Servizi
Contatti

Eventi


Un sogno per il lettore che ama il mare e l'isola felice

“Tutto è rigorosamente autentico, tutto è rigorosamente immaginato”.

Con quest’ossimorica affermazione nella nota editoriale, stilata dall’autore stesso, si conclude il recente libro in prosa di Paolo Ruffilli L’isola e il sogno. Un’opera davvero singolare che non può essere definita un vero e proprio romanzo storico, pur essendolo in buona parte, né una biografia del grande personaggio Ippolito Nievo, cui l’autore ha dedicato molti anni di studi rigorosi culminati nella cura per l’edizione del suo magnifico romanzo Confessioni di un Italiano (Garzanti, Milano 1984) e nella Vita di Ippolito Nievo (Camunia, Milano 1991). Non è nemmeno un saggio sulla Spedizione dei Mille e sulle successive polemiche circa l’amministrazione dei Garibaldini in Sicilia, che culminarono con il viaggio di Ippolito Nievo verso l’isola e il tragico naufragio del vapore Ercole, in cui egli perse la vita il 4 marzo 1861, pur essendo in gran parte impostato su questa complessa e oscura vicenda. Il romanzo di Ruffilli, dunque, non si affianca ai numerosi saggi pubblicati proprio nel 2011 per i 150 anni sia dell’Unità d’Italia, sia dell’Impresa dei Mille e dei suoi sviluppi e risvolti ora gloriosi e osannati, ora discutibili e discussi, senza dubbio oscuri e finiti tragicamente.

Sulla copertina gialla spicca un Garibaldino in uniforme da ufficiale: forse Ippolito Nievo?

Il titolo sgombra ogni ultimo dubbio. L’isola e il sogno: la Sicilia, ammirata e amata sia da Ippolito Nievo sia da Paolo Ruffilli (e da chi scrive); il sogno, forse meglio i sogni e le illusioni che sono l’essenza, il nutrimento e il sostegno della vita autentica.

Il sogno deluso di pubblicare il suo bel romanzo, rifiutato dall’editore e uscito postumo.

Il sogno d’amore, di felicità piena con la donna amata, ma quale tra le due e come? L’una amata petrarchescamente, l’angelica ed eterea Bice Melzi d’Eril, sposa di suo cugino perciò degna di un amore esclusivamente platonico per loro stessa scelta. L’altra amata con passione erotica irrefrenabile, ma senza quel senso di colpa che lo angosciava dopo gli altri rapporti relativi alla “fisiologia”, come li definiva lui stesso: l’orientale Palmira lussureggiante di bellezza come Palermo, teatro della loro relazione.

Il sogno coincidente con la Sicilia, l’isola felice, l’isola magica che affascinò, oltre che una lunga teoria di artisti, poeti e musicisti, anche Alessandro Dumas padre, alle cui Impressions de Voyage Ruffilli deve molto, come ammette nella nota editoriale. La bella Sicilia e la fastosa Palermo dalle innumerevoli chiese tra cui, oltre allo splendore del Duomo di Monreale nelle vicinanze, spicca nel centro la polimorfa Cattedrale che custodisce le tombe imperiali e reali, in cui riposano in arche di porfido Federico II e suo padre Enrico VI di Svevia imperatori, Costanza d’Altavilla, sua madre, e Costanza d’Aragona sua sposa. Il sogno di Palermo dai palazzi patrizi stupendi e dall’esotica Palazzina Cinese immersa nel lussureggiante Parco della Favorita, frequentatissima meta di passeggiate in carrozza.

Il sogno, forse, come lo descrive Paolo Ruffilli facendolo pensare al suo Ippolito: “Se si potessero schiacciare lo spazio e il tempo… Essere già in quell’altrove del sogno dove chiunque vorrebbe subito arrivare, sperando che in sua assenza la vita intanto non sia andata avanti... ”. (p. 31)

Composto di tre vasti capitoli (“In mare, sulla nave in rotta verso l’isola”, “Tra le braccia della città felice”, “Di nuovo in mare, verso l’ignoto”), quasi fosse un poema sinfonico ordito sui due temi del mare e della splendida isola ingemmata dalla città di Palermo, quest’opera è la narrazione dell’ultimo viaggio compiuto da Ippolito Nievo da Napoli a Palermo e, dopo qualche mese in cui compì presso l’Intendenza di Palermo la missione speciale affidatagli dal suo superiore Giovanni Acerbi, di nuovo da Palermo a Napoli, con frequentissime analessi in cui la memoria lo riconduce fino all’infanzia, all’adolescenza, agli studi, alla passione per la scrittura, al proposito di pubblicare il suo romanzo, ai primi amori durati ‘lo spazio d’un mattino’, al grande amore irrealizzabile, alle amicizie che durano una vita, al tenace rapporto con la madre, alla vicenda bellica in Sicilia e alle gravi responsabilità del suo grado militare.

È, dunque, un tipo di racconto che può essere definito senza alcun dubbio Bildungsroman, romanzo di formazione, romanzo di educazione sentimentale in cui è rappresentata, con quell’acuta analisi psicologica in cui Paolo Ruffilli è maestro, l’evoluzione interiore del personaggio “eroe” in rapporto agli altri personaggi e agli eventi esterni. All’autore interessano i pensieri, le emozioni e i sentimenti più dei fatti. Talora il suo romanzo pare che integri le omissioni della storia ufficiale senza mai allontanarsi dal vero, poiché le “integrazioni” poggiano tutte su documentazioni serie; piuttosto, l’autore opera quello che manzonianamente si potrebbe definire “riempimento psicologico dei fatti” e, con una tecnica propria della composizione musicale, in contrappunto alle riflessioni, memorie, fantasticherie del personaggio e alla narrazione degli eventi, inserisce ampi squarci di descrizioni paesaggistiche, soprattutto marine, che per la loro bellezza nell’invenzione e nella forma letteraria accuratissima potrebbero da sole costituire un’opera autonoma.

Un romanzo di viaggi per mare, forse? Omero dell’Odissea e Melville i suoi maestri?

Il paesaggismo di questo romanzo, che spazia nei luoghi in cui si svolse l’odissea tragica del protagonista, non offre solo un correlativo interiore, una trasfigurazione degli stati d’animo d’Ippolito, ma anche uno sfondo su cui si stagliano figure, eventi, tracce di felicità e delusioni proprie del suo passato forse troppo rapidamente e superficialmente vissuto, com’è tipico dei giovani, su cui l’io non aveva mai riflettuto a fondo. Ora, invece, Ippolito s’interroga spesso sui paesaggi, come si nota fin dalla prima pagina: “Perché mai gli piaceva vegliare le ore cristalline dell’alba?”. Forse anche per questa sua predilezione gli incontri amorosi con la sensuale Palmira avvenivano, per richiesta di lei, di primo mattino, quando il giorno è ancora puro ed emana un’aura d’innocenza pari al chiarore del cielo.

L’incipit del romanzo, anzi, del primo capitolo dal titolo All’alba del 19 febbraio 1861, lo dimostra con chiarezza, mentre egli sta appoggiato al parapetto del vapore lucido di copale.

“La spessa foschia allargava in cielo un biancore diffuso di lana qua e là sfilacciata. E a un tratto il velo si era sfilato, tirato su dalla scena al soffio dell’aria.

In lontananza, le ville isolate attorniate da ulivi e vigneti e i palazzi all’ombra di folti palmizi. Palermo, ai bordi del golfo, si stagliava contro il cielo violaceo sdraiata nel suo pigro abbandono. Il monte Pellegrino con le sue groppe irte, a nord, e la bassa catena di Bagheria, dall’altra parte. Ripari naturali dal vento di tramontana e di scirocco. Sembrava appoggiata sulla riva del mare, nella verde cintura di mirti e di agrumeti. A ragione, nei miti, se la figuravano i greci trionfante sul trono come Afrodite. (…) Le tinte ambrate, il pallido verde, i granulosi grigi sbiaditi del risorgente mattino.”

Ecco l’alba dell’approdo in Sicilia, l’isola del sogno! Ecco Palermo, lussuosa nei palazzi patrizi e lussuriosa nelle notti senza fine, sfarzosa nelle vesti delle dame che si contendevano il giovane e brillante ufficiale, decadente e semidiroccata nei quartieri poveri. Palermo vivace e instancabile nei ricevimenti, nei pranzi luculliani, nei balli e nei teatri; indolente se… spirava l’umido scirocco (ben se ne accorse l’attivo Ippolito quando dovette farsi stilare le copie dei documenti comprovanti l’onesta amministrazione garibaldina, scopo del suo viaggio verso l’Intendenza di Palermo!). Ecco quella città magica in cui si manifestò pienamente la duplicità di Ippolito: ufficiale valoroso e indomabile anche tra corpi martoriati e pozze di sangue durante l’Impresa dei Mille; gentiluomo ricercato nei salotti più nobili e raffinati, soprattutto da chi ne sapeva riconoscere, sotto il bell’aspetto e l’eleganza nel portamento, la profonda cultura e la vivacità d’ingegno nei dialoghi durante le lunghe serate ormai tiepide. Severissimo Intendente con gli indolenti impiegati dell’Intendenza di Palermo ammalati per… lo scirocco; amante dolcissimo e “cortese” con la sensuale e profumata Palmira che nulla pretendeva per sé e tutto offriva all’amato con delicata raffinatezza orientale.

Se tutto ciò, nell’analessi o nella realtà presente, avviene nelle prime due parti del romanzo, nella terza Ippolito/Ulisse affronta di nuovo il mare da Palermo verso Napoli con quelle “carte” radunate con acribia e non senza fatica, scottanti agli occhi di qualche politico.

La navigazione sul vapore Ercole, che scricchiolava sempre più all’urto delle ondate, benché fosse stato appena revisionato, secondo il Comandante, è descritta in modo magistrale.

Le tempeste omeriche sono senz’altro al vertice della poesia ispirata dal mare. La tempesta descritta da Paolo Ruffilli e il naufragio del vapore, che trascinò con sé sul fondo del Tirreno Ippolito Nievo, tante altre vite, i loro sogni, il ricordo delle persone amate e ora perdute per sempre, così come gli amici e i luoghi più cari, e le “carte scottanti” motivo del suo viaggio, sono un capolavoro che dimostra una volta di più il valore letterario, musicale e poetico dell’Autore: le sue scelte lessicali mirano alla musicalità del dettato e la sua prosa è armoniosamente poetica soprattutto negli squarci paesaggistici, vere e proprie poesie.

“Ma all’improvviso gli era tornata in mente la leggenda del patto stretto con gli uomini dal mare: a chiunque avesse percorso le distese del suo regno, in caso di pericolo estremo, si concedeva per una volta la salvezza, ma non più di una.” (p. 177)

“Aveva fatto pure lui esperienza della morte in acqua ed era stata una scoperta sorprendente. Avendo immaginato che affogare fosse un modo atroce di essere strappato dalle braccia della vita che cercava a forza di tenerti stretto. Per convincersi nei fatti del contrario. Accaduto quattro anni prima a Grado… Un mulinello l’aveva preso e trascinato sotto… E si era lasciato andare ai flutti, senza più opporre resistenza al mare… Lo aveva poi invaso la pace di una beatitudine profonda…”. (pp. 40-41)

Il mare, così, ottenne il suo pegno. Ippolito aveva già corso anni prima il pericolo estremo nell’acqua profonda; aveva già sperimentata la generosità del dio marino e la salvezza. Era destino che la sua vita si spegnesse a soli trent’anni tra i marosi e nelle profondità del Tirreno. Mentre affondava insieme ai relitti, le immagini dei volti amati, i sentimenti, le sensazioni svanivano a poco a poco ed egli si abbandonava come se entrasse in un sogno infinito.

Recensione
Literary © 1997-2021 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza