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L’avvincente libro del grande Carmine Manzi, nato dalla mente poliedrica dello studioso, dall’animo sensibile del poeta, dalla memoria venata d’affetto dell’uomo profondamente legato alla sua terra natale e da una penna certamente prodigiosa, su qualunque argomento lasci la sua ariosa e limpida traccia, non è un’autobiografia nostalgica in stile memoriale, tanto meno un meticoloso volume di storia locale ricavata dagli archivi delle biblioteche. Infatti l’Autore ha tratto “dagli archivi della memoria” le tessere con cui creare il mirabile mosaico in cui narra, “per quadri” sapientemente allineati o intercalati, la millenaria vita della sua amata città, con uno sguardo ancor più affettuoso per il “suo paese”, il borgo di Sant’Angelo. Qui Egli è nato, ha trascorso gli anni felici dell’infanzia e della giovinezza, successivamente, dopo la dolorosa parentesi della guerra, nel 1949 ha fondato la nobile e celeberrima Accademia di Paestum nel famoso Eremo Italico (in realtà la sua casa natale, odorosa di zagare e di gelsomini, così denominata da un fanciullo molto precoce, già profondamente imbevuto degli ideali di Amore e di Patria, di Arte e di Cultura che professerà per tutta la vita, nelle azioni e negli scritti).

L’Autore stesso afferma: “Non sono un ricercatore delle fonti storiche del territorio, (…) mi sento però un innamorato della storia del mio paese.”. E questo autentico amore gli ispira certo i primi capitoli in cui rievoca persino poeticamente la gloriosa storia dei Sanseverino, Signori del Castello e di tutta la vallata dall’epoca di Roberto il Guiscardo (metà del sec.XI) alla morte di Tommaso III, ultimo discendente del glorioso Casato (1358). Una storia di “santi e guerrieri” che affonda le sue origini nel Medioevo, quando il Cavaliere Turgisio giunse nell’Oppidum Rota al seguito di Roberto il Guiscardo, che nel 1067 gli offrì l’investitura del Castello come premio per le sue imprese eroiche. E seguono pagine dedicate ai nobili discendenti di Turgisio de Rota, ormai denominati de Sancto Severino dal nuovo epiteto attribuito al Castello dal capostipite.

E spiccano tra le altre per il loro fascino quelle dedicate dall’Autore alla pia Castellana Teodora D’Aquino, sorella di S.Tommaso e sposa di Ruggiero II di Sanseverino: una Signora illuminata da un’autentica religiosità e da una vasta cultura che condivide con il fratello in lunghi colloqui; “una vestale d’amore che si consuma di zelo per la vita del suo Signore e per la gioia dei suoi vassalli”, ma che, nel contempo, soccorre personalmente con sollecitudine i suoi sudditi più bisognosi, accogliendoli persino alla sua mensa. In esse rinasce idealmente la vita splendida nei costumi e nella spiritualità che si svolgeva nel Castello, la cui torre domina ancora il paesaggio di Mercato S.Severino e compare nella prima delle belle illustrazioni grafiche di Carmine Petraccaro, che arricchiscono la raffinata veste editoriale realizzata dalla Gutenberg di Lancusi (dicembre 2000).

Carmine Manzi, dunque, nelle tre parti in cui è articolato il libro, con un intreccio sapiente dei ricordi personali e delle notizie documentate dagli studiosi, porta alla luce “dagli archivi della memoria” non solo la gloriosa storia dei Sanseverino, che nobilita il passato remoto della città, ma anche una serie di personaggi illustri che nacquero a Mercato S.Severino oppure vi soggiornarono per qualche tempo, tra cui due Papi (Gregorio VII esule a Carpineto e Urbano VI nato ad Acquarola), un Garibaldino dei Mille, un Patriota della Carboneria e tanti altri. Inoltre dedica pagine di grande interesse storico-religioso a S. Alfonso de’ Liguori, che istituì proprio a Ciorani la Casa di Noviziato della sua Congregazione. Ed altre pagine sono pregne di orgoglio per i cittadini onorari, divenuti tali per il suo interessamento di Sindaco, tra cui il poeta E.A. Mario e lo scrittore Michele Prisco, anch’essi innamorati di quei luoghi ameni, pur non essendovi nati.

Nel contempo l’Autore ricostruisce la fisionomia del Comune di cui fu appunto Sindaco negli anni 1954/55, descrivendo il suo “piccolo regno” con immagini paesaggistiche colte e riprodotte con l’animo del poeta raffinato e dell’uomo sempre estatico dinanzi agli spettacoli meravigliosi della natura, ma purtuttavia nostalgico del passato, quando il paesaggio non era ancora stato trasformato o persino alterato dagli interventi urbanistici (“Però, come era più suggestivo, quando sbucando da un sentiero di more o di biancospini, in primavera, ti trovavi all’improvviso di fronte alle prime case del paese!”). Il lettore dunque vede con nitidezza i vari borghi, le frazioni, i paesini arroccati sulle sponde del torrente Solofrana (dalle acque un tempo “fresche e chiare”), che “divide il territorio del Comune quasi in due parti uguali” prima di confluire nel fiume Sarno, il cui nome purtroppo è legato al ricordo dell’immane catastrofe avvenuta pochi anni fa.

E non solo molte altre alluvioni, tra cui quella disastrosa che colpì duramente Salerno nel 1954, e il tremendo nubifragio che nel 1955 si scatenò con la sua onda devastatrice su tutto il territorio del Comune di M.S.S. (proprio negli anni del suo mandato di Sindaco), ma molte altre calamità si abbatterono nel corso degli anni sulla terra tanto amata dall’Autore, che le descrive con grande capacità icastica, ponendo quasi davanti agli occhi del lettore tutte quelle macerie e le indicibili sofferenze dei “senza tetto”. Infatti si sofferma soprattutto sul rovinoso terremoto che sconvolse l’Irpinia e il Salernitano nel 1980, rievocandolo con profondo pathos non solo per il ricordo indelebile delle apocalittiche rovine sparse ovunque, ma anche perché lo sperimentò a lungo in tutta la sua gravità nella sua stessa vita familiare e nei patimenti dei suoi amati concittadini.

Tuttavia l’Autore, sostenuto dalla sua profonda religiosità e da una grande forza d’animo, riuscì a risollevarsi e quasi a “rifiorire” (ecco il senso del titolo “Fiorisce un Cenacolo” dato alla rivista fondata nel 1940, come reazione di vitalità in un’epoca oscura) sia in questa occasione, sia in quella che molti anni prima aveva devastato animi e Paesi: la seconda guerra mondiale, cui egli partecipò sul fronte del Carso e di cui soffrì tutte le conseguenze più dolorose dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia il 10 luglio 1943. L’Autore vuole “ricordare quegli eventi al di là di ogni passione di parte” per offrire un quadro oggettivo della situazione italiana in quei giorni cruciali e per far comprendere al lettore il profondo sgomento dei giovani soldati la sera dell’8 settembre 1943, quando fu dato per radio l’annuncio dell’Armistizio. Con autentico amore verso tutti gli uomini, quindi senza rancore verso i nemici (ma quali erano poi i nemici in quei giorni di tremenda incertezza, di ineffabile sbigottimento?); con gratitudine per chi lo aiutò nella fuga dal fronte e nell’odissea del reduce, ma anche con un costante pensiero fraterno per chi stava ancor peggio di lui in altre regioni dell’Italia, egli narra tutta la triste vicenda di un giovane universitario inviato al fronte, costretto improvvisamente a togliersi la divisa militare per non essere riconosciuto dai nuovi nemici, a mendicare l’acqua e un po’ di cibo durante il ritorno verso la sua casa, a ripararsi la notte dove la generosità di qualche donna offriva rifugio e sostegno morale. Finalmente, dopo indescrivibili peripezie, ma con lo sguardo sempre affascinato dalla bellezza della natura (“dormiamo all’addiaccio, sotto un cielo meraviglioso, illuminato dalla luna nuova”), percorrendo a piedi il tragitto da Benevento a Mercato S.Severino lungo i binari della ferrovia, il 16 settembre giunse “quasi al calar del sole” in una città deserta, da cui erano “sfollati” in campagna quasi tutti, anche i suoi parenti, “quando ancora si levava dalle macerie il fumo dell’ultimo bombardamento.”.

E nei mesi successivi non l’esultanza per la fine della guerra, ma la fame, la paura del domani così precario e l’ultima tremenda eruzione del Vesuvio nel 1944 (la cui magistrale descrizione fa ricordare la celebre lettera di Plinio il Giovane a Tacito sull’eruzione del 79 d.C.), tanto che quegli anni furono certamente tra i più dolorosi della sua vita.

Egli, tuttavia, trovava pace nella solitudine silenziosa del suo Eremo Italico, in cui le privazioni e gli stenti della vita quotidiana erano attenuati dall’immersione profonda nel “suo mondo”, fatto di studi, di attività letteraria e di contemplazione: “…basta che veda i miei monti baciati dalla luce rossa del sole al tramonto.”. La bellezza della natura, dunque, è sempre consolatrice per chi sa guardare oltre il proprio ristretto perimetro, per chi la ama e la ricerca con affetto.

L’Autore poi, che da giovane universitario legò i suoi ricordi di guerra al Carso e alla città di Trieste, da adolescente liceale si impresse indelebilmente nella memoria l’estate del 1936, quando fu testimone di un evento storico straordinario per la sua piccola città: la presenza del re Vittorio Emanuele III (appena divenuto Imperatore con la conquista dell’Etiopia) nella vicina Castel S.Giorgio, in occasione delle manovre militari che quell’anno si svolgevano in Irpinia e nel Salernitano. E gli fece visita Mussolini, attraversando poi la città in automobile tra due ali di folla osannante, tra cui possiamo immaginare anche gli studenti ormai in vacanza, fieri di veder passare per le loro strade le più alte cariche dello Stato e di sapere che non lontano da loro il Re in persona assisteva alle “grandi manovre”. “Giorni indimenticabili” conclude l’Autore, trasmettendo ai lettori l’entusiasmo di un adolescente che vede con i propri occhi i protagonisti della “grande storia”, studiata nei libri e soprattutto discussa a scuola con i docenti.

Questi due esempi, la visita del Re e la vicenda bellica, oltre che interessanti in sé per il loro valore storico, sono indicativi del metodo con cui l’Autore raccoglie armonicamente in alcuni capitoli eventi così vasti e di tale portata: sono i suoi ricordi personali, tratti appunto “dagli archivi della memoria”, quindi gli basta rammentare se stesso quindicenne oppure universitario in divisa militare per far tornare al presente squarci di storia patria senza la retorica o la faziosità di certi libri, ma piuttosto con le autentiche emozioni di chi ha vissuto quegli eventi con l’animo sgombro di pregiudizi e nutrito di ideali nobili e puri: Dio, la Patria, la Famiglia, l’Umanità intera, la Cultura, la Poesia, l’Arte, cioè gli stessi ideali che lo avevano ispirato, quando era fanciullo, a denominare Eremo Italico la sua casa natale. La memoria è dunque il suo “filo d’Arianna” per non smarrirsi nel labirinto di notizie contenute talvolta in documenti ufficiali, talaltra in articoli di rivista ed elzeviri, altre volte nel testo di orazioni pubbliche effettivamente pronunciate come Sindaco o come uomo di cultura, per la maggior parte nella sua mente vasta e vivace.

Le radici e l’identità di un individuo consistono nella sua memoria, senza la quale egli sarebbe inconsapevole di sé, quasi un essere inconsistente, sconosciuto e privo di futuro perché privo di passato. Allo stesso modo la memoria storica costituisce le radici profonde e l’identità ora di una cittadina campana ora di una Nazione, infondendo il senso di appartenenza a una società e il culto di un complesso di tradizioni comuni che uniscono attraverso i secoli.

Ecco allora un altro grande pregio del libro e un’ulteriore prova della straordinaria abilità letteraria di Carmine Manzi: ampliare la sua storia individuale fino a renderla storia di un’intera città e, nei due punti sopra indicati, storia di un’intera Nazione, facendo sì che il particolare si fonda insieme con l’universale, anzi, divenga esso stesso universale grazie all’elaborazione poetica dell’Autore/artefice. La “piccola storia” è intrecciata magistralmente alla “grande storia” come nel romanzo del Manzoni, poiché ciascuno di noi, pur nel suo piccolo ambito e con le sue funzioni più o meno significative, contribuisce a crearla e talora a imprimerle una svolta. Le vicende di un piccolo Renzo Tramaglino o di un “piccolo” grande Carmine Manzi divengono esemplari della condizione umana in un periodo storico travagliato dai mali più grandi per l’umanità, tra i primi la guerra, le catastrofi naturali o la peste. Esemplari, perciò universali. E poiché ciascuno, più o meno consapevolmente, assorbe e riflette il clima della sua epoca, attraverso la memoria di Carmine Manzi possiamo ripercorrere la storia “piccola” e “grande” di quasi tre quarti del Novecento, ravvisando le emozioni e le reazioni di un uomo sensibile, colto e, quando è necessario, combattivo.

Si leggono tutte d’un fiato le 446 pagine del libro perché scorrono fluentemente come l’acqua d’un limpido ruscello, nella consueta prosa forbita, nitida e cristallina, di classica purezza e proprietà, pur con evidenti gradazioni tra le pagine “ufficiali” e quelle sgorgate dall’animo commosso di fronte alle sofferenze umane o alle prime gemme spuntate sui rami, intenerito alla vista dei peschi in fiore, dei campi di grano infiammati dal rosso dei papaveri, dei boschi rigogliosi sulle pendici dei colli. E nelle pagine sembrano spuntare tra un evento e l’altro le violacciocche rosa e lilla, i rami del glicine in fiore, i ciclamini dai colori vivaci, i gorgheggi degli usignoli tra il verde, la chiarìa dell’alba, il sole a picco sulla campagna fertile, il rosso tramonto, come se la natura offrisse la sua bellezza quasi a consolare e risarcire l’uomo delle sue sofferenze.

Carmine Manzi ha sempre lo sguardo e l’animo rivolti al paesaggio che ama e di cui comprende il linguaggio segreto: il pianto delle stelle sul dolore dei terremotati, la luce argentea della luna che veglia sul sonno del giovane reduce. E da questa sensibilità si riconosce l’autentico Poeta.

Recensione
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