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Due brevi atti per un dramma che rappresenta uno squarcio di vita reale svoltasi alla fine degli Anni Cinquanta, come afferma l’Autore nella didascalia all’inizio del primo atto, ma potenzialmente, mutatis mutandis, adattabile a qualsiasi epoca tranne quella contemporanea, in cui ogni valore tradizionale è stato calpestato e talvolta deriso, escluse poche eccezioni nelle famiglie ancora degne di questo nome.

I pregiudizi sono sempre esistiti, purtroppo, ed hanno resa difficile, se non tragica, la vita di chi ne è stata vittima. Ben lo sapeva esprimere Pirandello nei suoi drammi, oppure Goldoni in varie commedie e, nei tempi antichi, il commediografo greco Menandro o il suo emulo latino Terenzio.

Talora sono scontri generazionali, quando due giovani si amano di nascosto mentre i genitori hanno fatto per loro scelte diverse, dettate soprattutto dall’interesse economico o familiare (anche la tragedia di Giulietta e Romeo dimostra gli effetti letali di questi atteggiamenti). Altre volte è il proverbiale “che cosa dirà la gente” che impedisce lo svolgersi libero e spontaneo della vita, nel pieno rispetto dei sentimenti propri e altrui, senza dover rendere conto delle proprie azioni ai vicini di casa, ai dirimpettai, ai parenti, ai compaesani. Altre volte ancora è il figlio maggiore che, se non c’è più il padre, si arroga la funzione di capofamiglia in modo ossessivo e tirannico, tormentando la madre e soprattutto la sorella minore con i suoi pregiudizi, le idee distorte e le sfuriate per ciò che non corrisponde ai suoi principi e ai suoi ordini.

È questo il caso rappresentato dall’Autore nel suo dramma, poiché i personaggi in scena sono appunto Emilia, sorella sedicenne di Rodolfo, ingegnere trentenne prepotente e pieno di pregiudizi; Marcello, studente universitario ventenne, affittuario di una stanza nella casa d’Emilia; la signora Teresa, madre dei due, sofferente di cuore, mezza paralitica e costretta a camminare con il bastone; Giorgio, compagno di studi di Marcello e potenziale risolutore del dramma; infine un medico chiamato d’urgenza.

La causa del contendere è la presenza in casa di uno studente che, secondo Rodolfo, può nuocere all’onorabilità della sorella. Già in passato ne aveva fatto mandar via uno, suggerendo di affittare la camera a una donna, se era proprio necessario quel denaro. Ora i familiari temono il suo ritorno per le feste pasquali e le sue sfuriate alla scoperta che in casa vive di nuovo un giovane, potenziale “attentatore” alla virtù della sorella.

Emilia e Marcello si amano sinceramente e spesso s’abbracciano di nascosto nella camera di lui. Altre volte fanno lunghe chiacchierate in cui lo studente esprime la sua profonda nostalgia per il paese natale (s’intravede la Calabria di Defelice), dove in primavera i meli e i peschi sono in fiore, gli uccelli variopinti cinguettano saltellando di ramo in ramo, forse in amore… (leziosaggini? romanticherie?). Emilia ascolta le sue parole e risponde talvolta con un poco d’ironia per tali confessioni dal sapore così letterario. Altre volte, alle critiche di Marcello sulle pecche dei suoi conterranei, schiavi dei pregiudizi, dell’invidia e della maldicenza, incapaci di comprensione per i difetti altrui e inclini al servilismo a causa dei secoli di sottomissione ai marchesi e ai baroni, Emilia ribatte che i pregiudizi, l’invidia e l’incomprensione esistono anche nella grande città in cui vivono; l’unico vantaggio è che tra tanta gente si passa più inosservati che in un paesino di pochi abitanti, in cui tutti vedono e sanno tutto di ogni compaesano.

Benché trascorrano molto tempo insieme in quella camera, i due innamorati non fanno nulla di sconveniente, tanto che la madre Teresa vede di buon occhio il loro legame innocente. Ma che fare al ritorno del fratello Rodolfo, uomo scapestrato, spendaccione, tanto prepotente, insopportabile e geloso da giungere alla separazione dalla moglie innocente? La salvezza sta in un sotterfugio: Marcello andrà a vivere dal compagno Giorgio nel periodo in cui Rodolfo sarà a casa della madre e della sorella. La vicenda, dunque, potrebbe risolversi felicemente.

Purtroppo un imprevisto fa crollare il piano così ben congegnato: Rodolfo arriva in anticipo e si trova di fronte a ciò che non avrebbe mai voluto vedere. Tutti temono la sua sfuriata e soprattutto la madre, logorata dall’ansia e dai timori di quegli ultimi giorni d’attesa, subisce un grave colpo e sviene.

Ma Rodolfo è molto cambiato: si è pentito di tutte le sue colpe e in un dialogo serrato con la sorella confessa i gravi errori commessi verso tutti, anche verso la moglie di cui esalta la fedeltà, definendola persino “un angelo”. Egli attribuiva agli altri i difetti che erano suoi ed ora che ha riconosciuta la sua stoltezza vuole chiedere perdono a tutti. Inoltre accoglie benevolmente l’universitario Marcello, riconoscendo che nella casa di due donne sole la presenza di un uomo è una garanzia di sicurezza.

Potrebbe calare il sipario su una scena di felicità per tutti, ma… non è una commedia, bensì un dramma. L’arrivo purtroppo inutile del medico non salva la signora Teresa dalla sua sorte ormai segnata. Qualche flebile lamento fuori scena, poi un grido della madre: “Emilia… Emiliaaa!” “Mamma… È morta, è morta, Mamma!”

Ora cala davvero il sipario in una Pièce teatrale che si deve immaginare su un palcoscenico, recitata con ritmo calmo nella prima parte, ansioso in quella centrale e concitato nelle scene finali, in cui tutto precipita per la stoltezza e il troppo tardivo ravvedimento di uno dei personaggi.

L’autore Domenico Defelice, già ben noto per la sua attività letteraria in vari campi, dimostra in questi due brevi atti di saper toccare nei dialoghi vari temi di notevole portata e interesse, come l’educazione sentimentale della sedicenne Emilia e la critica antropologica di Marcello sull’arretratezza del suo piccolo paese, in cui, oltre a ciò che è già stato detto, sembra quasi una colpa cercare d’istruirsi e raffinarsi. Tutto questo intrecciato alla vicenda che si svolge nell’attesa del fratello tormentato dai pregiudizi.

Il dramma è certo ambientato alla fine del Cinquanta ed è stato scritto nel 1959. Poiché l’Autore ha trovato il testo fra le sue carte e l’ha pubblicato senza alcuna variazione, non deve meravigliare qualche frase non troppo attuale e qualche critica alla Calabria oggi ingiustificata. Ma nel 1959 Domenico Defelice pensava e scriveva così. Ciò che conta è lo svolgersi ben congegnato della vicenda sotto il profilo teatrale.

Recensione
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