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La monografia di Imperia Tognacci su Giovanni Pascoli, dal significativo sottotitolo tratto da uno scritto del poeta stesso, capta immediatamente l’interesse del lettore che si trova dinanzi agli occhi non un trattato cattedratico ed esaustivo sul poeta di Myricae, bensì una direi quasi affettuosa esposizione, limpida e fluente nel dettato, degli elementi fondamentali che compongono la sua poesia, senza che il legame di conterraneità tra il poeta e l’autrice (entrambi nati e cresciuti a San Mauro), accentuando l’affinità d’ambiente, paesaggio, clima atmosferico e culturale, costumi e perciò ‘simpatia’, sminuisca la lucidità analitica nell’interpretazione dei testi pascoliani e la serietà delle argomentazioni, dei rimandi intertestuali e dei riferimenti bibliografici. Dunque una monografia seria e ben documentata nelle asserzioni, per di più resa originale e ravvivata proprio da ciò che avrebbe potuto inficiare la lucidità nei giudizi, la quale poggia sul distacco e l’oggettività.

I cinque capitoli in cui l’opera è suddivisa ben distribuiscono e trattano compiutamente gli argomenti che la Tognacci si è prefissa di esporre per offrire un profilo chiarificatore del ‘suo’ Pascoli, senza la presunzione di considerare ormai concluso con il suo scritto il discorso sul poeta, soprattutto sulla parola pascoliana come musica nuova (Vincenzo Rossi lo asserisce con fermezza nella lucida prefazione). Sono numerose e scelte sempre con pertinenza le liriche pascoliane, riportate talora per intero o solo citate a sostegno delle affermazioni. L’acume critico è evidente nell’interpretazione dei versi, in un discorso che nasce dalla convinzione che il legame tra un poeta e l’ambiente in cui è nato e si è formato eserciti un’influenza non indifferente sulla sua poesia (ovvio è l’esempio di Leopardi e Recanati).

La Tognacci svolge appunto nel I capitolo il rapporto tra il Pascoli e l’ambiente naturale e storico-sociale in cui si consumò la tragedia della sua famiglia, con la capacità di allargare ed approfondire il discorso su temi esistenziali e metafisici, che spaziano dal senso della vita al mistero sulla propria identità e su ciò che ci circonda, alla ricerca della verità, al silenzio di Dio. L’autrice evidenzia inoltre le componenti romantiche della sua poesia (il ‘sentimento’, la ‘nostalgia’, il ‘ritorno al passato’); quelle realistiche (l’accostarsi agli umili e l’attenzione per le ‘piccole cose’, sulle quali però chi scrive propenderebbe per il Simbolismo che cerca di carpirne il linguaggio segreto, corrente poetica che peraltro l’autrice nomina a p. 73 con l’affermazione “…aprendo la strada al simbolismo senza portare questa esperienza al suo compimento, ma orientando tendenze future, come l’ermetismo.”); infine quelle tratte dal Decadentismo ed Esistenzialismo (il “senso di precarietà, di smarrimento, del mistero insoluto dell’esistenza umana”, p. 22).

Nel II la Tognacci tratta del rapporto tra Pascoli e il dolore che è non solo suo personale, ma universale, proprio di tutti gli esseri viventi, anche delle piccole cose; un dolore che permea tutta la sua opera, cui egli non riesce a trovare una giustificazione, ma reagisce non con il desiderio di vendetta o di risarcimento, bensì con il perdono, la bontà e l’amore per tutti gli uomini.

Nel III l’autrice presenta “Pascoli e l’uomo”, illustrando la sua forte individualità, la complessità del suo carattere, in cui peraltro è preminente il “suo voler vivere per la poesia” (p. 53), insieme con la perennità del suo “antico dolore” e la poetica della memoria che gli rinnova la sofferenza e lo spinge sempre a “vedere nel cuore” (p. 56). Quando poi tratta del sentimento d’amore la Tognacci allude alla mancanza dell’amore coniugale nel poeta schivo e timido, persino ostile al matrimonio forse per paura, pur riconoscendo la bellezza dell’amore tra uomo e donna, cantato con estremo pudore e finezza di simbologia ne Il gelsomino notturno e in Digitale purpurea. Pascoli, dunque, affermava di non essere un poeta d’amore (gli mancava “quella corda”), ma aveva nell’animo una grandissima potenzialità amorosa: amava profondamente la madre (complesso edipico?), la famiglia, l’umanità, la natura, le piccole cose, l’arte, la poesia.

Nel IV capitolo compare il rapporto “Pascoli e la Poesia”, quindi la sua estetica (cfr. La mia lampada, p. 70 sgg.), la poetica del fanciullino, affrontata dall’autrice anche in altre pagine del libro; i rapporti e le differenze tra il suo poetare e quello di Carducci e D’Annunzio, ma soprattutto quell’impressionismo che è la cifra più evidente e preziosa del Pascoli, confermata e lodata da valenti critici, del tutto ignorata invece da B. Croce nella nota ‘stroncatura’ che verrà confutato con chiare e convincenti argomentazioni nel V capitolo, con cui si conclude la bella monografia. Quanto al modo impressionistico di tratteggiare i paesaggi, di alludere a stati d’animo, di suggerire un significato altro dietro l’apparenza della realtà, la Tognacci scrive pagine interessanti e ben documentate (quasi sempre sulla scorta di G. Debenedetti), in cui illustra gli strumenti espressivi e stilistici del Pascoli, quali l’analogia (come anticipazione dell’Ermetismo), la sinestesia, il linguaggio fortemente metaforico, allusivo, evocativo e quant’altro si può evidenziare nelle poesie riportate come idoneo esempio.

Anche nei raffinati Poemi conviviali l’autrice rileva la sensibilità decadente, perciò moderna, del Pascoli che infonde nei suoi personaggi, in primis Ulisse, la sua stessa ansia di sapere, di penetrare nel mistero della vita e della morte, di scoprire il senso e il fine dell’esistenza (p. 74). E la “fede cristiana, soprattutto come possibilità di ritrovare nella vita ultraterrena le persone care”, accomuna alcuni personaggi dei Poemi cristiani al poeta stesso, che solo in questa fede e speranza poteva trovare conforto al dolore di tutta la sua vita (p. 85).

Dopo l’apprezzamento per la valida confutazione dei giudizi negativi crociani di cui si è detto (cap. V), si può affermare che risulta originale e pregevole nell’economia dello scritto la nota introduttiva in cui l’autrice dichiara di aver tratto dalla “importante” benché “invisibile presenza” del Pascoli a San Mauro di Romagna (ora San Mauro Pascoli) “l’anima della propria terra”, fonte del suo studio appassionato e soprattutto del suo amore per il poeta, ben evidente in tutta la monografia. E ancor maggiore pregio hanno le pagine finali in cui Imperia Tognacci riporta la Nota biografica scritta dal Pascoli stesso per la VI edizione di Myricae; quel prezioso libro visto dall’autrice tra le mani di sua madre e ascoltato dalla sua viva voce, poi assiduamente letto e studiato quando sentiva crescere sempre più profondamente nel suo animo l’amore per quel poeta che le insegnava a riconoscere il dolore come elemento indissolubile dalla vita, ma al tempo stesso ad amare senza limiti e a perseguire ideali di perdono, bontà e giustizia. Quel poeta di San Mauro umbratile e schivo per il quale la vita era poesia, o meglio, la poesia era vita.

Recensione
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