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Lettera dal mio esilio di Sirio Guerrieri

in Agenda Helicon 2008, Arezzo.

La raffinatezza espressiva del poeta Sirio Guerrieri Caratterizza Anche questa lirica inclusa nell’Agenda 2008 dell’editrice Helicon d’Arezzo.

Lettera dal mio esilio

Da quale foce, grembo, siepe,
porta santa verginale, sempre aperta,
о buco nero di sepolcro
imbiancato о spoglia di serpente
il tuo sembiante sia sgusciato, non so,
né mi preme indagare.
È scoppiato l’inverno! А pensarti
proprio, faccio fatica а ricordarmi
il timbro, il tono, il senso, la cadenza
della tua pronuncia ed il colore
dei tuoi occhi
cangianti е dei capelli
е della mente nomade,
pellegrina di culto ai santuari.
Cade nel dimenticatoio anche lа voglia
di telefonarti.
Se compongo il numero è soltanto
gesto di dito, adempimento
funzionale, inconscio, sterile
riflesso incondizionato,
meccanica abitudine о timore
di apparire al di sotto del mio ruolo
di passiva, spocchiosa indifferenza
о paura di eludere
(veramente corposa pertinacia
di ancestre cuore gentile)
la voluptas tutta eterna femminina
(quasi regale, pontificale)
del compiacimento
intimo е segreto, del capriccio,
sempre rifiorente
di orgoglio е vanità,
involtolato nei favi dei pulviscoli,
dei sorrisetti non del tutto alieni
da ironia germinale
dolcissima, celeste, moritura,
quasi istintiva, labile,
vagamente sofferti ed irridenti
senza volerlo.
In realtà non regge ormai l’impegno
curioso, ansioso di sapere
tutto di te, né il plumbeo proposito
perennemente acceso nel passato,
di presagire il tuo mistero
sogguardando nel palmo della mano.
Non riesco
lа mattina nel bagno, quando ascolto
l’oroscopo del giorno,
а seguire fino in fondo la sequenza
di tutti i pronostici di turno.
Vanisce così anche l’annuncio
del tuo segno profetico,
nel buio dell’assenza.
Mi assorbe il vacuo
di altro silenzio più banale
е aromale, il flаtus delle creme
emollienti la barba,
che oscurano il gaudio di conoscere
il vento prossimo venturo
della tua vela, del tuo essere maiuscolo,
svagatissima fronda
abbrividente, tremula, sfiorita.

Sirio Guerrieri

Il lessico forbito, l’incisività dei termini (particolarmente degli aggettivi qualificativi che definiscono con estrema precisione e arricchiscono con grande efficacia i sostantivi) rendono toccante la lirica, pregna di sentimenti profondamente dolorosi espressi con sommo pudore, senza alcun cedimento a quel tono lacrimevole che forzatamente vuole commuovere il lettore.

Il poeta soffre con dignità e decoro; esprime la sua sofferenza con dignità e decoro.

Scrive virtualmente una lettera a colei che, anche se la leggesse, non muterebbe né atteggiamento verso di lui, né tanto meno indole, poiché quest’ultima è connaturata all’essere vivente e non può certo essere trasformata nemmeno dall’educazione o dai consigli altrui. Chi è falso e malvagio tale resterà per tutta la vita.

Da quale foce, grembo, siepe, / porta santa verginale, sempre aperta, / о buco nero di sepolcro / imbiancato о spoglia di serpente / il tuo sembiante sia sgusciato, non so, / né mi preme indagare.

Con abili metafore il poeta esprime nei primi versi la summa di tutta la lirica: il dubbio di dove sia mai uscita una donna di tal natura e l’indifferenza, il totale disinteresse per la soluzione di tale dubbio, tanta è stata la sofferenza da lei causata. Notevole il contrasto fra la porta santa verginale e il buco nero di sepolcro imbiancato, con l’ossimoro “nero” - “imbiancato” e l’allusione biblica ai “sepolcri imbiancati”, vale a dire agli ipocriti (Scribi e Farisei) condannati duramente da Gesù (Matteo, XXIII, 2).

Una donna può essere bella, elegante nel vestire, di natali illustri, di cultura almeno apparentemente profonda, di buone maniere nei rapporti sociali ma, se è falsa e ipocrita, è proprio simile a quei sepolcri dell’efficace metafora evangelica: bella nell’aspetto esteriore ma piena di marciume all’interno, cioè nell’animo e nel sentire.

Ancor peggio l’immagine della spoglia di serpente. Il rettile è un simbolo polivalente presente in ogni cultura. Ma il Cristianesimo, soprattutto nel Medio Evo, ha posto l’accento solo sul suo aspetto negativo e pericoloso, facendone il simbolo del Male già nella Genesi, ove esso tenta Eva a mangiare il frutto proibito e spinge i due primi esseri umani a compiere il peccato originale. La Vergine Maria, quindi, schiaccia con un piede la testa del serpente, simboleggiando a sua volta la vittoria del Bene sul Male. Il serpente, dunque, nell’immaginario collettivo del mondo cristiano raffigura senza dubbio il Male, associato spesso alla lussuria della donna (Eva e la Bestia dell’Apocalisse). Inoltre esso muta periodicamente tutta la pelle, svestendosi di quella ormai vecchia, avvizzita o forse stretta, per mostrarsi luminoso e iridescente nella veste nuova, chiara metafora di trasformismo ipocrita e opportunistico (“versipelle” è colui che cambia pelle a suo piacimento e presenta diversi aspetti secondo il suo comodo; quindi il termine è sinonimo di furbo e malizioso).

Tale è la donna cui Sirio Guerrieri scrive la sua lettera dall’esilio.

Ma da quale esilio? Dalla sua La Spezia non sembra, poiché la bella città sul mare è la sua patria, il suo rifugio, il luogo della sua attività culturale. Piuttosto si tratta di un esilio metaforico dal luogo illuminato dalla donna amata, prima che ella gli si rivelasse in tutta la sua malvagità. Persino l’inverno, con il freddo e forse la neve, sembra metaforico, almeno se paragonato al tepore della riviera soleggiata. È un freddo tutto interiore, “scoppiato” nell’animo per la mancanza di lei, indegna del suo amore.

È scoppiato l’inverno! pensarti / proprio, faccio fatica а ricordarmi / il timbro, il tono, il senso, la cadenza / della tua pronuncia ed il colore / dei tuoi occhi / cangianti е dei capelli / е della mente nomade, / pellegrina di culto ai santuari.

Pare impossibile che di una persona tanto profondamente e a lungo amata si possano dimenticare tutti i tratti caratteristici, un tempo attesi con ansia e contemplati con illimitata ammirazione. Per quella donna aveva fatto tutto il possibile e persino l’impossibile, dimenticando se stesso ed annullandosi in lei. Ora è rimasto il vuoto, il silenzio, il “non conosciuto”, il nulla.

Dimenticare il desiderio di telefonarle? Comporre quel numero solo come gesto di dito meccanico, inconscio, abitudinario?

O paura di eludere / (veramente corposa pertinacia / di ancestre cuore gentile) / la voluptas tutta eterna femminina / (quasi regale, pontificale) / del compiacimento / intimo е segreto, del capriccio, / sempre rifiorente / di orgoglio е vanità, / involtolato nei favi dei pulviscoli, / dei sorrisetti non del tutto alieni / da ironia germinale, / dolcissima, celeste, moritura, / quasi istintiva, labile, / vagamente sofferti ed irridenti / senza volerlo.

C’è tutta la donna amata in questa perfetta descrizione, ora che l’ha conosciuta per quello che è veramente, oltre l’apparenza tutta “regale”, facile ai sorrisetti (ironici? irridenti?), amabilmente (odiosamente?) compiaciuta dei capricci d’orgoglio e vanità. Avrebbe dovuto diffidare di quelle moine salottiere e apparentemente dolcissime. Purtroppo, quando l’amore rende ciechi, non si vede, non si sospetta nemmeno che dietro quell’amabile signorilità si nascondano l’interesse, l’arrivismo, l’abitudine a sfruttare le persone finché se ne possono trarre vantaggi e a gettarle via come una “buccia di limone spremuto” quando non se ne può trarre più nulla. Allora si passa a un altro “limone” d’affascinare con il consueto repertorio di sorrisetti e moine.

Anche i gesti quotidiani per un uomo (spalmarsi la crema da barba e radersi al suono della radio) sono divenuti apatici, tanto che ascoltare il pronostico del giorno non fa più tendere l’orecchio attento quando si parla del segno zodiacale di lei. Chi è mai lei? Che importanza ha sapere se il suo segno promette gioia o dolore?

Mi assorbe il vacuo / di altro silenzio più banale / е aromale, il flаtus delle creme / emollienti la barba, / che oscurano il gaudio di conoscere / il vento prossimo venturo / della tua vela, del tuo essere maiuscolo, / svagatissima fronda / abbrividente, tremula, sfiorita.

Tanto ha potuto quella donna, nel bene e soprattutto nel male.
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