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“Il mito è soprattutto una forza culturale che si rigenera continuamente […]. Nella cultura primitiva il mito esplica una funzione indispensabile: è l’espressione, la valorizzazione, la codificazione di un credo; difende e rinforza la moralità; garantisce l’efficacia del rito, e contiene pratiche che guidano l’uomo. Il mito è perciò una componente vitale della civiltà umana; non è un futile racconto, ma una forza attiva operante; non è una spiegazione razionale o un’immaginazione artistica, ma un documento pragmatico di fede primitiva, di saggezza morale.” (B. K. Malinowski, Il mito e il padre nella psicologia primitiva, Newton Compton, Roma, 1976, p. 47).

Così l’antropologo polacco, naturalizzato britannico, Bronislaw Malinowski ha espresso la sua concezione del mito, benché i suoi studi si siano rivolti soprattutto alle civiltà primitive della Melanesia, non della Grecia antica. Tuttavia, poiché l’uomo primitivo creatore dei miti, in virtù dell’appartenenza a una collettività, ne ha ereditato inconsciamente un complesso di archetipi, vale a dire di forme primitive che stanno alle basi delle espressioni mitico-religiose dell’uomo (inconscio collettivo, secondo Gustav Jung), e poiché, per il carattere universale di questo fenomeno, gli uomini hanno comportamenti analoghi a qualunque latitudine o longitudine vivano, il pensiero di B. Malinowski ben si addice a ciò che scrive Roberto Mosi nella bella pagina introduttiva al libro di poesie Luoghi del mito, appena pubblicato per i tipi di LietoColle. Egli riporta, infatti, alcuni passi degli studiosi di mitologia S. Givone e W. F. Otto, insigne filologo, concordi sull’indispensabilità del mito per gli uomini che cercano di dare un significato alla loro vita e una risposta ai loro interrogativi più profondi e tormentosi (l’origine del mondo, l’origine e il destino dell’uomo, l’origine del proprio popolo); concordi anche sulla sua eternità, nonostante i grandi mutamenti storici, filosofici, sociologici e comportamentali dell’umanità.

Roberto Mosi, dunque, ama profondamente il mito perché vuole imparare a “sognare sapendo di sognare” (F. Nietzsche da lui stesso citato) e scrive poesie sui miti greco-romani, etruschi, mediorientali o germanici. Inoltre, proprio in questi anni si dedica a riflessioni, ricerche e scritti poetici sui luoghi, come dimostrano anche nei titoli i suoi recenti libri Parole e paesaggi, Florentia, Non-luoghi, Itinera e quest’ultimo Luoghi del mito.

Luoghi della memoria, della realtà, della somma arte toscana, dello scempio moderno, della natura sempre affascinante e infine del mito. Luoghi come scaturigine del mythos all’alba della civiltà greca o come impulso a ricordare un determinato mito per associazione di pensiero e d’immagine di fronte a una statua di marmo, alle rovine di una città, a un fitto bosco presso un lago, a un promontorio, a un tramonto sul mare, a un fiume.

Con queste premesse ci si attenderebbe una poesia del tutto rispettosa della sacralità dei miti classici, cantati da insigni poeti d’ogni epoca in tutto il mondo occidentale, e di altri miti non meno affascinanti celebrati dalla musica di Wagner o da poeti nordici. Non si rimane delusi per la maggior parte delle composizioni che, dopo l’invocazione del poeta a Erato, Musa della poesia lirica, perché lo aiuti in quest’ardua impresa, tratteggiano uno splendido tramonto sulle isole greche ove “abitano ancora | gli eroi di Omero” e, di pagina in pagina, evocano miti che fanno rivivere un mondo eroico o tragico di personaggi dal fascino eterno.

Per onestà intellettuale, però, chi scrive non può non palesare il suo dissenso da alcune troppo ardite ‘modernizzazioni’ di personaggi che la tradizione classica ha delineato in aderenza alle antiche narrazioni e che grandi poeti pur d’epoca diversa, come Virgilio, Angelo Poliziano o R.M. Rilke, oppure musicisti come Ch.W. Gluck hanno cantato in piena fedeltà alla tradizione. Orfeo ed Euridice, nella poesia Orfeo, posti l’una dopo l’altro alla guida del treno Cerbero che attraversa la città di Firenze, pur con l’intento dell’autore di salvare il mito dal naufragio nel fango della nostra epoca, appaiono come una dissacrazione. La stessa cosa vale per Ulisse (nella poesia Ulisse) che ogni giorno viaggia in aereo (volo AZ1414) munito di computer e telefono cellulare, oppure per Hermes (nella poesia Ermes) il cui linguaggio di messaggero degli dèi qui è divenuto il linguaggio di internet: “Bit, bit, byte, post, blog”, con l’indirizzo tradizionale “www…..”.

È pur vero che attualmente questo è il linguaggio quotidiano e che, tornando al primo degli esempi, Italo Calvino e Gesualdo Bufalino hanno offerto una lettura del personaggio di Euridice un poco diversa da quella tradizionale (L’altra Euridice di Calvino, Il ritorno di Euridice di Bufalino), ma la scelta di Roberto Mosi in questi tre testi pare un po’ troppo ardita. Tutte le altre poesie, invece, denotano una pregevole abilità del poeta nel passare dall’epoca mitica al presente, persino dal Re Mida a Vasco Rossi, con pregevoli risultati.

Il Labirinto nell’Isola di Creta è stilisticamente anafora nella struttura della composizione e mitologicamente teatro di due celebri imprese: Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro, può uscirne grazie al filo dell’amata Arianna; Icaro, figlio dell’architetto Dedalo, fugge dal palazzo-carcere compiendo l’audace, sacrilego, letale volo troppo vicino al Sole.

Alcune liriche, come Labirinto, recano in epigrafe versi di Virgilio, altre passi di J.F. Frazer o di Cicerone, un’altra alcuni versi dall’Oro del Reno di Wagner. Altre, come la poesia Saffo, sono un intarsio citazionale della stessa Saffo, d’Alceo, di Proust, come prova dello spessore culturale di Mosi in un’operazione molto originale, soprattutto nella contaminazione d’antico e moderno, anzi, contemporaneo, tanto da fare della raffinata poetessa di Lesbo una ragazza d’oggi che scrive sui muri con la vernice spray: “Lasciateci amare come | vogliamo”.

Nelle liriche dallo stile denso e conciso si presentano i personaggi mitologici entro scorci paesaggistici creati con pochi tratti di grande fascino pittorico. Ecco Palinuro, lo sventurato “nocchiero di Enea | vinto dal Sonno”, perito nelle onde ingannevoli di uno splendido mare e ricordato dal nome del promontorio. Compare presso il lago di Nemi la dea Diana dei boschi, Diana Nemorensis, che pretende il Ramo d’oro dal suo sacerdote di turno, salito a questo rango uccidendo il suo predecessore. L’aruspice etrusco di Populonia scruta il volo del falco per interpretare il futuro. Il fanciullo Tagete, divinità minore della religione etrusca, scaturisce dalla terra, di cui è figlio, insegna agli uomini l’arte della divinazione e scompare subito “tra le zolle brune” nei pressi di Populonia, dove improvviso nei campi compare un trattore Massey Ferguson, manovrato da una contadina velata di nome Fatima (estrema potenza del moderno trattore e attuale tema dell’immigrazione dal mondo musulmano che vuole le donne coperte dal velo, anche se svolgono pesanti lavori per lo più maschili).

Molto bella Petra, sia l’antica città scavata nella pietra, capitale dei Nabatei, sia la poesia di Mosi in cui il fascino del Siq, i cammelli, i cavalli, i ragazzi di oggi nella seconda parte escono di scena per lasciar rivivere presso il Tempio e il Santuario una cruenta scena rituale dell’epoca antica: “Petra è tornata | all’antico mistero”. Di grande fascino Apollo, in cui il poeta nuota in uno splendido mare nell’ora del tramonto contemplato da tutti i bagnanti: “Nuoto nell’ultimo chiarore della sera | per raggiungere Febo, sorgente di luce.”

Sarebbe giusto citare tutti i passi di buona poesia e i luoghi o i personaggi del mito di grande efficacia anche simbolica, come Erik il Rosso, eroico navigatore dei Vichinghi, ad esempio, ma non è possibile. Qualche parola, invece, è necessaria su Vasco Rossi. Perché mai un cantante moderno tra i personaggi del mito? Se anche Roberto Mosi resta affascinato dalla sua voce e tra la folla del concerto anche lui si mette a cantare insieme con gli altri convenuti, allora anche Vasco Rossi è un mito, certamente di oggi, ma tuttavia un mito.

Di notevole valore etico-sociale la poesia Camorra, con un esergo tratto dal romanzo Gomorra di Roberto Saviano che a sua volta cita Hannah Arendt. Si apre con la celebre epigrafe dantesca posta sulla porta dell’Inferno: “Per me si va nella città dolente…” e dichiara con coraggio che la metropoli ove il poeta è giunto in treno è “la città di Gomorra”, “nove cerchi, | l’Inferno napoletano”, così come lo sono i celebri luoghi regno della camorra come Scampia, Secondigliano, Forcella, Casal di Principe, Torre Annunziata. La verità va affrontata ad occhi ben aperti e detta con voce chiara. Peccato che sulla bella Partenope e sui suoi miti di Sirene incantatrici oggi prevalga il mito della violenza, del dominio, del sangue.
Recensione
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