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La voce degli alberi a Sant'Anna di Stazzema

Ai martiri di Sant’Anna di Stazzema,
al loro sangue innocente,
al sangue di ogni martire.

Rievocare l’odioso eccidio compiuto dalle Waffen SS il 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema, in cui furono trucidati almeno 560 abitanti innocenti, in gran parte donne anche incinte, bambini e anziani, è moralmente doveroso ma letterariamente presenta molti rischi. Il più grande è forse la retorica dei sentimenti, la ridondanza espressiva nel deplorare un’azione atroce, che merita sì ogni disprezzo, ma che in poesia può divenire troppo patetica.

Mariagrazia Carraroli, nel suo artistico libro di poesie alternate a foto elaborazioni di Luciano Ricci, ha sapientemente evitato ogni rischio, pur esprimendo autenticamente la sua profonda pietas verso le vittime inermi: ha lasciato che fossero gli alberi di Sant’Anna di Stazzema a rievocare pacatamente, quasi come un fruscìo di fronde, ciò che avevano visto in quel tremendo giorno, le atrocità di cui erano stati muti testimoni.

Come in una sacra rappresentazione entrano in scena e descrivono sine ira et studio la vita felice “prima” e l’inumana tragedia “durante” e “dopo” il 12 agosto.

Parlano il noce dalle lunghe radici, il ciliegio che in giugno occhieggia di “rossi rubini” per la giovane sposa dal ventre fiorente di vita o il fico che in piena estate offre succosi frutti per la cena frugale di grandi e piccini. Parlano il frassino lungo il sentiero, che sembra adeguarsi alla corsa dei bimbi e al lento passo degli anziani, il grande castagno generoso che offre la sua ampia ombra nella calura estiva e una sosta ai voli canori, che si presta gioiosamente ai giuochi a nascondino dei bimbi, che fornisce strame alle bestie e legna per il camino. Parla il possente vecchio platano posto quasi a guardia della Chiesa, che tutti conosce per nome perché li vede sfilare vestiti a festa per la Messa e di tutti conosce i segreti, sussurrati sottovoce accanto a lui, custode fidato, nella sosta delle donne dopo la funzione.

Se nelle prime parole delle poesie ogni pianta rievoca la vita semplice e serena degli abitanti di Sant’Anna, nelle parole successive, senza bruschi passaggi o toni volutamente truci, ma sempre con dolente pacatezza, ciascuna trasforma quei doni, quei giuochi, quei sussurri, quelle ciliegie rosse come rubini in «eco sinistra di quel mitragliatore», in violenza, gemiti di bestie, di donne e bambini, falò di corpi senza vita e roghi di case.

Tre ore d’inferno in quella che era la pace di Sant’Anna di Stazzema. Un cerchio di cadaveri insanguinati dove prima c’era un girotondo di bambini festosi.

Il fico non ha più dato frutti, dopo quell’orrore. Gli altri alberi per anni sono rimasti muti.

Solo il castagno, dopo più di sessant’anni, è come rinato alla vita, al suono, alla voce, alla musica non degli uccellini tra i rami, ma del nuovo organo offerto alla Chiesa come per espiare lo scempio perpetrato dalle Waffen SS persino in quel luogo sacro. Il suo tronco è divenuto la cassa armonica dell’organo offerto da due musicisti tedeschi, informati dell’orribile eccidio e subito pronti a riparare, dapprima con la loro iniziativa, poi con i concerti d’organo, lo scempio compiuto con la strage del 1944.

Al castagno la Carraroli ha dedicato due poesie. La prima rievoca la vita felice “prima” e l’orrore durante l’eccidio; la seconda esprime con gioia la vita rinata, senza dimenticare ciò che è accaduto per la cieca ferocia delle Waffen SS, ciò che non dovrà accadere Mai più.

Le bellissime foto elaborazioni di Luciano Ricci raffigurano tutte le piante della sacra rappresentazione sempre rosse, come simbolo di violenza; ma il castagno di sessant’anni dopo tra il rosso lascia intravedere tante foglioline verdi, simbolo della vita che rinasce per la buona volontà degli uomini, per l’anelito alla pace e alla fratellanza espresso con il linguaggio universale della musica.

Nella prima composizione del libro, quasi fosse un prologo, le stelle si spengono ad una ad una per non vedere ciò che è accaduto il 12 agosto 1944. «A mille versano lacrime | le stelle | spegnendosi ad una ad una | per non vedere. | Gli occhi questa notte | sono tornati in secca | bruciano dello stesso fuoco | delle case | dello stesso terrore. | Non più voci né suoni | in Sant’Anna di Stazzema | il vento soltanto | miete a mannelli le parole | dei testimoni.»

Nell’ultima, come epilogo, splende la notte del 29 luglio 2007, in cui brillano tante luci in cielo corrispondenti ai nomi dei poveri innocenti trucidati in quella nefanda strage. «Nel cielo stanotte | pacificati sorridono. || Sono luce di Mario | Licia Vittorio | le stelle, | di Cesira Pasquino Lidia Maria… | le ferite mutate | in scia vaporosa di cometa | le note | in gioia di ghirlande | in profumo di caldarroste. || Con loro | l’organo in segreto gode | la brace improvvisa del focolare.»

Le poesie sono composte con un linguaggio semplice e sobrio come potrebbe essere il racconto degli alberi testimoni. La poetessa non si sovrappone ai suoi “personaggi” fronzuti poiché le parole umane forse non saprebbero frenare l’impeto dello sdegno e dell’invettiva.

Recensione
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