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Un film da non dimenticare

Mi ha attratta oggi, nel website di cultura varia La Poesia e lo Spirito, con cui collaboro di quando in quando, una locandina che ben conosco, con il bimbo in primo piano, com’è giusto che sia in un film che vuole porre i bambini al centro, non ai margini della vita familiare e sociale, come fine, non come mezzo di essa. Era una bella recensione del film di Vittorio De Sica I bambini ci guardano, girato nel 1943 e uscito nel 1944, ma proiettato nelle sale cinematografiche solo dopo la fine della guerra.

Pricò, diminutivo francesizzato di “precoce” divenuto soprannome, è un bambino di sette anni che vive con occhi lucidi e disperati le vicende della vita coniugale dei propri genitori. Un giorno, mentre è nel giardino pubblico a giocare con il monopattino, alza gli occhi per caso e vede la mamma Nina che parla concitatamente con un uomo (il suo amante). La macchina da presa riprende a lungo lo sguardo del bambino e il mutamento espressivo del suo volto, da sorridente a serio, perché tutto il film è antropocentrico ed è impostato sul caso che governa gli eventi, sull’imprevisto che cambia la vita. Il bimbo Pricò, quasi per intuizione del pericolo, va a riprendersi la madre e, quando ritornano a casa, si fa promettere che il giorno dopo torneranno insieme nel giardino pubblico. Al mattino, invece, lo sveglia il padre Andrea insieme all’anziana domestica Agnese. Gli dicono, senza far trapelare la tragicità della fuga, che la mamma è partita.

Mentre le donne spettegolano sul pianerottolo, la domestica porta il bambino dalla zia, sorella di Nina, che ha un laboratorio di sartoria, ma l’esperienza è del tutto negativa per la scarsa serietà dell’ambiente. Il piccolo va allora ad abitare dalla nonna paterna che vive in campagna con la giovane domestica Paolina. Anche qui piccoli gesti, mezze parole, arie misteriose che incuriosiscono Pricò. Una notte, per vedere Paolina recarsi furtivamente ad incontrare il suo amante, si appoggia al parapetto e fa cadere un vaso di fiori. La nonna ne deduce che è stato educato male dalla madre.

Tornato a casa dal padre, un giorno Pricò, gravemente ammalato, riceve la visita della madre e la implora di restare, insistendo perché si tolga il cappello. Per amore del figlio Nina e Andrea riprendono a vivere insieme e si riconciliano. Ma, quando la donna, insieme al figlio, va al mare ad Alassio, ricompare il suo amante Roberto e tra i due si riaccende l’antica fiamma. Il bambino, accortosene, avendo persino visto (non essendo visto) le effusioni tra i due sulla spiaggia, tenta di fuggire per tornare a Roma dal papà che lo ama profondamente, almeno così crede, ma i carabinieri lo fermano e riportano a casa madre e figlio. Purtroppo, arrivati a Roma, la mamma lo lascia solo al portone e prosegue in taxi verso la sua nuova vita, incurante degli effetti devastanti che senza dubbio scatenano sul figlio le sue scelte immorali.

Dopo la seconda fuga di Nina, Andrea affida Pricò ad un collegio di preti, anch’egli incurante del figlio che lo richiama disperatamente. Una volta a casa, sopraffatto dal dolore e dalla consapevolezza della sua inettitudine a gestire gli eventi che hanno distrutta la sua famiglia, si uccide.

La dolorosa notizia viene data a Pricò in collegio, quasi fuori scena. Ciò che conta ora è l’animo del bimbo che ormai ha persa l’innocenza della sua età, insieme con l’ideale della famiglia come luogo di affetti, di sicurezza, soprattutto di sani valori. Nell’ultima scena, infatti, egli rifiuta la madre, che rimane sempre immobile, e abbraccia solo la fedele governante Agnese, andandosene poi via di spalle verso l’atrio del collegio.

Certamente un bildungsroman questo film, in cui è rappresentato con sapienza il passaggio dall’infanzia all’età adulta in modo drammatico e doloroso, all’improvviso e proprio in seno alla famiglia, causa di tutto il male, non rifugio e consolazione.

Non potrei mai dimenticare I bambini ci guardano almeno per due ragioni.

La principale sta nel valore intrinseco del film, girato dal Maestro De Sica l’anno stesso in cui nelle sale cinematografiche si proiettava il suo Un Garibaldino al convento (1942), primo passo lontano dai “telefoni bianchi” e grande passo nella sua vita, poiché egli, regista e interprete, conobbe e sposò la bellissima attrice spagnola Maria Mercader, madre dei suoi figli Christian e Manuel.

Quale differenza tra i due film!

Il vero passo verso una cinematografia nuova, benché non ancora Neorealismo, che nella cinematografia di Vittorio De Sica nacque nel 1948 con il capolavoro Ladri di biciclette, fu compiuto proprio con I bambini ci guardano, ove la critica della piccola borghesia con il suo conformismo e i vizi nascosti sotto un velo di perbenismo, senza alcuna cura dello stato d’animo dei bimbi, non ciechi né ottusi, è il tema di fondo, svolto con grande cura dell’intreccio e girato con tecniche fotografiche particolari che rendono più drammatiche le scene. Ne è un esempio il lungo sguardo del bimbo verso la madre a colloquio con l’amante, oppure le effusioni dei due amanti sulla spiaggia viste dal bimbo ripreso “in primo piano americano”, cioè ripreso non fino alla spalla (primo piano) ma fino a mezza coscia mentre guarda i due, visibili in secondo piano. La tecnica permette di riprendere più persone privilegiandone però una, in questo caso il bimbo.

La seconda ragione del mio non poter dimenticare quest’opera consiste nella mia vicenda personale alla “prima” del film (era forse il 1946 o il 1947, quando si era “affamati” di cinema, di teatro e di altri spettacoli dopo gli orrori della guerra).

Il suo arrivo nella miglior sala cinematografica della mia città, Piacenza, fu preceduto da innumerevoli locandine in tutte le vie del centro e nella Piazza dei Cavalli. Si doveva vedere il film a tutti i costi.

Si radunò tutta la famiglia che ormai, dopo la devastante guerra, si era ridotta a mia madre, due zie (mia nonna non voleva più uscire la sera) e mia sorella (eravamo bambine, coetanee dell’attore che aveva due anni meno del personaggio interpretato). Si aggiunse anche l’anziana cameriera, che di solito andava al cinema con le sue amiche.

Nella sala ormai affollata dovemmo dividerci in due file e Lina, la cameriera, era seduta vicino alla zia più anziana, dietro di noi. Vedemmo dunque il film.

Noi bambine capimmo poco ma soffrimmo molto nel vedere quel nostro coetaneo così addolorato; ci colpì molto la scena in cui il bimbo va ad abbracciare la governante ma non degna di uno sguardo la madre. Era per noi gravissimo, inconcepibile: un gesto certamente dettato da un profondo rancore generato da un dolore insopportabile.

Quando ci alzammo e ci voltammo verso la zia e Lina, la meraviglia fu indescrivibile: Lina aveva il viso tumefatto e gli occhi come fessure. Quasi singhiozzando disse: «Non ho visto quasi niente. Ho sempre pianto!»

Non era la sola. Non ho mai visto tanti fazzoletti agli occhi come quella volta.

Eppure non era un film “strappalacrime”!

22 giugno 2011

Recensione
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