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La Sylphide
La danza dal mito greco fino al balletto romantico

La danzatrice Marie Taglioni nel balletto "La Sylphide" (1832).

Fin dai tempi più antichi, limitandoci alla civiltà fiorita intorno al Mediterraneo, in particolare a quella greca che senza dubbio è la radice della “nostra” civiltà, la danza ha costituito una parte fondamentale nella mitologia, nelle feste religiose, nelle cerimonie pubbliche, nel teatro sia tragico, sia comico. La danza è nata insieme con l’uomo.

Nella mitologia greca le Ninfe dei monti (Oreadi), dei boschi (Driadi), delle acque (Nereidi nel mare, Naiadi nelle sorgenti dei fiumi e molte altre), legate a varie divinità di cui costituivano il corteo, danzavano flessuosamente allietando l’ambiente in cui vivevano e che personificavano nel loro corpo di fanciulle semidivine.

Le Menadi, invece, donne invasate per il gran bere al seguito del dio della vite e del vino, Diòniso/Bacco, danzavano sfrenatamente (da ciò il nome Baccanti) nelle orge in cui si svolgeva il culto del dio. Tutto ciò nutre la letteratura classica greco-latina e si trasmette nei secoli anche nelle arti figurative.

Nella tragedia greca, musicata e cantata come il melodramma moderno, creato nel 1600 a Firenze da Vincenzo Galilei nella “Camerata de’ Bardi”, il coro, diviso in due schiere di “coreuti” e guidato dal “corifeo”, entrava nel teatro danzando (choreúein in greco significa “danzare”, quindi i “coreuti” e il “corifeo” erano rispettivamente i danzatori e il solista, come diremmo oggi); inoltre, cantando, commentava le vicende tragiche svolgentesi sulla scena e interloquiva con gli attori/personaggi, provocando negli spettatori quella immedesimazione e commozione che in greco è detta “catarsi”.

Nelle commedie del greco Aristofane, invece, il coro danzava e cantava per commentare le vicende e spesso dileggiare i personaggi. Per esempio, nella commedia “Le Nuvole” i coreuti, vestiti di veli per assomigliare appunto alle nuvole, dileggiavano i personaggi politici più in vista nei primi anni della celebre guerra del Peloponneso, mal condotta, e satireggiavano il filosofo Socrate per i suoi metodi educativi troppo moderni per i benpensanti (in realtà troppo pericolosi per le istituzioni, come dimostra la condanna a morte del grande filosofo).

Nell’era imperiale romana, spentosi l’interesse per il teatro descritto sopra, trionfò il “pantomimo”, uno spettacolo di “danza narrativa” in cui il danzatore senza parlare, ma con il suo gestire ed i suoi passi regolati da un tecnicismo codificato, mimava, cioè imitava e “viveva” un mito tragico, per esempio la vicenda d’Aiace, d’Agamennone, d’Oreste. Impersonava anche figure femminili, come del resto già avveniva nella tragedia classica e nella commedia, poiché alle donne era proibito calcare le scene salvo che nel mimo, ma a loro danno, poiché il termine “mima” era sinonimo di meretrice.

Il danzatore “pantomimo” spesso viveva a corte a fianco degli imperatori ed era idolatrato tanto quanto il “divino” Rudolf Nureyev nell’epoca moderna.

Nel Medioevo la danza fioriva nelle corti feudali con funzione d’intrattenimento ed era molto libera nei movimenti talora anche acrobatici. Solo nel Rinascimento si cominciarono a codificare i passi che contraddistinsero le singole danze e, soprattutto in Italia e in Francia, si affermò nelle corti principesche la figura del “maestro di ballo”, che conferì maggiore prestigio a feste e a cerimonie.

La danza, che fino ad allora aveva avuto solo la funzione di intrattenere gli invitati alle feste, grazie all’opera dei “maestri di ballo” incominciò ad assumere le caratteristiche di vero e proprio spettacolo, il “balletto”, al quale via via parteciparono sempre più ballerini professionisti. Questi rappresentavano davanti al pubblico una storia in musica, attraverso una serie di passi, figure e movimenti appositamente pensati, talvolta anche scritti sulla carta e studiati in una coreografia dal maestro di ballo. Nel 1851 in Francia fu allestito il primo balletto (in senso moderno) della storia: Le ballet comique de la Reine di Baldassarre Baltzarini di Belgioioso.

Nacquero a poco a poco varie Accademie di danza tra cui le più prestigiose furono la francese, creata a Parigi da Luigi XIV, l’inglese, la russa e l’italiana, ciascuna con le sue regole severe e il suo stile. Ultima in senso cronologico quella americana, nata negli Anni Venti del secolo scorso dal metodo russo, importato dal grande ballerino/coreografo russo George Balanchine, in un certo senso allievo e poi collega del famosissimo Serge Diaghilev, creatore dei Ballets Russes.

Si tralasciano per brevità le modificazioni apportate nel tempo alla tecnica (notevole l’introduzione delle prese e sollevamenti della ballerina per i maschi/ porteur), ai costumi, alle parrucche e alle scarpette. Nacque infine per le donne il “tutù” e furono adottate sempre più spesso, fino a divenire obbligatorie, le “scarpette da punta” rosa, per dare maggior leggerezza alla ballerina che, danzando in punta e sollevandosi da terra, pareva volare come un essere sovrannaturale.

La consacrazione ufficiale di tali scarpette rosa avvenne nel 1832, quando per la prima volta Maria Taglioni danzò sulle punte l’intero balletto La Sylphide, con la coreografia del padre Filippo Taglioni e il costume di Eugéne Lamy: il primo tutù bianco lungo fino alle ginocchia e due piccole ali applicate all’altezza delle scapole, le scarpette da punta rosa e l’acconciatura “à bandeaux”. Negli anni del Romanticismo, infatti, il balletto subì il fascino di personaggi, scenari, temi letterari caratterizzati da situazioni tragiche e sentimenti esasperati, spesso ispirati dalla mitologia germanica popolata da Elfi e da spiritelli eterei. La vicenda si snoda sull’amore impossibile tra la Silfide, spirito alato dei boschi, e il contadino scozzese James, che sta per sposare la contadina Effie. Purtroppo la strega Madge si interpone quando James abbandona Effie durante il matrimonio e fugge con la Silfide, pur sapendo d’essere mortale e di non poter trattenere con sé uno spirito. Madge inganna James donandogli una sciarpa che, legata alla vita di Silfide, dovrebbe trattenerla per sempre facendole cadere le ali. Invece la porta alla morte: Silfide si spegne lentamente circondata dalla sue compagne. Morirà anche James mentre lotta con la strega per vendicarsi.

Atto bianco nel balletto romantico. La danzatrice Alessandra Ferri interpreta Sylphide tra la candide Silfidi.

La Sylphide cambiò moltissimo lo stile dei balletti, nella tecnica, nella storia, nei costumi e in un certo senso ispirò uno dei grandi capolavori romantici del balletto: Giselle, interpretato per la prima volta all’Opéra di Parigi nel 1841 da Carlotta Grisi. Anche qui il tema sovrannaturale è dominante. Nel secondo atto i fantasmi delle Willi indossano il tutù bianco già reso popolare da La Sylphide. Per influsso di queste due splendide e commoventi opere che narrano storie d’amore tragiche furono creati balletti classici famosissimi: Il lago dei cigni, anch’esso tragico, La bella addormentata e Lo Schiaccianoci, entrambi fondati su una vicenda iniziata tragicamente e terminata in modo felice come nelle fiabe.

Sempre per influsso de La Sylphide, in molti balletti classici del periodo romantico esiste il cosiddetto “atto bianco”, in cui la protagonista e tutto il corpo di ballo femminile (24 ballerine) indossano il tutù bianco per l’intero atto: sono le Silfidi, compagne della protagonista Silfide; oppure le Willi, cioè gli spiriti delle fanciulle morte per amore, compagne di Giselle ormai defunta; sono i cigni compagni del cigno bianco, in cui Odette è stata trasformata da un Mago con un maleficio.

La storia della danza accademica continua e si trasforma fino ai giorni nostri, ma qui ci si ferma al punto più alto del balletto romantico, interpretato dalle danzatrici più brave solo quando sono al culmine della loro carriera.

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