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“ma forse anche il cielo
è fatto a stanze
e non si può abitarne
più di una”

Fissa sulle pagine de Le stanze del cielo, il recentissimo libro d’autentica poesia pubblicato da Paolo Ruffilli, la mente, quasi sdoppiandosi, non riesce a staccarsi dai sommessamente musicali versi che la coinvolgono, affascinandola con il “partecipe distacco” del poeta pur in un’atmosfera dolente-soffocante, ma, nello stesso tempo, si accosta sempre più al cupo dipinto di Vincent Van Gogh, La ronda dei carcerati, dove altissime pareti di mattoni, interrotte da qualche finestrella, recingono l’angusto cortile in cui una fila di detenuti, chiusa a cerchio, marcia senza un inizio, senza una fine, soprattutto senza un fine che non sia l’atto fisico del respirare un poco d’aria, dopo i miasmi delle celle disumananti. Due farfalle bianche volano verso l’alto, verso la luce, quasi fuggissero da quell’abisso buio.

Questa è la ‘vita non-vita’ in cui Paolo Ruffilli conduce il lettore attraverso le sessanta composizioni che costituiscono il libro, scandito nelle due sezioni, Le stanze del cielo e la più breve La sete, il desiderio, che evocano l’una la reclusione in carcere, l’altra la schiavitù della droga, entrambe metafora di privazione della libertà, d’abbrutimento dell’uomo che vi è scivolato forse inconsapevolmente, forse non del tutto colpevole del suo delitto.

Meraviglia senza dubbio l’argomento di questo libro di poesia, ma non più di tanto se il lettore pensa al precedente La gioia e il lutto (Marsilio 2001), in cui il poeta rappresenta la Passione e morte per Aids (sottotitolo dell’opera) come in un recitativo, in cui ogni personaggio esprime il proprio pensiero sull’immane tragedia che si sta svolgendo dinanzi ai suoi occhi, mentre il giovane morente parla ormai quasi da un altro mondo, finché il pensiero lo sorregge. La voce del poeta, con “partecipe distacco” ma certamente con tono offeso e sdegnato per lo scempio di una giovane vita, medita sulla morte e sul “dopo” con un’umanità e una profondità di pensiero che rivelano in lui un’eccezionale capacità di scendere negli abissi dell’anima, sua e altrui.

Da una lenta agonia per un male senza scampo a due lente morti, almeno per lo spirito la prima, a causa di una condizione di vita che priva la persona della sua dignità, della sua appartenenza alla schiatta dell’uomo che reclama il riconoscimento e il rispetto della sua identità. “E resti sempre | più azzerato: | non sei più padre | o figlio, | non sei più niente. | Sei solo un delinquente | condannato” (Condannato). Questo è il legame tra il primo e il secondo libro, il sorprendente in entrambi, del tutto aderenti alle parole di Mori i Po in esergo al più recente: “I poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene”.

Due i personaggi monologanti ne Le stanze del cielo: il “carcerato” e il “drogato”, ciascuno protagonista di una sezione. Ma, al contrario del drogato che appare sempre lucido, pur oscillando tra lo stato d’esaltazione provocato dalla sua “amante” e la disperazione per il non ritorno da quella via intrapresa forse per debolezza, il carcerato sembra moltiplicarsi in molti personaggi che dall’unicità della condizione carceraria divergono in una varietà di stati d’animo e di reazioni emotive, quindi verbali e persino immaginative.

I direttori, i secondini della prigione si sforzano di fare «tutto il possibile» per il benessere dei carcerati, “Ma è un altro, il nostro, | differente, stato | inerte e doloroso” lamenta il detenuto nella prima composizione (Tutto il possibile). Basta forse a un uomo, perché si senta veramente uomo, mangiare, bere, dormire, avere diritto a mezz’ora d’aria e a un libro? Ben calzante la pagina di Anton Čechov preposta alle poesie della prima sezione.

La soffocante monotonia è una caratteristica della vita carceraria. Vi regna un ordine quasi irreale che non nasconde tuttavia il sudiciume e il lezzo delle celle (Ordine). Risuona la continua ipocrisia dei secondini che rinfacciano le lagnanze e i presunti complotti dei carcerati, nonostante gli sforzi fatti per «alleviare (…) la loro condizione» (La stessa storia). Stride il contrasto fra le squallide carceri di oggi e la maestosità degli antichi manieri regali in cui sono allestite: “Vecchie fortezze scure | di castelli antichi | per far scontare | i loro errori a noi | rifiuti dell’umanità…” (Fortezze). “Centinaia di maschi | di ogni età, | come un gregge | rinchiuso nel recinto, | ciascuno circondato | dalla privazione | della propria libertà. | Lo sguardo spento | un desiderio ardente | del fuori a tutti i costi | fino alla follia…” (Centinaia). Non possono non tornare alla mente le due farfalle bianche nel dipinto di Van Gogh, forse le anime dei reclusi che anelano alla libertà e abbandonano quei corpi disumanizzati, nutriti e dissetati certamente, ma uccisi nello spirito con la privazione di ciò che ne è il nutrimento.

Ogni poesia di questo libro dovrebbe essere citata per la veridicità sulla vita in carcere; ogni verso trova riscontro in ciò che accade realmente in quelle anguste celle dove si spegne di giorno in giorno ogni sogno o speranza e si accrescono la nostalgia e il rimorso, talora la ricerca della “propria parziale | incerta verità”. Il rovello di alcuni è ritrovare la causa del delitto, il momento in cui “si è stati spinti (…) in una direzione | senza più ritorno” e la risposta può essere: “non è solo colpa tua | il tuo inutile delitto | ma della parte | più brutale della vita”. Non è tutto merito nostro, infatti, il comportamento onesto così come non è tutta colpa nostra il contrario, benché esista il libero arbitrio e quindi la responsabilità personale; molto dipende dall’ambiente in cui si è cresciuti e si è stati educati (o diseducati). Mi pare che Paolo Ruffilli non voglia ricorrere alla fin troppo consueta accusa della società, tuttavia è vero che un atto compiuto con leggerezza a sedici anni “ti segna o può segnarti | per tutto il tuo futuro” (La propria verità). Determinismo? Non credo; piuttosto acutezza d’analisi.

Nel cortile “è in corso | già la passeggiata | d’aria regolamentare” per un gruppo di carcerati, pochi alla volta. Il detenuto ammette fra sé di respirare a forza quell’aria “per sopravvivere | a te stesso | sordo e muto | a tutto il resto, | allo stato attuale delle cose, | confuso e arreso | chiuso qua dentro | rifattoti animale” (Prigione). L’istinto di conservazione lo costringe a inghiottire l’aria, ma il suo spirito dov’è finito? Prova un senso di liberazione quando confida a qualcuno: «È come se mi avessero | preso il cervello | a martellate… | più che livido | e pestato, | ridotto in pezzi | e sminuzzato» (Sigarette). E l’altro non replica.

Al graduale affievolimento della spiritualità la detenzione in carcere aggiunge un’altra umiliazione per quelli che furono uomini e ora, in celle sovraffollate con letti sovrapposti, sono “privati del privato | espropriati | fatti numeri e oggetti | senza più persona” (Letti). La vera vita è “fuori” mentre questa è solo sopravvivenza, “qualunque mai sia stato | l’errore che scontiamo”. Forse chi è preposto alle carceri dovrebbe ricordare che esse sono un luogo di riabilitazione, non solo di punizione; inoltre che la punizione stessa non dovrebbe mai misconoscere l’umanità che è nel detenuto, anche nel peggiore, e dovrebbe rispettarla.

Ma Paolo Ruffilli non fa mai commenti moralistici e lascia che i fatti parlino da sé. Il lettore trae le sue conclusioni e forse non riesce a trattenere qualche parola di condanna.

La poesia Evasione fa meditare chi legge non solo sulla fantasticheria, talvolta realizzata, di tanti detenuti, ma anche e soprattutto sulla comprensione del vero valore delle cose quando ormai è troppo tardi. Il carcerato che medita di evadere vede qualcosa che gli apre gli occhi: “Quel pesco in fiore | e il suo tornare a rifiorire | che non avevo | mai considerato | mentre ero fuori | è il simbolo | di quello che mi manca | e che ho perduto”. Non è tanto il pesco fiorito in sé che illumina il carcerato, quanto la presa di coscienza che la detenzione è la perdita totale del “fuori” e di tutte le sue bellezze, prima sottovalutate o persino ignorate.

Numerose liriche presentano il detenuto in preda ai rimorsi e al dubbio più tormentoso: “Neppure Dio lo sa | perché l’ho fatto”; oppure alla meditazione sul tempo e sull’eternità, percepiti in modo tragico nella fissità del carcere: “… il tempo | è senza essere | mai stato”; “Solo chi sta | nel cuore dell’inferno | sa cosa sia | l’eternità presente”. Oppure ritorna tra gli amici al bar o nella quotidianità della famiglia solo quando sogna. Oppure cerca di comprendere quali mutamenti il carcere abbia provocati nel suo io privo di futuro, di prospettive: “Questo è l’inferno | e solo chi sta dentro | può capirlo”. Di nuovo ragiona sull’abisso tra il “dentro” e il “fuori” che muta persino il valore del tempo, divenuto solo vana parola. Oppure “Si parla con le ombre” perché quelli che sono “fuori” o ciò che è successo “dopo” sono solo “fantasmi sordi” perciò “Solo il silenzio | può sembrare allora | il modo per restare | vivi ancora e più al sicuro” (Perché? È qui; Sogno; Inferno; Parole; Ombre).

Tra le tante liriche tutte degne di riflessione emerge Soli, in cui il detenuto esprime il sentimento forse più doloroso, “angosciante…| l’orrido male lancinante | di stare soli e nudi | con se stessi”. Non si può mentire alla propria coscienza, quindi è chiaro che “Siamo un fastidio | insopportabile a chiunque, | persino ai nostri cari | che si vergognano di noi | e che si sentono traditi: | offesi e defraudati”. Nessuna comprensione da nessuno, ma solo disprezzo e persino oblio. In altre poesie ricorrono dolorose affermazioni del carcerato: “E noi colpevoli, | che ci trattate intanto | come gli animali, | non siamo bestie | né siamo mostri | di cui vi siate liberati | dietro allo scudo | della legge” (Come gli ospedali); “Ma che significa punire? | È un patto: si arriva | a giudicare il fatto, | non la persona. | E una sola azione | non corrisponde all’uomo, | non può rappresentarlo | né tanto meno cancellarlo” (Il patto).

Ciò che ritorna spesso nelle parole del detenuto è l’antitesi uomo/animale e l’assurdità insita nell’identificazione dell’uomo con la sua colpa, in modo che una sola azione sbagliata comporti la perdita totale e perenne della sua identità, ormai “fissata”, come diceva Pirandello, in quell’unico gesto che lo inchioda e lo cancella dal consorzio umano.

Seguono altre liriche in cui sono posti sotto accusa giudici e avvocati, sistemi d’interrogatorio che fiaccano la volontà di difesa del presunto colpevole, la pronuncia del verdetto di condanna che suona come una liberazione dal reprobo per quelli che stanno “fuori”, mentre “È il discorso indecoroso | che ci viene riservato” quando al loro sospiro di sollievo si aggiungono le consuete futili affermazioni che “le prigioni sono alberghi”.

Prima notte è un’altra delle composizioni da segnalare per la pudica pietà del poeta. Con il tempo il detenuto si abituerà alla cella, forse perché la sua anima sarà quasi annullata, ma la prima notte deve essere tremenda: “…la puzza e il sudiciume, | la degradazione più brutale, | come avessi sbattuto | contro un muro. (…) spogliato, | sia pure nella colpa, | di ogni dignità | lasciato nudo e indifeso | di fronte al puro | mio fatto compiuto”. L’uomo e la sua colpa, soli e nudi entrambi, come in una scena infernale nata dalla fantasia dantesca.

Persino l’amicizia è sospetta in carcere, perciò il detenuto deve soffocare pure il minimo moto del suo animo, anche perché il sospetto è considerato già una prova, tanto più quanto più basso è il grado del sorvegliante, forse per la sensazione di potere e di piacere che egli prova nel disprezzare chi ormai è nelle sue mani. Non si salva neppure il prete del carcere, poiché “Non c’è nessuno | che crede alla missione” e tutti si considerano solo Impiegati.

Nelle situazioni dolorose la memoria può consolare e illudere, ma nel carcere “i ricordi stessi, draghi di fuoco, | ti tolgono il respiro. | Ma l’immagine | sfocandosi si sgrana | ed è subito | lontana”. Nella stessa poesia (Se) anche le “speranze e i desideri | si perdono presto | per la strada” mentre in Troppo tardi lo sfacelo dell’essenza spirituale si fa quasi completo, poiché i rimpianti arrivano troppo tardi, non c’è più possibilità di rimedio e si è spento ogni slancio dell’anima; restano “solo i bisogni materiali: bere e mangiare…”; “Piangere e ridere, sì | sono per noi le cose | rimaste chiuse | fuori da qui”. Il carcerato non è più un essere umano se ha perdute anche quelle facoltà che per prime si svegliano nel neonato: piangere e ridere, il primo mezzo di comunicazione con la madre e la prima espressione del proprio dolore o piacere. Quel corpo che si chiama “detenuto” non sopporta più la percezione della vera vita, “la dilagante sua energia” (Eccesso di vita) e non resiste “senza poter scappare via”.

Resta al detenuto il rimedio dei farmaci che rendono confusa la mente (Gocce), ma la “figura vuota” che è il suo essere “si è destinata a non finire | e senza più riuscire, | chissà per quanto | tempo mai, a dormire”. Eppure il sonno permetterebbe il sogno e l’illusione di vivere “fuori”, come in una poesia già citata. Resta allora un ultimo rimedio, a meno che non si ricorra al suicidio reale, di cui però Paolo Ruffilli non parla. Presenta invece “una via | più rapida | per non vedere, | per non pensare” (Una via più rapida), dunque un altro tipo di suicidio e immette nella vita del carcerato il tema della seconda sezione del libro: “Quant’è la roba | che gira nel girone | della gabbia” (La roba). Nel nome della droga si saldano le due sezioni ed avviene in entrambe la lenta distruzione dell’uomo, con lo svantaggio che dall’“evasione” provocata dalla roba si ritorna puntualmente al dolore di prima. Allora si ripete il ‘gesto’ finché diviene un’abitudine, una tradizione “ed è la cosa più importante, | è quello che ti salva (…) E va a finire | che ti salva proprio | e ti rifà dormire” (Abitudine).

Il “drogato” protagonista della seconda sezione è pur consapevole che “Ho scelto e amato, | sbagliando, sì, | e avendola aggredita | ho guardato in faccia, | tagliata, la mia vita” (Vita tagliata). Tale consapevolezza non lo trattiene però dal descrivere l’estasi provocata dalla droga (Sul mondo): “Ti sale dentro | facendoti sdraiare | sul velluto | e via planare | volante sul tappeto | perdutamente solo | tu gigante in cielo”. Ma lucidamente ammette l’aspetto negativo di quest’illusoria evasione, approfondita poi con mirabili immagini nella poesia successiva (Fuga): “portandoti via da tutto | ma, da te stesso mai”.

Sembrano poesie d’amore quelle che esprimono le parole del drogato: “Senza di lei, | la sete, il desiderio” (Senza di lei); “È solo lei che conta” (Tutto il resto); “È un ritornare continuo | alla tua amante, |sognata ed inseguita | senza averla | potuta conquistare” (Amante). La più toccante e poeticamente mirabile è Notte, in cui pare che l’amore abbia raggiunto il culmine: “O notte mia diversa | da tutte le altre | notti al mondo, | notte eternamente | luminosa (…) canto e armonia | che alita dentro | il tuo silenzio”. Spiace a chi scrive che tale contemplazione leopardiana della notte sia dedicata alla droga invece che a una donna vera, tuttavia i versi di Paolo Ruffilli esprimono perfettamente il profondo legame che stringe i due “amanti”. Il drogato ammette il suo errore, sa “per ogni grammo di piacere | i quintali di dolore | di vomito e di noia | che è costato” per un vano sogno di “slegare la libertà | dai vincoli del corpo” (Sogno). Se ne deduce che i due protagonisti del libro, pur in ambiti diversi e per diverse motivazioni, nutrono in sé il mito della libertà, come condizione perduta il primo, come sogno ingannatore il secondo, tanto più che “c’è un abisso | tra quello che promette | e ciò che dà davvero” la droga, che pure egli non abbandona, ma continua a buttarsi nel “Baratro | del tuo mistero. | Fuori dal mondo” (Il tuo mistero).

Tornando al “carcerato”, non suscita meraviglia o disprezzo il suo rifugiarsi nella droga, poiché “Sei un numero adesso | senza più persona: | tra te e il tuo dentro | qualcosa si è disciolto | ed è svanito” (Un numero). Inoltre “La donna che un tempo | avevo amato, | la ragazza | dagli occhi neri | che per sempre | mi ha lasciato” è il suo Supplizio: “morire senza morte”. A che vale, dunque, mantenere lucida la mente in queste condizioni?

Meglio l’effetto della “roba”, benché alteri totalmente il suo essere fornendogli una “falsa identità”, poiché la sua vera gli è stata cancellata. Basta leggere le poesie Colpa; Odio; Lettera morta; Escluso per comprendere lo scempio che la vita in carcere ha fatto della sua parte spirituale, in cui tuttavia resta, chissà come, un animo infantile che si ostina ad “alimentare | dentro la colpa | degli atti suoi di ieri | i sogni, i propositi, | i pensieri (Mistero).

Da ultimo la poesia in un certo senso eponima e, per chi scrive, capace di portare nell’orrore del carcere e nell’azzurro del cielo, ma di un cielo da “carcerato” (In gabbia). Con le pupille dilatate, il detenuto cammina smanioso nella cella come un leone in gabbia, digrignando i denti e graffiando i muri: “e guardo lassù in alto… | ma forse anche il cielo | è fatto a stanze | e non si può abitarne | più di una”.

Recensione
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