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Spesso l’incipit di un’opera si imprime nella mente di chi legge vuoi per la sua valenza etica o estetica, vuoi per la profonda carica emotiva racchiusa nelle singole parole, nel loro stesso suono, percepito mentalmente come raffinata musica, vuoi per l’efficacia delle immagini evocate | create dal poeta. Sono indimenticabili, infatti, i notissimi: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…”, “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi…”, “Quali colombe dal disio chiamate…”. E la recente silloge poetica di Carmine Manzi, dal polisemico titolo “Le ultime del millennio” (Gabrieli Editore, Roma 2002), si apre appunto con un distico emblematico, soprattutto se posto in relazione con le altre sue opere e confrontato con la sua essenza umana e poetica: “E l’ultimo mio canto | sarà ancora una preghiera!”.

Infatti, “Ricomporre il giorno più bello” (titolo di questa prima lirica) è un’esigenza inscindibile dalla fase ‘autunnale’ della sua vita; ma tale ricomposizione “coi cocci rimasti” dopo l’opera distruttrice del tempo non è lamentazione elegiaca, bensì “canto” e “preghiera”, come è avvenuto in moltissime composizioni sia specificamente religiose (nel libro “La scala per il cielo” dedicato a Padre Pio da Pietrelcina), sia ispirate da altri temi e motivi, ma purtuttavia permeate di profonda religiosità. “Ricomporre il giorno più bello” si fa dunque preghiera di ringraziamento a Dio per ciò che gli ha dato nella vita, anche se si trattasse di un solo giorno luminoso e felice in una lunga vita grigia e melanconica.

Non di grandi cose ha bisogno l’Autore per considerare positivo un giorno: gli bastano le ‘piccole cose’ già amate e cantate da valenti poeti del passato più o meno remoto. Chi non ricorda le ‘myricae’ virgiliane o pascoliane o ‘crepuscolari’, o proprie di tanti altri poeti del secolo appena concluso, seppure con implicazioni etiche o suggestioni fonosimboliche diverse in ciascuno? In esse può nascondersi la felicità, se il poeta sa ascoltarne la voce e capire il loro valore intrinseco, se l’uomo è ‘parvo contentus’, come affermavano gli antichi.

Ma ancor più delle piccole cose quotidiane Carmine Manzi ama l’azzurrità del cielo sereno, uno dei doni più belli e puri che Dio abbia donato alle sue creature. Questo spettacolo naturale che lo ha affascinato, direi quasi abbracciato per un giorno intero è ciò che egli vuole salvare dall’oblio e portare sempre con sé, racchiuso nella mente come un talismano che rassereni i giorni tristi e solitari del ‘tramonto’: “(…) ricomporre della mia vita | non un giorno tra tanti | e tutti oramai dimenticati || ma quello, il giorno più bello | che fu d’un azzurro così intenso | ad incominciare dall’alba, fino al tramonto.”.

La natura però, da madre benevola qual è nel suo aspetto di cielo azzurro e sereno, può trasformarsi improvvisamente in tremenda matrigna sotto forma di alluvione o di apocalittica frana che tutto sommerge in un mare di fango. L’ossimorica relazione tra la prima e la seconda lirica della silloge ben esprime la tragicità della condizione umana, la precarietà delle creature sulla terra che sa rivestirsi dei fiori più colorati sotto il cielo primaverile o seppellire ogni cosa sotto “il fango che nasconde con le persone amate | i segreti nel suo seno di tante vite infrante, | come una distesa di papaveri chiazzata di giallo, | diventato più duro d’una pietra” (“La voce del fango”). Non ha voce il fango ormai indurito così come non ne hanno gli uomini per consolare chi è stato colpito duramente dalla catastrofe: dopo una commozione tanto facile quanto effimera, essi tacciono e se ne vanno indifferenti, abbandonando in un’amara solitudine l’uomo (il Poeta?) privato degli affetti più cari. “Questo mondo di oggi non lo comprendo” esordisce infatti Carmine Manzi, palesando così nelle due prime liriche la tematica su cui si intesse gran parte della silloge, posta quasi come sigillo di un’epoca.

Il mondo contemporaneo, tanto diverso da quello della sua infanzia e giovinezza, è fonte di sgomento e di rimpianto. Gli uomini così insensibili a quelli che un tempo erano considerati i veri valori della vita, semplice e sobria, così disamorati della propria terra natale, sia come patria, sia come terra fertile da coltivare, infine così “indifferenti ad ogni voce | che sale dal profondo | ed è specchio di dolore.” (“Il volto delle cose”) sono quasi degli sconosciuti ai suoi occhi, come irriconoscibile pare talvolta il suo stesso paese, il suolo che calpesta, coperto di cemento, la terra che circonda la città, ormai divenuta una landa desolata.

Quest’ultimo è infatti un grave cruccio per il Poeta che non sa dimenticare il volto della sua terra negli anni felici per entrambi. “Gelsomini e rose a maggio | mandavano dalle siepi un profumo | per le strade polverose di campagna. (…) Era la terra dintorno tutta bianca | tra le spighe ondeggianti del frumento…” (“La terra bianca”); “Sei divenuta una landa | dove non cresce | più l’erba, | non volano più | farfalle sui fiori, | non fanno più nidi | gli uccelli | sugli alberi.” (“Lamento per la mia terra”): due frammenti molto significativi in cui, mentre si condanna il presente di una terra definita “arida ed aspra”, si rimpiange e si rievoca il passato con immagini vivide, proprie di una natura contemplata nel candore virgineo della primavera o nel rigoglioso splendore dell’estate. E quella campagna ferace e fiorita che ora non esiste più rivive dinanzi agli occhi del lettore grazie ai versi del Poeta e alla straordinaria facoltà della Poesia, che rende la vita a ciò che è morto ed offre un’illusoria immortalità ai mortali.

Il pensiero torna allora ai versi foscoliani e leopardiani. Del Recanatese infatti Carmine Manzi riprende la visione della natura magnifica e tremenda insieme: ora paesaggio idillico, amorevole confidente del poeta solitario, ora forza devastatrice e nemica crudele dell’uomo, che pure cerca in essa un rapporto affettivo, ma ne viene respinto e percepisce angosciosamente la propria estraneità e solitudine esistenziale. Del poeta di Zacinto invece Manzi condivide, oltre alla profonda fede nella Poesia, la dolorosa consapevolezza che lo scorrere inesorabile del tempo distrugge gli uomini e le loro opere, cancellandone persino le tracce lasciate con amore sulle lapidi sepolcrali. “Scolorano le lettere | nel marmo incise. (…) Parole vibranti d’amore | incise con forza nel marmo | perché restassero nei secoli | a perenne memoria, | ed invece anch’esse caduche | come tutte le cose umane, | senza alcuna differenza.” afferma infatti con mestizia nella lirica “La voce delle lapidi”, che Alberto Granese, nella sua illuminante presentazione, indica appunto come voce di timbro foscoliano nella meditazione sulla forza distruttrice del tempo.

Come osserva acutamente il predatore Alberto Granese, in gran parte del libro si alternano “la sofferenza per la fuga inarrestabile del tempo e il frequente recupero memoriale del passato”, atteggiamenti spirituali strettamente legati anche nella vita concreta poiché l’uomo, quando sente scorrere via come l’acqua di un fiume gli attimi, i giorni, gli anni, quasi la vita intera, non accetta remissivamente il vuoto che vede dinanzi a sé, ma si volge indietro e cerca di trattenere nella memoria ciò che è suo e che il tempo vorrebbe carpirgli. Tuttavia, in questa circolarità di atteggiamenti si introduce spesso il confronto deludente tra la bellezza delle cose passate (campagna, città, sentimenti degli uomini, costumi di vita) e la mediocrità o persino bruttezza di quelle presenti, sicché il recupero memoriale dell’infanzia e gioventù viene reso amaro dalla certezza che quel mondo è ormai irrecuperabile nel senso più lato del termine. Sono intessute su questi temi le liriche “Se mi chiedessero”, “L’ultimo tratto di siepe”, “Cerco la luna”, “La voce della fisarmonica”, “Terra bruciata”, “Com’era bello il mio presepio!”, “Il paese che non c’è”, “Andare per sentieri”, “Rimbalzano le voci”, “Queste mie contrade”, “Il mio mondo s’è fermato”, “Di quei tempi un vago ricordo”, oltre alle già citate “Il volto delle cose” e “Lamento per la mia terra”, tutte impregnate di rimpianto per le belle cose perdute e di fastidio per quelle presenti, sentite come elementi estranei venuti da un mondo ‘forestiero’.

Sarebbero numerosissimi i versi degni di essere riportati, anche perché la ‘ricerca del tempo perduto’ di Carmine Manzi diviene un’affascinante ricostruzione del suo ‘piccolo mondo antico’. Ma forse può bastare il quadretto costruito dal Poeta intorno alla figura del vecchio soldato nella lirica “La voce della fisarmonica”: “Era il tempo che | nei cortili di campagna | si ballava e si suonava, | quando il vecchio soldato | e malandato | radunava intorno | nelle notti di luna | i vicini di casa | e suonava alla fisarmonica | motivi del tempo passato. || (…) || Erano canzoni e stornelli | e serenate d’amore | e cori di guerra | che scavavano un solco | d’infinita nostalgia | nel mio cuore di bambino.”. La morte improvvisa del vecchio soldato interruppe bruscamente quella dolce consuetudine del piccolo borgo, ma la memoria e i versi del Poeta riescono a farla rivivere intatta dopo tanti anni: “Si diffondeva quel suono | per tutto il vicinato | e recava con l’aria | profumata di maggio | distinta e sommessa | una voce d’incanto.”.

Rivive cioè la vita semplice, ingenua e felice di quelle remote notti di luna, quando il Poeta era bambino e la vita non gli aveva ancora infranti i sogni, strappata la pace, finanche impoverito di stelle il cielo e forse nascosta persino la luna, che un tempo “gli archi | rischiarava a giorno | e il loggiato” del suo Eremo, silenzioso come un antico convento negli anni ormai lontani (“Cerco la luna”). “Li ho visti cadere infranti | giorno per giorno i miei sogni. | Da bambino ero più ricco | nonostante le miserie | ch’erano i nostri compagni.” afferma infatti nella lirica “Di quei tempi un vago ricordo”, evocando ancora nel lettore i versi leopardiani sia nel rimpianto dei sogni infantili sia nella contemplazione del cielo, quasi a voler confidare le proprie pene alla luna ed alle stelle, anzi, alla “stella che dal cielo | dall’alto mi guarda di sera.” (“Notturno”); proprio quella “che da quando ero bambino | da tutte le altre si stacca | e da vicino si ferma | nei pressi del mio giardino.” (“Una stella per amica”).

Ma un’altra luce risplende nel grigiore della vecchiaia, peraltro compianta nelle liriche “L’uomo e il mondo” e “Quando li incontro” perché umilia l’uomo con il decadimento fisico mentre il suo spirito è ancora giovane e pieno di entusiasmo: è la presenza al suo fianco di una donna che ha sempre ricambiato il suo profondo affetto e che tuttora gli ispira intensi versi d’amore, in cui le emozioni si traducono in immagini delicate di una leggiadra figura femminile che coglie fiori nel giardino profumato, oppure splende di bellezza giovanile in un paesaggio marino luminoso soprattutto di sogni.

“Ci conoscemmo allora, cinquant’anni fa, | ma è come se t’avessi incontrata ieri; | era il tempo che per volersi bene | ancora si scrivevano lettere d’amore. || Da poco trascorsa era l’estate, | i tuoi capelli biondi odoravano di mare; | s’apriva dinanzi a noi la vita, | una strada allungata all’Infinito. || Ed insieme l’abbiamo trascorsa tutta, | nella gioia nell’amore e nel dolore (…) || Sento, quando il Natale s’avvicina, | un’armonia che per l’aria si diffonde; | la stessa che ci ritrova dopo cinquant’anni | a rimembrar d’amore con lo stesso sentimento.” (“Rimembranze”). E ancora versi d’amore: “La tua voce è luce | che illumina la mia sera, | la tua voce è canto | che annunzia Primavera. || M’è dentro la tua voce, | mi suona nel cuore”; in un susseguirsi di anafore, in questa lirica dal titolo “La tua voce” il Poeta evoca le immagini naturali più belle che coincidono appunto con la voce della donna amata: “albe annunziate dal Sole”, “tramonti azzurri di mare”, “lune vaganti nel cielo d’estate”, “sentieri di ciclamini e di more” oppure “sentieri di rose | di gerani e di viole”, “campi biondi di grano” che “occhieggiano di lucciole”, un cielo in cui s’accendono “a miriadi le stelle”, “giardini incantati | dove scherzano le fate | con l’acqua della fontana.”. E di nuovo altri versi profondamente ispirati: “T’ho vista cogliere a mattino | quando s’innalza dai colli il sole | i più bei fiori del mio giardino…” (come Lia e Matelda nel Paradiso terrestre dantesco); “Aria di profumi dalla siepe | si levava e una luce diffusa | gli occhi illuminava ed il tuo viso.”. È ininterrotto, dunque, e sempre fervido il sentimento amoroso per la moglie Maria, poiché nella mente del Poeta al suo volto “scalfito col tempo” si sovrappone “la tua immagine | (…) “quella de gli anni verdi. || Perché già sento nel cuore | dei nostri vent’anni | l’antica canzone, | rivedo il tuo viso | nascosto dall’oro | dei tuoi capelli” (“L’antica canzone”).

Intensamente sentiti sono anche gli affetti familiari, soprattutto verso i giovani virgulti che ingemmano la sua pianta ormai autunnale: il piccolo Marco, ad esempio, che irrompe con la luce della sua vivacità infantile nel tedio e nell’ombra (soprattutto metaforica) della sua camera a Villa del Sole, dove i giorni della malattia scorrono tetri ad “aspettare che cada | il muro dell’ombra, | aspettare che torni | chiara la strada.” (“L’attesa”). Al piccolo Marco, nella lirica posta a chiusura dell’opera con un senso di commiato, ma tuttavia con un’evidente prospettiva di giorni futuri, il Poeta rivolge parole tristi e serene ad un tempo, come doveva essere il suo stato d’animo durante quella visita di un “angelo disceso | dal cielo per starmi più da vicino | mentre sconvolto ero dalle mie pene.”. Il timore della morte forse incombente (“Non ci fu il tempo per volersi bene”) è contrastato dalle promesse di futuri incontri nei luoghi più ameni: “Se deposto il dolore ci vedremo | il giorno sarà quello dei ricordi (…) || Andremo Marco insieme alla pineta | le mani a riempire di sabbia d’oro | e ci fermeremo dove mettono | le rose due volte in un anno i fiori. || (…) ti vedrò per i fioriti prati | le farfalle rincorrere nel volo.” (“Marco, quanti ricordi!”).

Se il Poeta è fedele e ben radicato nei sentimenti, così non sono invece molti amici che si professano tali a parole ma non sono coerenti nelle azioni. La lirica “16 luglio” (suo giorno onomastico) esprime l’amarezza dell’oblio proprio da parte di chi avrebbe dovuto fargli festa: “Anche tu, amica dei giorni antichi, | che mi guardavi con gli occhi fissi | (…) | Tu che intrecciavi voci d’amore | con viole e con petali di rose.”. E ancora nella poesia “Il giorno della mia festa” afferma con mestizia: “E ci siamo. Quasi è finita la giornata | (…) || Ma gli amici sono venuti tutti meno, | quelli d’un tempo, oggi all’appuntamento | e di nuovi non ho visto forse nessuno. || Ma allora è proprio tutto cambiato…”. Ben a ragione il Poeta se ne resta solo “a ragionar con la luna e con me stesso”, con tanta tristezza nel cuore dopo un’attesa ansiosa per un anno intero: ormai gli uomini sono distratti da altri interessi e non rispettano più quelli che un tempo erano considerati doveri.

La solitudine dunque ritorna anche in questi versi di cui sono protagonisti gli uomini. Ma c’è Qualcuno che non ci dimentica mai, soprattutto nei momenti più dolorosi: “Già l’aria fresca sul far del mattino | è un segno della presenza di Dio, che t’è vicino e che non t’abbandona | durante le ore in cui ti senti solo (“La presenza di Dio”). E proprio il sentimento religioso consola e rinvigorisce il Poeta, come si evince da numerose liriche in cui sono raffigurate feste religiose, processioni verso Santuari, usanze e riti legati al culto cristiano, in cui sono evocati il Natale e la Settimana Santa, ma soprattutto vengono espressi con sincerità un immenso amore per Colui che non è mai sordo alle nostre preghiere e cieco di fronte alle nostre sofferenze, anche se talvolta crediamo che non si curi di noi (“Il Signore ci ascolta”) e un’estatica gratitudine verso il Creatore di ogni cosa bella, dinanzi alla quale il Poeta non si accorge nemmeno che molte ore sono ormai trascorse “mentr’io continuavo | a leggere assorto | (…) | nel libro della vita | l’opera immensa di Dio.” (“S’è fatto sera”).

E immerso in altri libri ha trascorso la sua vita, i suoi ottant’anni e più di cui è fiero perché li ha spesi tutti con operosità letteraria e civile, confidando negli ideali più nobili e nei sentimenti più veri: “(…) tutti per me ugualmente cari, | perché li ho vissuti intensamente | per un solo e grande, unico ideale. || Ho creduto nell’amore, quello vero, | che dona conforto anche nel pianto (…) || Ringrazio Iddio che il mio cammino | ha rischiarato di luce con la poesia | e per ciò che ancora mi resta da fare; | perché rimango sulla breccia nonostante, || dove stanno in attesa tante carte bianche | – non so se a riempirle riuscirò tutte – | ma fin quando questo mio cuore batte | in versi raccoglierò sempre i miei palpiti.” (“I miei anni ottanta”). Il suo timore dunque è di non fare in tempo a scrivere o a compiere tutto quello che urge ancora nel suo animo, ricco e fecondo. Ma è importante che il suo spirito sia sempre vigile, in modo che fino all’ultimo la sua penna riempia di versi quei fogli bianchi e che anche l’ultimo suo canto sia una preghiera a Colui che gli ha fatto il dono sublime della Poesia.

Una tale autenticità del sentire non ha bisogno di complicati artifici formali per divenire opera poetica: il linguaggio infatti è mirabilmente fuso con il pensiero, le emozioni, la gioia, il rimpianto, la speranza, lo sconforto, la memoria, la consapevolezza della precarietà umana, tanto che si attua perfettamente la ‘Forma’ ipotizzata da Francesco De Sanctis, cioè la coincidenza o la sintesi di ‘contenuto’ e ‘forma’, intesa come “unità immediata e organica del contenuto, in cui è il segreto della vita”. La scorrevolezza del dettato, la sua apparente semplicità e immediatezza (certamente frutto di un assiduo labor limae) permettono al lettore di ascoltare la viva voce del Poeta, di ricevere senza astruserie il messaggio umano che egli vuole trasmettere alla fine del secondo millennio, di cui è fiero di aver fatto parte lasciando una traccia di sé forse non insignificante, in un percorso arduo affrontato con umiltà e coraggio insieme, con le sue sole forze e perciò con giustificato orgoglio.

Talvolta il linguaggio si arricchisce di anafore o di felici metafore (“Aspettavo la stagione del raccolto | e mi sono trovato | senza più i cesti dove mettere | i grappoli rimasti appesi ai tralci.”) o si fa solo un poco più discosto da quello normale per l’uso dell’iperbato, quando il Poeta vuole ottenere particolari effetti stilistici evidenziando alcuni termini. Molto spesso la paratassi prevale sull’ipotassi, così come il verso libero su quello costruito secondo la struttura metrica tradizionale. Il Poeta procede inoltre per immagini, talvolta semplicemente accostate, altre volte scaturite l’una dall’altra in un continuo giuoco di fantasia e di memoria (“La danza della neve” ne è un significativo esempio). Molto spesso inoltre le immagini naturali sono il riflesso del suo stato d’animo, o per converso ristorano, rattristano, in breve plasmano il suo spirito sensibile e innamorato del bello, rivolto alla contemplazione del cielo stellato e strettamente unito alle creature della terra in un abbraccio francescano.

Tutto questo si deduce anche dalla scelta delle illustrazioni che si alternano ai versi, in cui compaiono due passerotti su un ramo e alcuni fiori del suo giardino di un rosa squillante. Altre illustrazioni invece esprimono per immagini la sua tendenza all’introspezione, allo scavo interiore, al recupero memoriale del suo passato; altre ancora alludono alla preghiera, come immagine coerente all’assunto del distico iniziale.

Recensione
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