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“Mi sono abbeverato alla sua poesia luminosa e dolce, fra memoria, descrizione, riflessione quieta d’anima. Il suo discorso è sempre di assoluta purezza lirica.” (1998). Ed ancora: “Le ultime del millennio, in specie, sono la dimostrazione di una assoluta purezza lirica e di un discorso morale e religioso altissimo.” (2002).

I due giudizi dell’illustre critico Giorgio Bárberi Squarotti (riportati in quarta di copertina insieme con altre note critiche del medesimo), espressi in due tempi diversi su diverse opere di Carmine Manzi, rilevano e ribadiscono una caratteristica ingenita ed evidentissima nel Poeta di Mercato San Severino, peculiare anche della sua ultima raccolta di versi dal titolo emblematico e persino affettuoso: Terra mia (Gutenberg, Lancusi 2002).

“Assoluta purezza lirica”, dunque, su qualsiasi tema poetico (emozione, memoria, dolore, gioia, delusione, speranza, tempi, luoghi, esseri umani, elementi naturali) si snodi la traccia delicata e luminosa della sua penna insonne, di decennio in decennio, per più di mezzo secolo. E “riflessione quieta d’anima”, secondo l’affermazione del critico sopra citato, è la sua meditazione pacata su eventi lontani, oggetti, stagioni, personaggi storici o familiari, quasi fosse un “lungo colloquio con il suo passato”, come osserva acutamente il fine critico Alberto Granese nella sua lucida e bella prefazione.

Durante i mesi della calda e luminosa ultima estate Carmine Manzi infatti non traccia un diario descrittivo dei suoi giorni, della sua vita nel presente, bensì un “diario poetico” (A. Granese) di ciò che la memoria ha scritto indelebilmente nel suo ‘libro’, di ciò che qualche suono, colore, profumo, aspetto del presente richiama dal passato, eccitando l’animo e la vis poetica dell’uomo sensibile e pensoso, dedito alla contemplazione di ogni minima cosa.

Terra mia - il titolo - suona come un’espressione d’amore intensa e appassionata, ripresa nel sottotitolo dalle parole Poesie dedicate al mio Paese natale, come se un poeta amoroso dedicasse il suo canzoniere alla donna del cuore. In questo caso però esso è adornato non di miniature policrome o di melodie eseguite con il liuto, bensì con le singolari illustrazioni del pittore belga Salvatore Gucciardo che, nella loro surreale modernità, fanno risaltare ancor più efficacemente, per contrasto, il ‘piccolo mondo antico’ oggetto dell’amore di Carmine Manzi. Esse infatti trasfigurano estrosamente molte liriche della raccolta, infondendo nei paesaggi, in cui la luna è nera, e negli esseri viventi, racchiusi nell’acciaio e immersi negli spazi cosmici, quella profonda aspirazione ad un mondo originario ed innocente, in cui regnino solo la pace e l’amore, che è sogno e rimpianto di entrambi. L’apparente stridore fra le poesie e le immagini si rivela dunque come consonanza spirituale tra i due artisti.

Il diario poetico, iniziato il 21 luglio 2002, si apre con il ricordo nostalgico, ma non patetico, del muschio che cresceva sulla soglia della sua “dimora” (il termine la nobilita oppure rafforza il senso di continuità nell’abitarvi), da cui poteva anche allontanarsi senza voltarsi indietro perché la sentiva profondamente e saldamente sua: infatti è quella dei suoi avi, della sua nascita, della sua lunga vita di studio e di scrittura. Vivido era quel muschio, verde era l’erba lungo il tratturo, ma ai suoi occhi appariva come un nastro d’argento posato a terra, quasi in una visione di sogno, a tal punto era ed è intimo il legame tra il suo animo e il suo luogo natale. I verbi al passato riportano il Poeta e il lettore ad un tempo lontano, non ben definito; ma il Poeta stesso, in tutta la sua grandezza umana e culturale, è nitidamente scolpito in questo piccolo lembo di mondo, in questi soli quattro versi: “La mia dimora, | dove son nato, | dove pensoso | trascorsi i giorni”. Vita e meditazione in questa casa verde di muschio.

Questo immenso amore ispira tutta la terza lirica, “La mia terra”, in cui appunto risplende “questo pezzo di terra” che ha suscitato i suoi sogni più grandi, il suo perenne canto d’amore, la sua nostalgia quando se ne allontanava; questo angolo di mondo lontano dalle grandi metropoli che gli appare in tutta la sua bellezza (“mi brilla negli occhi”) nel chiarore dell’alba o nel declinare del sole; questa terra che, con una variatio sintattica ardita, diviene la sua interlocutrice a cui egli dichiara commosso il suo sentimento d’amore: “… sei la sola canzone, | sei la mia Patria, | la patria del mio cuore”.

Il presente purtroppo ha cambiato molte cose anche in quella piccola città campana che pur sembrerebbe appartata e perciò al sicuro dalle perfide trasformazioni provocate dalla modernità; di conseguenza il rimpianto del passato, sempre virile e scevro da patetismo, permea gran parte del libro che da essa trae origine e ispirazione. Ne dà prova la lirica “L’eremo dei poeti”, in cui Carmine Manzi adombra di nuovo la dimora avita (denominata fin dalla fanciullezza “Eremo Italico”), per decenni e decenni frequentata da illustri poeti e uomini di cultura, venuti da luoghi anche molto lontani ad alimentare con il loro fervore intellettuale la vivacità di quel cenacolo fiorente (ovvio il rimando al titolo della celebre rivista). L’eremo è silenzioso per sua natura, come luogo di meditazione e di studio, ma nel passato le sue volte e gli archi risuonavano di canti che lo rendevano luminoso come un faro di buona cultura che effonde i suoi bagliori all’intorno. Oggi, invece, il silenzio dell’eremo è profondo e ininterrotto poiché ben diversi sono gli interessi di molti uomini. Di quegli anni gloriosi resta solo il ricordo ad alimentare i sogni. Altri potrebbero disperarsene, ma non Carmine Manzi, nel cui animo la speranza non muore mai poiché egli è più forte degli eventi che deve subire, causati dalla storia o dalla sorte inesorabile. “… ma nel fondo del mio cuore | c’è posto per la speranza” egli conclude infatti, offrendo una virile e dignitosa lezione di vita a chi non sa reagire con forza d’animo alle vicende piccole o grandi che l’esistenza comporta, nel suo caso la solitudine in un mondo indifferente ai veri valori della vita.

Molti rifuggono dal silenzio, lo temono quasi fosse un nemico e si rifugiano nei luoghi più chiassosi, senza accorgersi che la loro identità svanisce in quella massa vociante e indistinta. “Elogio del silenzio” è una lirica sommessa e profonda in cui il Poeta mette in luce la bellezza e la somma virtù del silenzio stesso, già lodato da grandi pensatori e poeti del passato, tra cui Seneca e Francesco Petrarca. L’uomo fatuo e superficiale disprezza il silenzio, ma l’uomo dotato di profonda capacità meditativa e di acuta sensibilità lo ama e lo ricerca poiché solo in esso può sentire nitidamente “le voci che dal profondo | al cuore salgono (…) | e dicono ch’è più grande il mondo”. Il silenzio dunque favorisce la contemplazione e la vita spirituale, mutando persino “i colori | in dolce musica di parole”, quasi avvicinando il cielo agli occhi del Poeta per svelargli i suoi misteri, mostrandogli tutta la bellezza “d’una notte di stelle | che va in processione incontro all’alba, | quando piovono rugiada i fiori | ed ogni goccia è d’amore un canto”.

La speranza, che rinnova nella fantasia i canti e gli incontri culturali dell’Eremo Italico, ritorna come tema fondamentale nella poesia “La speranza è verde”, in cui, accanto alla lucida e virile consapevolezza della caducità e falsa apparenza di ogni cosa, anche di quella che crediamo di stringere saldamente tra le mani, compare la speranza, sempre dantescamente verde, come figura gaia e rasserenante poiché “è l’unica compagna | che rende lieti i giorni, | dona fiducia al cuore | e mette l’ali ai sogni”.

Come in una fuga di Bach il tema fondamentale viene proposto, ripreso più volte e sviluppato in diversi modi, così nella raccolta poetica di Carmine Manzi alcuni temi essenziali sono spesso svolti in situazioni variate nei tempi e nei luoghi. Accade per la speranza, come si è visto sopra, e ancor più spesso per la memoria, anzi, per il recupero memoriale proustianamente provocato da un profumo, da un suono (il profumo dei biscotti, “il suon dell’ore” che viene dalla torre, quest’ultimo d’ispirazione leopardiana anche per Proust).

Nella lirica “Il pino gigante” il motore del recupero memoriale è l’odore della terra bagnata di fresco: salendo verso il cielo, esso richiama alla mente del Poeta una folla di ricordi e suscita nel suo cuore i palpiti ardenti della giovinezza. È bastato un odore noto per riportare il Poeta indietro nel tempo, tra gli incanti, stupori, sogni dell’infanzia ormai tanto lontana, quando muoveva i primi passi in quello stesso luogo e rincorreva la sua ombra, oppure inseguiva le figure disegnate sul viale dalla luce lunare, come rievoca nella lirica “Il sole e la luna” del libro Le ultime del millennio. Allora tutto gli appariva bello e buono poiché era ben lontana la delusione degli anni maturi (come non pensare a Giacomo Leopardi?). Ora il pino piantato in quel tempo è divenuto “il gigante del cortile”; le rose, già fiorite allora, hanno invaso il loggiato: tutto è ancora lì, al suo posto, non solo nel sogno ma anche nella realtà, benché cresciuto, ingigantito dagli anni. Mancano solo le rondini che un tempo gli annunciavano la primavera facendo il nido sotto il tetto, mentre ora neppure la speranza e il sogno possono farle tornare; quelle stesse rondini che nella lirica “Cerco la luna” de Le ultime del millennio sono rievocate con i versi: “Ricordo quando | dal piccolo chiostro | rifacendo le scale | trovavo ad accogliermi | le rondini al nido…”. Ma è passato tanto tempo da allora. Qualcosa è mutato inesorabilmente negli uomini e nella natura, sicché il “rimembrare” leopardiano o proustiano, se da un lato risveglia emozioni dolci e piacevoli, d’altro canto rivela senza possibilità di dubbio che il passato non ritorna più, che ciò che è perduto non può rivivere nella realtà, ma solo nel melanconico ricordo.

Tra gli altri temi salienti del libro compare la ricerca della tranquillità spirituale: “Vo cercando la pace dell’anima | per i miei giorni sommersi d’angoscia” esordisce infatti il Poeta nella lirica “I giorni sommersi”, di cui anche il titolo esprime il suo stato d’animo dolente in un mondo in cui “tutto, nel profondo, ristagna | nella visione radiosa dell’alba”; in cui anche gli elementi naturali hanno perduto la loro freschezza e vitalità, quasi fossero colpiti da un morbo inesorabile che li mina dall’interno. Il Poeta, simile al Petrarca che vaga “solo e pensoso” contemplando la natura, ammira il creato, ma non può non accorgersi che “l’edera impallidisce e muore”, che “i ruscelli non hanno più voce”, in un ambiente in cui ormai il locus amoenus allietato dal verde rigoglioso dei prati e dal roco mormorio del clarus rivus è solo un ricordo poetico tramandato nei secoli, oppure una cara immagine racchiusa nello scrigno della memoria. Inoltre, nell’ultima strofa in cui raffigura e nel contempo rimpiange immagini che egli vede in declino, mentre molti di noi possono solo ricordare ma non più vedere nella realtà, dove il territorio è stato devastato dal progresso, il Poeta dice con pacata melanconia: “Si posano le farfalle smarrite | in cerca dei pochi fiori nascosti | e vaganti le lucciole sognano | le bionde messi dai campi scomparse”. Chi scrive non ha mai più visto una lucciola dagli anni lontani dell’infanzia e ricorda come in una fiaba le mani arcuate e congiunte per racchiudere delicatamente la piccola luce intermittente, quasi una fiaccola viva.

La delusione suscitata dai danni provocati nella sua terra dal diverso modo di concepire la vita, il lavoro, l’utilizzazione del territorio negli ultimi decenni si manifesta dunque sia nel mutato comportamento delle persone, sia nella morte lenta di quella campagna un tempo ferace e rigogliosa, che era patria di farfalle variopinte nella luce del sole e di lucciole splendenti nel buio della notte, quasi fosse un altro cielo stellato posatosi sulla terra. Ormai il cemento invade sempre più quei luoghi un tempo coperti di case “a misura d’uomo” e molti giovani abbandonano il duro lavoro dei campi per inseguire abbaglianti mete lontane, spesso entro fabbriche rumorose in città prive di sole e di rapporti umani, una volta suonata la sirena.

Ma forse non tutto è perduto per chi è rimasto in quei luoghi. Nella lirica “Ritorno al borgo” il Poeta afferma: “La pace del mattino | la ritrovo se torno | al mio borgo natio”, cioè nel borgo di Sant’Angelo racchiuso tra i monti a poca distanza dalla città di Mercato San Severino, verso il quale egli ha espresso il suo amore profondo in altre raccolte di poesia e in molte pagine commosse del libro Dagli archivi della memoria. Se lo scorrere del tempo ha isterilito la campagna e trasformata la città, privandola anche della vista dei suoi torrenti, ora coperti e divenuti strade affollate di automobili, il borgo ha mantenuto quasi miracolosamente intatto il suo aspetto antico che fa sembrare “fuori tempo | le persone semplici | che per via ti fermano, | le edicole votive | sulla porta di casa, | i vasi coi gerani | quasi ad ogni balcone”; inoltre, a differenza della città, esso possiede ancora “il ponte sul torrente”. In questo piccolo paradiso si può certamente trovare la pace interiore e mantenere quei rapporti umani che in città sono ostacolati o persino cancellati dalla fretta della gente: infatti nel borgo si trovano ancora “le persone semplici | che per via ti fermano” e la felicità del Poeta sarebbe immensa se proprio “dal volto della gente | sbiancato e fatto scarno” egli non si accorgesse che “gli anni son passati” per tutti, che la vecchiaia avanza inesorabilmente facendo sì che ciascuno riconosca nel viso invecchiato dell’altro la propria stessa immagine, tema dolente della poesia “Quando li incontro” del libro Le ultime del millennio (“È come se vedessi allo specchio | il mio volto che si riflette…”). Ma questa è un’inesorabile legge della natura alla quale l’uomo non può ribellarsi se non inutilmente né porre rimedio in alcun modo.

Importante è piuttosto avere lo spirito ancora giovane, vitale, sensibile alla bellezza del creato che, vecchi o giovani che siamo, ci abbraccia, ci consola, ci ammalia soprattutto con il suo cielo notturno che da sempre ha ispirato grandi poeti come Saffo, Leopardi, Tasso. Ed anche nella poesia di Manzi è presente la contemplazione del cielo notturno, la meditazione che suscita la memoria, il colloquio con la luna o con le stelle (anche in varie liriche della precedente raccolta): “… col fiato sospeso | lo sguardo rivolto | tutto verso il cielo. || Dove riflettono | le stelle i pensieri | che dentro mi stanno | sospesi ai ricordi…” si legge infatti nella poesia “La sera”, uno dei tanti “notturni” del Poeta al quale si possono accostare le liriche “Gli scherzi della luna”, “Luna piena”, “Il pianto dei grilli”, “Voci di notte”.

Nella prima il Poeta confessa alla luna la sua delusione per i tempi mutati, per il diverso modo in cui egli stesso vede ciò che contemplava da fanciullo: “Luna che non sorgi questa sera | (…) | più non mi sembra il tuo volto quello | splendido di quando era bambino. || Preferivi stare nel mistero, | vivere sola, coi tuoi segreti, | e dispettosa sei diventata | da quando il mondo t’ha profanata”. Le conquiste spaziali hanno senz’altro determinato progressi scientifici, ma hanno varcato quella soglia del mistero che aveva sempre affascinato e ispirato i poeti, i quali, come Carmine Manzi, ora possono solo ricordare le emozioni del passato: “…come allora ch’entravi di sera | a piedi nudi nella mia stanza” Anche in questa poesia, come in “Luna piena” ed in altre citate precedentemente compare il motivo delle “ombre (…) | delle case ch’eran dirimpetto”, oppure “l’ombre a terra degli abeti”, oppure la sua stessa ombra di bambino affascinato dalla luce lunare. Un vero gioiello è la seconda delle poesie citate in cui “Bianco per la luna piena | m’è sembrato d’altri tempi | il mio paese, fissato | da un pittore col pennello”. La luce della luna ha miracolosamente riportato nel presente il paese del passato, proprio quello che il Poeta rimpiange in gran parte delle poesie di questi anni. Non in sogno, ma nella luminosità di una notte di luna piena il paese ha ritrovato i suoi tratti caratteristici sia nell’aspetto fisico, simile a quello di un presepio (“le case tutte uguali | la Chiesa lungo il torrente”), sia nel carattere dei suoi abitanti (“Paese dove si sogna | con le stelle, nel silenzio, | ed incantata la gente | alza gli occhi al firmamento”).

Ma il miracolo non avviene in altre due liriche “notturne” dedicate ai suoni che un tempo animavano il buio insieme ai “frammenti di stelle a notte | che dal cielo cadono d’agosto”. Infatti “Il pianto dei grilli” (titolo della prima di esse) risuona ancora in questi tempi avversi ai piccoli esseri della natura, ma oggi “piangono i grilli per l’aria a sera | versando lacrime dalle piante | che imperlano di rugiada i fiori”. L’immagine poetica è splendida ma, se anche il canto dei grilli è un pianto, profonda è la melanconia e dolorosi i pensieri che “turbano dei sogni la quiete”; il Poeta infatti confessa: “in lontananza vedo disperse | le lunghe attese e le mie speranze”. Egli dunque esprime un’amara delusione per l’aridità di un presente degradato, vuoto e alienante, da cui tuttavia ci si può redimere con il ritorno al passato, cioè ai valori autentici di semplicità e amore che possono restituire all’uomo l’identità perduta e alla natura quella bellezza affascinante che il disprezzo attuale ha violata e talora distrutta.

E con le speranze sono scomparse anche “le voci care” che in campagna, un tempo, contrassegnavano le varie fasi della notte, come il canto del gallo ancor prima dell’alba, “la voce cupa della civetta” che, per un’immeritata superstizione popolare, “metteva nell’animo sconforto” quando ormai era buio; oppure “Per ultimo s’univa a tarda ora | dal bosco lontano l’usignolo | e saltava il cuore d’allegria | alle dolci note del suo assolo” (“Voci di notte”). Anche questo è un mondo ormai tramontato, insieme con la serenità di quegli uomini parchi e semplici che si destavano al canto del gallo dopo una notte ricca di voci e di sogni.

L’attenzione rivolta ai grilli e agli uccelli notturni, più tardi alle rondini, fa rilevare nel Poeta un atteggiamento che ricorda il Pascoli, poeta delle “myricae”, delle umili tamerici, delle piccole cose, degli animaletti persino effimeri; poeta degli uccelli che spesso, con il loro verso (“chiù”, “scilp”, “vitt…videvitt”) o solo con la loro presenza, “dicono” qualcosa al poeta che ne sa intendere il linguaggio, così come quello dei fiori e delle cose. Per Carmine Manzi invece sono “Le formiche al lavoro” (titolo della poesia) le umili creature che simboleggiano la laboriosità e la previdenza, nel loro faticoso andirivieni dal campo al formicaio con un grosso chicco di grano sul capo ricurvo, “alcune dal capino rosso | e dal volto pieno di sole”, immagine questa che dimostra una lunga e affettuosa osservazione di un fenomeno che solo nella sua amata campagna il Poeta può ancora vedere.

Se il tema notturno è sotteso a tante liriche, quello della gratitudine a Dio per tutto ciò che ha creato e donato all’uomo permea oserei dire tutta la poesia di Manzi, in cui si percepisce un autentico spirito francescano che fa pensare al “Cantico delle creature” mentre si legge, ad esempio, la lirica “Laudato mio Signore”, in particolare i versi “Quando schiudersi ho visto un fiore | o quando un mormorio di fonte | vibrare m’ha fatto l’anima | lodato ho sempre il mio Signore”; e vi si riscontra, accanto alla contemplazione estatica del creato, la sua piena accettazione della volontà di Dio, sempre “con amore”, “nella gioia e sia nel dolore”. Tale sentimento religioso si sposa con il ricordo malinconico dei riti che si celebravano nei giorni festivi nelle chiese o nei santuari, con partecipazione fervida di tutti. Qualcosa però è rimasto, almeno nell’amato borgo di Sant’Angelo: la poesia “La chiesetta sul colle” infatti rappresenta la celebrazione del lunedì dell’Angelo sia in passato sia oggi, a differenza di varie poesie del libro Le ultime del millennio in cui si lamentava l’abbandono delle pratiche religiose.

Si diceva prima che il nucleo tematico proposto nella prima decina di liriche viene svolto nel corso di tutto il libro in un’alternanza che riflette l’affacciarsi dei pensieri alla mente del Poeta. Sul tema della memoria si possono infatti leggere, oltre a quelle già citate, molte altre poesie che ritraggono squarci paesaggistici per lo più ricordati nella loro bellezza ormai perduta (“Settembre d’allora”), oppure scorci della dimora avita nel cui cortile un tempo stava un pozzo che rallegrava l’animo con “la voce quasi salmodiante | che veniva dall’acqua di sorgente” (“Il pozzo nel cortile”) contribuendo, con la bella immagine ormai molto rara nelle case, a creare quei quadretti paesani che fanno rivivere un’epoca remota, in cui appaiono anche le lavandaie che sciorinavano i panni nelle acque limpide del torrente Solofrana, ora torbido e inquinato, in un ambiente che spinge il Poeta a dire con rimpianto: “il mio paese | che profumava di rose e di viole”, fiori molto cari al Manzi e, come è noto, alla “donzelletta” leopardiana nonché alla tradizione poetica d’ogni tempo (“Le donne al torrente”). Nel cortile della “dimora” dunque non più il pozzo, non più il gelsomino “che coi fiori profumati e bianchi | inondava le stanze tutto intorno | dove è rimasto del silenzio il canto”. È però rimasto un vecchio torchio nella cantina che in passato era festante di profumi e canti al tempo della vendemmia, mentre ora le botti e i tini sono vuoti e inutili, non diversamente dagli arnesi dei contadini appoggiati ai muri senza che qualcuno voglia continuare quella faticosa “Storia fatta di canti e di sudori | di tante pene e privazioni | che relegata resta in soffitta | ma vive sempre dentro il mio cuore”, come dice il Poeta (“Il torchio”).

Si potrebbe continuare ancora, tanto affascinano tutte queste immagini di un mondo che solo la memoria e la poesia fanno rivivere, accanto ad altre immagini di una natura ancora festosa di fiori, di profumi e di canti nelle liriche “Passeri tra le palme”, “Prati in fiore. “La Madonnina tutta bianca” (preziosa nella raffigurazione di una statuetta intorno alla quale la natura e la gente del paese esprimono la loro gioia spontanea) e infine “Ritorno d’estate”, quest’ultima notevole anche perché svolge il tema spesso ricorrente del ritorno alla “dimora”. “Alla mia casa son ritornato | in questo afoso giorno d’estate | e quella pace alfine ho trovato | che tra i miei monti cercando andavo”, afferma il Poeta che in quel luogo ritrova non solo la serenità dello spirito, ma anche “le pagine | più belle dei miei ricordi”, cioè nomi, volti, amicizie tra fanciulli che schiudevano il cuore ancora illuso “agli incanti della vita”, che riaffiorano e “rinnovano emozioni | di quel tempo ch’è lontano” (“Ricordi”).

Numerosi sono i ritorni a casa in varie poesie, tra cui mi sembra molto delicata nei sentimenti e nelle immagini “Una rosa alla finestra”, in cui il Poeta, al suo entrare in quel luogo, sente risvegliare in sé “il canto per le cose amate”, vede con gli occhi della memoria tutto ciò che lo circondava quasi con affetto tanto tempo prima. “Muri coperti d’edera” gli apparivano simili ad arazzi distesi proprio per lui; un “tappeto di foglie morte”, sotto i suoi passi, produceva un rumore che egli avvertiva come una dolce musica. Ma incanta il lettore soprattutto la seconda strofa: “Una rosa il mio primo incontro: | stava affacciata alla finestra | ed aspettava il mio ritorno | con le mani reggendo il mento”, quasi fosse una creatura umana che lo attendeva in tutta la sua bellezza, con atteggiamento sereno e direi quasi affettuoso.

E benché il libro si concluda con l’armonioso endecasillabo dedicato al borgo “che profumava di rose e di viole”, già citato sopra, e l’estate lasci presagire la sua fine con l’abbandono dei nidi da parte delle rondini (“Le rondini se ne vanno”), piace concludere con due immagini familiari che riaffiorano nella memoria del Poeta e rivivono grazie alla sua capacità di raffigurare con tratti nitidi, precisi e indelebili volti e atteggiamenti, in questo caso poi con un implicito messaggio di vita esemplare del ‘buon tempo antico’.

Come si usava in passato, “La vecchia zia” (titolo della lirica) “Se ne stava fuori sul terrazzo | dove il glicine metteva i fiori: | come la neve i capelli bianchi | un Rosario tra le dita scarne. || (…) | ma ci facevamo tutti intorno | zitti per sentire i suoi racconti”. E da quelle parole balzavano fuori come per incanto “costumi e balli dell’ottocento | dame e cavalieri del suo tempo” che affascinavano i bambini, mai sazi di quel ‘novellare’ forse udito chissà quante volte, ma sempre avvincente per la capacità affabulatoria della zia.

E da ultimo “Mio padre”, la lirica in cui compare un icastico spaccato di ‘piccola storia italiana’ racchiusa nella figura del genitore. “Sono diversi i volti di mio padre | rimasti fissi dentro la memoria: | la stessa figura in vario sembiante, | uguali lo sguardo ed il portamento”. Egli conobbe la nostalgia dell’emigrante in Brasile e, al suo ritorno, la felicità del matrimonio e della paternità (“ma in Patria coronò d’amore il sogno | e divenne felicemente padre”). Questa immagine serena di un matrimonio d’amore e di una piccola famiglia felice offre un modello di vita che si contrappone al naufragio della famiglia tipico dei nostri tempi. Ma allo scoppio della prima guerra mondiale egli partì volontario in Cavalleria e combatté “tra Isonzo e Piave fino alla Vittoria: | quei luoghi erano scritti nel suo cuore”, sempre racchiusi in un inestinguibile rapporto d’amore. Con misurata pacatezza, infine, il Poeta conclude il ritratto timidamente affettuoso del padre ed il modello di una vita onesta e semplice, ispirata dagli ideali più nobili e dai sentimenti più profondi: “Ricordo il volto suo dolce e paterno | segnato dalla vita e dal dolore | per la morte di Antonio, mio fratello: | fu quello il preludio della fine”.

Tutto ciò in una “poesia luminosa e dolce” e con quella “assoluta purezza lirica” a cui nessun altro commento può aggiungere pregio.

Recensione
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