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Orazio Tanelli - Giorgina Busca Gernetti
Giudizi critici su "Le avventure di Fiordaliso.
Tra disincanto e realtà" di Antonio Angelone

Edizioni Accedmia Internazionale
Lucia Mazzocco Angelone, Isernia 2009, pp. 12

Una fiaba popolata da Fate, Sirene, Maghi; ricca di paesaggi pittoreschi, isole incantate, mari placidi o tempestosi, pesci parlanti, rondinelle messaggere; non priva di sogni premonitori e di metamorfosi del protagonista; dunque una narrazione condotta in chiave fantastico-onirica, composta di tutti gli elementi del fiabesco. Oppure un romanzo sull’educazione sentimentale di un personaggio con vari elementi sia realistici sia fiabeschi, quindi non lontano da Pinocchio o da Alice nel paese delle meraviglie. Oppure un romanzo di formazione (Bildungsroman) che segue l'evoluzione spirituale, culturale e psicologica di un personaggio dalla prima infanzia verso la maturità dell’uomo adulto; nello stesso tempo di stile autobiografico ma narrato in terza persona, come il notissimo esempio italiano offerto da Ippolito Nievo con Il romanzo di un ottuagenario, dove Carlino Altoviti può sembrare compagno di Fiordaliso, naturalmente senza alcun elemento fiabesco nelle sue vicissitudini. Quest’ultimo tipo di romanzo, infatti, è di stile storico-realistico, assolutamente scevro da quegli elementi fantastici che caratterizzano invece l’opera d’Antonio Angelone; è tuttavia pregno di giudizi morali e d’insegnamenti per la vita non meno degli altri due tipi di romanzi.

Tutto questo può essere detto della coinvolgente opera appena pubblicata da Antonio Angelone, in cui il protagonista Fiordaliso (bello il nome che ricorda un antico mito greco) è chiaramente l’alter ego dell’autore che vuole manifestare i suoi ideali, espressi in tutti gli scritti e perseguiti per tutta la vita, attraverso i pensieri e le vicende di un pastorello molisano, figlio della sua amata terra, a poco a poco divenuto uomo lungo un itinerario di sette fasi che lo conducono alla maturità.

Sono i sette capitoli del libro che ritraggono “Fiordaliso e le sue prime esperienze” nella terra natale, nella Valle della Cornacchia in Molise; in seguito la vita felice “Nell’isola della fata Mellina”, cioè presso la Sirena regina del mare circondata dalle Sirenette; successivamente le vicende “Sul monte Mammellone”, vale a dire nell’Isola delle scimmie ove avviene la sua metamorfosi e una dura educazione; poi “La rondinella e il pianto di Fiordaliso”, pianto di gioia poiché, dopo tante difficili esperienze sotto forma di scimmia, ripreso l’aspetto umano e rimessosi in mare sulla barchetta, riceve un messaggio di speranza da parte dei genitori. In seguito la lunga sosta “Nel Paese della Pace”, il Cenobio dei Benedettini, dove studia varie discipline con tanta dedizione da divenire egli stesso un abile precettore degno d’insegnare agli altri ciò che aveva facilmente appreso in tanti anni, libero anche di allontanarsi dal Cenobio e di mettersi in viaggio verso altri paesi ove divulgare la sua cultura, in particolare la lingua della speranza. Successivamente “La ricerca del Paese dei Miracoli”, risultata purtroppo vana poiché ogni luogo è inquinato fisicamente e soprattutto moralmente; infine “Il grande ritorno” nell’amato paesello, da cui era partito bambino “curioso” e ove tornava uomo del mondo esperto, convinto della sua missione di condannare ogni ingiustizia, lo sfruttamento dei più deboli da parte dei potenti, le disuguaglianze sociali, la volontà di mantenere ignoranti i poveri per tenerli sottomessi.

Un viaggio reale e metaforico, quello di Fiordaliso, non diverso da quello d’Ulisse, attraverso peripezie ora tragiche ora felici, nei pericoli e nella salvezza, negli incontri benéfici o maléfici, in cui il viator è guidato dalla sua intelligenza, è mantenuto sulla retta via dai sani principi morali ed è illuminato da due ideali tanto forti da sorreggerlo nei momenti di sconforto: la sete di conoscenza e l’amore per la Valle della Cornacchia / Itaca, la patria sempre ricordata, desiderata, sognata, infine raggiunta appena in tempo per rivedere il suo adorato agnellino Pippo che, ormai vecchissimo, dopo averlo riconosciuto e festeggiato solo con lo sguardo, muore felice come il cane d’Ulisse Argo.

Quanti Ulisse nella letteratura e nella vita! Da Omero a Joyce e oltre, in prosa e in poesia, Odisseo, infatti, è metafora dell’uomo e fa parte dell’immaginario collettivo.

Il piccolo Ulisse/Fiordaliso, dunque, intraprende il suo viaggio di formazione in una casupola aggrappata alle pendici di un’altura dominata da un castello, come spesso si vede nell’Italia centro-meridionale, in questo caso il Molise.

Moltissimi bambini vivono nella povertà e ne soffrono, se patiscono la fame, la sete e il freddo, ma Fiordaliso, per la sua precocissima acutezza d’ingegno e direi quasi sensibilità sociale, “già capiva la condizione di miseria in cui vivevano la mamma e il papà” (pag. 24), cioè se ne rendeva conto, ne percepiva la gravità e, forse, l’ingiustizia.

S’intravede qui, fin dalle prime pagine, uno dei temi portanti della scrittura d’Antonio Angelone: la disuguaglianza economica originaria (la regina nel castello e Fiordaliso nella casupola), quindi l’esistenza dura e difficile per chi vive in condizioni di disagio economico e sociale. Più avanti, nel romanzo, si vedrà la lotta per sanare tale disuguaglianza, secondo il pensiero moderno dal liberalismo alle correnti marxiste.

Da notare in Fiordaliso, ormai raggiunta l’età adatta, il profondo desiderio d’andare a scuola e di “leggere per capire, capire per apprendere, avere la possibilità di spaziare nel mondo delle conoscenze e della scrittura”. Aveva già imparato da solo a leggere e a scrivere, quindi in lui l’ansia del primo giorno di scuola e l’entusiasmo per la vita d’apprendimento insieme ai compagni non erano simili a quelli diffusi tra gli scolaretti, ma denotavano già un carattere diverso, più maturo, che è quello precipuo d’Angelone.

La sete di sapere e l’acutezza d’ingegno dopo pochi mesi lo rendono consapevole che l’insegnamento scolastico è insufficiente, inadeguato alle sue esigenze, quindi egli abbandona la scuola e si mette a studiare da solo mentre cura il suo gregge. Non è Pinocchio, tanto meno Lucignolo, ma, con le dovute differenze, è forse un piccolo Leopardi per il quale a un certo punto non si trovò più un precettore in grado di insegnarli qualcosa che già non sapesse; quindi Giacomo continuò i suoi studi da solo.

Considerate la vostra semenza: | fatti non foste a viver come bruti | ma per seguir virtute e canoscenza. La celeberrima esortazione che Dante fa rivolgere da Ulisse ai compagni dell’ultimo viaggio per mare, ormai stanchi e forse demotivati, permette di comprendere la ragione profonda del comportamento di Fiordaliso, che non solo abbandona la scuola del paesello, ma intraprende il lungo viaggio di conoscenza narrato da Angelone nei vari capitoli del suo bel libro. Non c’è delusione che lo scoraggi definitivamente; non c’è realtà squallida, come l’inquinamento di vastissime zone per l’incuria degli amministratori e soprattutto per le pessime abitudini degli abitanti, oppure i comportamenti mafiosi dei potenti verso i sottoposti o i più deboli e indifesi, che cancelli in lui la volontà d’inculcare nelle menti e negli animi persino l’importanza dell’igiene personale, ma in primo luogo la speranza, senza la quale non si potrà mai risalire la china dell’ignoranza, della miseria, della schiavitù, della vita indegna di un uomo libero nel senso lato del termine.

La grandezza dell'uomo si misura in base a quel che cerca e all'insistenza con cui egli resta alla ricerca. Supporta l’ardita scelta fatta da Fiordaliso anche quest’affermazione del grande filosofo tedesco Martin Heidegger. Dunque il piccolo-grande Fiordaliso, con la sua ricerca della conoscenza sempre più vasta e con la pertinacia nel perseguire il suo ideale, nonostante le continue difficoltà, la fatica fino allo stremo, le cocenti delusioni, la nostalgia degli amati genitori, il rimpianto per la sua Valle della Cornacchia e per l’agnellino Pippo, l’amarezza per l’incomprensione da parte degli ottusi, benché compensata dalle lodi della Fata Mellina e dei Precettori nel Cenobio, ha dimostrato di non essere indegno delle due celebri affermazioni sopra citate.

Da ultimo il grande amore d’Angelone per la natura che si estrinseca letterariamente nelle frequentissime descrizioni paesaggistiche, affascinanti come raffinati dipinti, presenti ovunque arrivi Fiordaliso per terra o per mare, costruite con un linguaggio accuratissimo vicino alla prosa d’arte, come prova l’aggettivo preposto al sostantivo per dargli più vita.

Si potrebbe concludere affermando che due sono i protagonisti del romanzo: il pastorello molisano Fiordaliso e la natura in ogni suo aspetto.

Recensione
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