedili di velluto verde, con un capotreno gentilissimo che si scusa per l’eccessivo numero di fermate del suo convoglio di due sole carrozze, da lui stesso manovrato (“il trenino dei ricordi” dice l’Autore salutandone il ritorno dopo 25 anni di assenza). Una piccola città come tante altre, ma per Carmine Manzi la “sua” città, quindi la sua terra, la sua gente, le sue radici, in breve la sua stessa identità.

Dopo aver letto questo suo libro ho l’impressione di conoscerlo meglio, più profondamente. E ne valeva veramente la pena.

Recensione
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