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Essere laici

Nota sull'intervento di Pier Franco Quaglieni
in apertura agli Annali del Centro Pannunzio

“Il dibattito su laicità, laicismo, anticlericalismo ha assunto toni sempre più accesi ed esasperati (…). Senza addentrarci nell’analisi del perché questi temi ritornano con tanta insistenza polemica, vorremmo provare ad incominciare a fare un po’ di chiarezza sui termini sì da consentire un dibattito più preciso anche a livello concettuale.”

Con queste parole esordisce il prof. Pier Franco Quaglieni, Presidente del Centro “Pannunzio” e Direttore degli Annali, nell’editoriale "Essere laici" con cui si apre la sezione "Primo Piano" del ricco volume in cui è raccolto l’operato culturale del Centro nell’anno civile 2007/2008, in buona parte rivolto agli eventi politico-culturali del 1947, cruciale per l’Italia perché “anno della svolta”. Sagge parole, poiché la chiarezza sui termini usati è il presupposto di un dibattito serio e costruttivo, in cui ciascuno possa comprendere ciò che l’altro dice senza equivoci e fraintendimenti deleteri. A maggior ragione quando i termini sembrano sinonimi o molto simili l’uno all’altro, mentre nel caso della ‘laicità’ la differenza è rilevante rispetto a ‘laicismo’ e soprattutto ad ‘anticlericalismo’.

Per suffragare i suoi convincimenti il prof. Quaglieni riporta passi molto significativi di Norberto Bobbio, Alessandro Passerin d’Entrèves, Francesco Ruffini, uno dei maestri di Passerin, Valerio Zanone e Giovanni Fornero. Ciascuno di loro definisce i termini ‘laicismo’ e ‘laicità’ nella propria ottica. L’uno li distingue nettamente e rileva nel primo una connotazione negativa, persino spregiativa, poiché pregno d’intransigenza e d’intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose, mentre la ‘laicità’ è caratterizzata fondamentalmente dalla tolleranza (N. Bobbio). L’altro definisce il termine ‘laico’ come colui che “considera il vincolo politico di natura diversa da quello religioso” e volge il suo impegno a favore di una concezione non confessionale dello Stato, pur non restringendo il problema al solo rapporto tra Stato e Chiesa; anzi, il ‘laico’ “riconosce apertamente che la società moderna è caratterizzata da una grande varietà di opinioni e di credenze e ne conclude che lo Stato, allo scopo di rispettare tale varietà e di tutelare l’uguaglianza dei cittadini, deve praticare una rigorosa e imparziale neutralità in materia di ideologie e di fedi” (A. Passerin d’Entrèves). L’altro ancora sostiene che “la libertà religiosa non prende partito né per la fede né per la miscredenza” (F.Ruffini), dimostrando tutti quanti, pur con lievi differenze d’opinioni, quanto poco la vera laicità e la vera democrazia siano fiorite nei decenni passati. Seguono le definizioni dei termini date da V. Zanone e da G. Fornero dalle quali si evince che esistono diversi tipi di ‘laicismo’, con sottili distinzioni riguardo al comportamento di coloro che lo professano.

Chi scrive si è volutamente soffermato su questa parte del saggio affinché sia chiaro a chi legge di che cosa parli il prof. Quaglieni quando usa l’uno o l’altro termine.

Segue una parte in cui è analizzato diacronicamente il ‘laicismo’, il cui patrimonio culturale ha ricevuto contributi dalla tradizione illuministico-liberale, anarchico-libertaria e marxista. Ciò tuttavia non porta ad un avvicinamento proficuo per la società dei partiti o movimenti politici in cui tali componenti si configurano, perché esse restano distanti tra loro e, al massimo, potrebbero giungere ad un confronto ‘laico’.

Si precisa poi la differenza tra ‘laicità liberale’ e Illuminismo, anzi, i vari Illuminismi, perché in modi molto diversi si è configurato il grande movimento di pensiero del Settecento: come esempio bastino i nomi di Rousseau e Kant. Notevole differenza esiste anche tra ‘laicità liberale’ da una parte, cultura libertaria e cultura marxista dall’altra, per le quali ultime resta valido il riferimento storico al ‘laicismo’. Si afferma inoltre che la ‘laicità liberale’ ha contorni ben definiti di cui si deve tener conto per non incorrere in atteggiamenti ‘illiberali’, chiaramente esplicati nella citazione tratta da uno scritto di V. Zanone, in cui si definisce “l’offensiva culturale che accoppia il liberismo del ‘tutto è lecito’ con la restrizione delle scelte individuali nei diritti civili”.

Nel saggio inoltre compare una lucida analisi degli equivoci nati dall’uso arbitrario del termine ‘libertario’ come sinonimo di ‘liberale’ poiché “il liberalismo esprime una concezione della libertà che scaturisce da regole precise, anzi la libertà è garantita proprio dal rispetto di regole che limitano i poteri dello Stato e dell’individuo” scrive Quaglieni, facendo tornare alla memoria un noto passo di Cicerone, in cui si afferma che la legge è garanzia di libertà: “Legum ministri magistratus, legum interpretes iudices, legum denique idcirco omnes servi sumus ut liberi esse possimus” (Pro Cluentio, 146). Noto è l’antico proverbio “Sub lege libertas” e ancor più nota la frase di Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra” (n.d.r.).

Seguono confronti/scontri tra la visione liberale-laica e la tradizione marxista nella sua versione leninista, nonché il marxismo-leninismo nella versione gramsciana. Si contrappongono, sulla scorta del pensiero di N. Bobbio espresso nel Profilo ideologico del Novecento, l’intellettuale “clericale”, che contrappone in modo settario la sua concezione del mondo a tutte le altre, agli intellettuali “laici” che sentono “l’esigenza di incontrarsi (…), di iniziare un dialogo (…), di cercare più i punti di accordo che quelli del disaccordo” (N. Bobbio, op. cit.).

Di nuovo l’autore chiarisce il termine ‘laicismo’ che “secondo alcuni, implica una visione immanentistica della vita ed una cultura che si fondi esclusivamente su una visione storico-scientifica dell’uomo”, quasi fosse un “surrogato dell’ateismo” e, di conseguenza, implicasse “una sostanziale condanna della religione come forma di superstizione irrazionale e di oscurantismo”. A questo proposito vengono citate le opinioni di Nicola Abbagnano, dalle quali si evince la mancanza di prove scientifiche sufficienti dell’esistenza o inesistenza di Dio, e di Francesco Ruffini che distingue nettamente la libertà religiosa dalla libertà di pensiero, la quale “dovrebbe indicare l’affrancarsi dello spirito umano da ogni preconcetto dogmatico, da ogni pastoia confessionalistica”, e si rifiuta d’identificare la ‘laicità’ con l’antireligiosità.

Fondamentali risultano le citazioni di grandi filosofi per sostenere che “un atteggiamento laico autentico si può vedere in chi si rifiuta di procedere al di là di ciò che è dato umanamente sapere”. Per Kant anche la ragione ha i suoi limiti perché la ricerca è razionale solo quando ammette di essere fallibile; secondo Karl Popper “tutti gli sforzi dell’uomo sono fallibili, ma la loro fallibilità ci sfida a renderli meno fallibili”.

La posizione ‘laica’ può anche conciliarsi con quella religiosa, se si rilegge insieme con il prof. Quaglieni un importante passo di Benedetto Croce, citato per intero dall’autore ma qui stralciato: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta (…) un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”. Dunque un ‘cattolico laico’ non impone, ma semmai propone agli altri le ragioni della sua fede. Vengono portati alcuni esempi recenti, come il presidente John Kennedy, o più antichi, come il teologo statunitense secentesco Robert Williams, per sostenere che nella vita pubblica il cattolico deve agire per il bene della comunità, per la libertà di tutti, indipendentemente dalla fede professata nella vita privata, atteggiamento molto difficile nella vita italiana sia nell’Ottocento, sia successivamente. Basterebbe l’esempio dello Stato della Chiesa, esistito fino al 1870 come ostacolo all’unità d’Italia e come fonte di anticlericalismo, il quale a sua volta nasce come risposta al clericalismo più intransigente. L’anticlericalismo, tuttavia, se inteso come condanna della corruzione radicata nella Chiesa, è nato fin dal Medio Evo, come dimostra apertamente Dante Alighieri. In tempi più recenti Voltaire ha posto le basi dell’anticlericalismo inteso come ‘laicismo’, termine che quindi finirà per identificarsi con lo stesso ‘anticlericalismo’.

Parrebbero giuochi di parole, ma nell’editoriale del prof. Quaglieni risulta chiaro che oggi vi è una sostanziale differenza tra ‘laicità’, ‘laicismo’ e ‘anticlericalismo’ inteso come ‘laicismo’, quasi ne fosse un sinonimo, mentre è possibile la convivenza tra ‘laicità’ e ‘anticlericalismo’ se quest’ultimo si oppone all’invadenza della Chiesa nelle questioni politiche. Seguono conferme, tratte da affermazioni di N. Abbagnano e di N. Bobbio, che la ‘laicità’ è nell’interesse di tutti e non è una nuova cultura, ma la condizione per la convivenza di tutte le culture.

Ma non basta ancora. Sono nate, infatti, polemiche tra filosofi e studiosi sulla definizione di ‘laicità’ per quel margine d’ambiguità che contiene, posta ben in luce da Michele Severino nella polemica con Claudio Magris appunto sul significato preciso di questo termine tanto dibattuto. L’autore del saggio espone con chiarezza i termini della contesa e i rischi di fraintendimento che la ‘laicità’ continua a correre se ci si allontana anche di poco da alcuni principi fondamentali: l’umiltà del confronto, perché solo attraverso il confronto le idee progrediscono, e la verità come continuo divenire, secondo il pensiero di Benedetto Croce.

Compare nel saggio anche una rilevante affermazione del filosofo Bertrand Russel sull’argomento fin qui dibattuto, cioè che la tolleranza come caratteristica di un periodo storico è riconoscibile “dalle libertà liberali: libera stampa, libero pensiero, libera espressione, libera propaganda. La libertà di leggere quel che si vuole, la libertà di avere la religione che si preferisce o di non avere religioni”.

Si conclude l’avvincente ragionamento con l’analisi di un problema molto sentito nella società italiana ormai multietnica; il rapporto tra l’Islam e lo Stato e in particolare la compatibilità dell’Islam con la ‘laicità’, la democrazia, la libertà d’espressione e la tolleranza religiosa. Secondo le affermazioni di Sadik Jalal al-Azm l’Islam “non è compatibile con niente altro se non con se stesso”, perciò rifiuta e combatte la laicità, l’umanesimo e ogni altra religione.

In altri tempi e luoghi l’Islam è convissuto con situazioni storiche molto diverse, ma è impensabile che possa divenire compatibile con la ‘laicità’ definita in questo saggio. Né basta l’esempio di Mustafa Kemal Atatürk che tentò di rendere laico un paese islamico con varie riforme radicali nella Turchia appena emersa dalla Prima Guerra Mondiale: paese laico sì, ma non di quella ‘laicità’ intesa come rispetto di ogni idea e identità. Piuttosto “la Turchia moderna rivela una sorta di ‘laicismo armato’ che ha tentato di occidentalizzare il Paese senza affatto accoglierne la cultura liberale” scrive il prof. Quaglieni, che conclude il suo più che convincente saggio con un monito contro il fondamentalismo, ogni forma di fondamentalismo, perché inconciliabile con la cultura del pluralismo, della tolleranza e della ‘laicità’ che sono espressione della cultura europea nata e cresciuta negli ultimi due secoli di storia.

Il grande pregio dell’editoriale Essere laici consiste non solo nel messaggio di tolleranza verso gli altri, verso il loro pensiero, la fede, la visione della vita, ma anche nell’estrema lucidità del ragionamento che si snoda coerentemente dalla prima all’ultima parola, raggiungraggiungendo alla fine dello scritto l’asserzione da cui aveva avuto inizio e creando, per così dire, un cerchio che è la figura geometrica della perfezione.

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