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Un canto d’amore per la sua terra, per il borgo di Sant’Angelo che definisce con mirabile pregnanza nei versi: “…questa terra ch’è cara | ai miei canti e sospiri || sei la sola canzone | sei la mia sola Patria, | la patria del mio cuore”. Tale appare infatti il recentissimo libro di poesie composto da Carmine Manzi nella calda stagione estiva del 2002 e pubblicato in autunno per i tipi della Gutenberg, con un’illuminante prefazione di Alberto Granese e varie note critiche di Giorgio Bàrberi Squarotti in quarta di copertina.

Amore già nel titolo, che pare un’invocazione affettuosa, ancora nel sottotitolo, vera e propria dedica, e nella maggior parte delle poesie in cui il borgo natale, rimasto quasi illeso dalle devastazioni della modernità, viene liricamente evocato con scorci paesaggistici suggestivi, talora contemplati dal Poeta nella realtà, al suo ritorno nella casa avita tra i monti per sfuggire alla calura estiva, molto più spesso rievocati dalla sua memoria che, stimolata da un seppur minimo elemento del presente, sa far riemergere dal passato visioni, suoni, colori, profumi ed emozioni di un tempo ormai lontano, ma sempre vivo nell’animo sensibile dell’uomo che considera il suo piccolo borgo, raccolto attorno alla “chiesetta sul colle” e alla sua “dimora”, il centro del mondo, le sane radici da cui non può e non vuole staccarsi.

Canto d’amore, dunque, e canto della rimembranza, in un rammemorare nostalgico sì, ma non patetico e nemmeno pessimistico, poiché il rimpianto del passato, cioè delle semplici e frugali usanze paesane, dei sentimenti autentici e dei veri valori su cui si fondava la vita in quel tempo remoto, è sempre illuminato da una viva speranza di riscatto; esso diviene perciò un messaggio di palingenesi, di riscoperta da parte dell’uomo dei sani valori dimenticati e soprattutto della propria identità, smarrita nella massificazione ed alienazione della società attuale, non solo nelle grandi metropoli, ma anche nella piccola città di Mercato San Severino, poco distante dal borgo di Sant’Angelo. Questo allora è percepito come un Eden sereno, puro, silenzioso, come un luogo di raccoglimento, meditazione, memoria e quindi composizione poetica, in perfetta armonia con la natura festante di fiori e canti d’uccelli.

Nelle quaranta composizioni dal ritmo armonioso, dolce, evocativo, dal dettato di “assoluta purezza lirica” (G.B.S.) e dalla nitida luminosità delle immagini, create con pochi tratti essenziali ma vive e palpitanti perché contemplate nell’animo ancor più che nella realtà, sono racchiusi gli elementi più cari al Poeta e vibrano le sue emozioni più delicate o profonde.

Ne balzano fuori “La mia dimora, | dove son nato, | dove pensoso | trascorsi i giorni”, cioè il famoso Eremo Italico dove “tra queste mura di pietra antica | per elevare alla Patria il canto” si diedero convegno per tanti decenni poeti, artisti e uomini illustri venuti dai luoghi più lontani, mentre “Oggi è soltanto il ricordo | ad alimentare i sogni, | ma nel fondo del mio cuore | c’è posto per la speranza”. Sono dunque permeate d’amore, memoria e speranza queste poesie che creano un vero e proprio diario dell’anima ritornata nella sua patria.

E ne scaturiscono “Prati in fiore” con tutti i vivaci colori dell’arcobaleno “fissati come su d’una tela | dalla esperta mano d’un pittore”, mentre “si perde il guardo all’orizzonte | incontro al cielo d’un azzurro intenso | dove cantano gli uccelli a frotte”; ed altri uccelli, nascosti tra i rami delle palme, cinguettano fino a tarda sera. Oppure altri fiori occhieggiano tra i cespugli di more nel ricordo nostalgico ed altri spiccano variopinti nella realtà, in un’immagine affascinante del suo giardino al suo ritorno estivo a casa: “Sui fiori volteggiano farfalle | aspettando l’occhio della luna | che ritorni tra le stelle in cielo | e vagano lucciole al sentiero”. Ma “piangono i grilli per l’aria la sera | versando lacrime dalle piante | che imperlano di rugiada i fiori”, quasi volessero condividere la malinconia del Poeta, turbato dai mesti pensieri che nascono al declinare del giorno o dell’estate.

Al pianto dei grilli si contrappone in tutta la sua gioiosa vitalità l’affaccendarsi delle formiche dai campi di frumento al loro “maniero”, curve sotto i grossi chicchi, “alcune dal capino rosso | e dal volto pieno di sole”, tutte scene di un mondo georgico ancora vivo, contemplato con amore e ritratto con una delicatezza di immagini che ricorda quella di Virgilio o di Pascoli, entrambi poeti delle myricae, dei fiori, degli uccelli, della campagna.

Anche in una poesia di Manzi, come nella celebre “Lavandare” del poeta di San Mauro, compaiono “Le donne al torrente” che lavano i panni nell’acqua allora limpida del Solofrana, benché poi le poesie parallele racchiudano simbologie o rimpianti diversi, nel caso di Manzi il rammarico per l’inquinamento del suo torrente, luogo di giuochi infantili.

“Il torchio”, vecchio ed unico superstite di quella che era la cantina, da cui l’inebriante odore di mosto si spandeva festoso nel chiostro, fa rimpiangere il buon tempo antico: “Più non senti le vendemmiatrici | che portavano l’uva nei tini | né dai campi del grano maturo | il coro delle spigolatrici”. Quindi il mondo georgico, ancora vitale in certi aspetti, appare ormai tramontato in quelli in cui si è introdotto il progresso snaturante, che distoglie le braccia dal lavoro agricolo e lascia i campi incolti, del tutto spogli di quelle “bionde messi” su cui scintillavano di sera le lucciole. E insieme con gli usi e costumi del passato sono scomparsi i sogni, direi quasi le illusioni del Poeta che, in queste amare meditazioni sugli inganni della vita e nell’ininterrotto “rimembrare”, si avvicina molto agli “Idilli” leopardiani. La poesia “Capanno d’edera” ne dà una prova significativa: “Nascondi anche tu, capanno d’edera | tra verdi fronde dal colore argenteo, | dei miei passati tempi la canzone | rimasta sempre viva nella mente. || Erano tanti i sogni di quei giorni | perché mi sorrideva il mondo intero…”.

Sul tema della memoria si possono leggere numerose liriche, anzi, gran parte del libro poiché molto spesso uno sguardo a un’immagine di oggi riporta immediatamente il Poeta alla stessa immagine contemplata nella giovinezza, illuminata dalle speranze poi deluse, e talvolta persino nella sua prima infanzia, quando tutto gli appariva bello, buono, benevolo, amico (“Il pino gigante”, “Il pozzo nel cortile”, “Ricordi”, “Gli scherzi della luna”, “Voci di notte”, “Il pellegrino stanco”, “Settembre d’allora”, “Rimembrando”). Ma c’è un punto fermo e saldo nella vita del Poeta, di fronte al fluire inarrestabile del tempo che gli rende faticosa quella stessa scala su cui da bambino saliva di corsa a piedi scalzi per arrivare primo (“La scala che stanca”): è proprio la sua “dimora”, il fresco rifugio durante la calura estiva, il luogo silenzioso che gli consente di vagare con il pensiero, di ricordare gli amici d’infanzia e tanti eventi lontani, di contemplare il cielo notturno luminoso di stelle, di confidarsi con la luna amica, presente in varie poesie permeate di sentimenti, rimembranze e visioni create dal plenilunio, oppure di sentire malinconicamente il “canto dell’estate che va via | misto a frammenti di stelle a notte | che dal cielo cadono d’agosto”, in uno stretto rapporto fra lo scorrere della stagione estiva e le emozioni del Poeta che ne è testimone.

Ma talvolta egli si sente “Forestiero in casa” quando si accorge che i suoi valori non sono più compresi dalla “gente nuova”, per cui afferma: “Il mio mondo di stelle cadenti | a cui nessuno volge lo sguardo | è stato infranto da chi non crede | nel bello e nel canto dell’eterno”; invece egli trova consonanza spirituale con quei principi ed asceti che costruivano le loro dimore sulle vette dei colli “per guardare più da vicino | le stelle a sera del firmamento”. Il bello dunque e il canto dell’eterno sono i suoi valori, insieme con la profonda fede in Dio, la gratitudine per la bellezza del Creato e i sogni che il tempo vorace non gli ha tolti del tutto: in essi trova rifugio mentre attorno a lui dilagano la superficialità, il materialismo, l’insensibilità e il brutto.

Proprio il ritorno a casa del Poeta è uno dei temi fondamentali del libro, che inizia appunto con il suo arrivo a Sant’Angelo il 21 luglio e trasfigura poeticamente la sua vacanza fino al partire delle rondini in settembre, non in un diario oggettivo, bensì in un susseguirsi di emozioni e ricordi. Ed è un tema quasi sempre legato a immagini di fiori, suoni e profumi come nella delicata poesia “Una rosa alla finestra” in cui il suo arrivo è festeggiato non solo dall’edera verde e rossa sui muri della casa, quasi a comporre arazzi policromi, e da un tappeto di foglie morte che scricchiolano in dolce musica sotto i suoi passi, ma soprattutto da una rosa che per prima lo ha salutato: “Una rosa il mio primo incontro: | stava affacciata alla finestra | ed aspettava il mio ritorno”, come se la natura provasse le stesse emozioni del Poeta. E questo luogo così affettuosamente legato a lui gli risveglia nell’animo “il canto per le cose amate”. Ecco dunque il meccanismo del rimembrare leopardiano, l’impulso per il recupero memoriale proustiano: il ritorno nella casa avita e inconsciamente nel mondo di sogni e meditazioni del passato, con una magistrale rapidità nel passaggio dal concreto all’astratto, dall’oggetto reale al sentimento che ne scaturisce, dall’oggi alla giovinezza lontana, con la straordinaria forza e immediatezza dell’intuizione, del pensiero, dell’emozione.

Tra scorci paesaggistici e memorie commosse, nelle poesie compare qualche personaggio amato, in due ritratti tanto essenziali nella descrizione quanto pregnanti ed emblematici. “La vecchia zia”, circondata da numerosi bambini zitti e affascinati dai suoi racconti, “parlava di cose assai lontane, | costumi e balli dell’ottocento | dame e cavalieri del suo tempo…”, offrendo al lettore un indimenticabile quadretto di vita familiare antica, in cui gli anziani erano rispettati ed ascoltati perché saggi, esperti e, in questo caso, abili novellatori.

Nella lirica “Mio padre” invece è racchiuso nella figura paterna, anzi, nel suo volto, nel suo sguardo e nel suo portamento, “pur in vario sembiante”, direi quasi uno spaccato di ‘piccola storia’ italiana: emigrante in Brasile, al ritorno sposo felice e subito padre, poi volontario nella prima guerra mondiale “tra Isonzo e Piave fino alla Vittoria: | quei luoghi erano scritti nel suo cuore”. Infine , dopo il ritorno a casa e lo scorrere degli anni, il volto “segnato dalla vita e dal dolore | per la morte di Antonio, mio fratello: | fu quello il preludio della sua fine”. Con un linguaggio asciutto e scarno, da cui tuttavia traluce l’affetto filiale, e con virile rimpianto il Poeta scolpisce il ritratto di suo padre nel verso: “Ricordo il volto suo dolce e paterno”, che non può non far ricordare un celebre verso dantesco. Inoltre il modello di vita familiare che ne scaturisce si pone in antitesi al disfacimento della famiglia dei nostri giorni, mentre il legame affettivo tra il padre e il teatro delle sue azioni e sofferenze in guerra è un altro esempio di nobili sentimenti, anzi, di capacità di provare sentimenti, in opposizione all’apatia di tanti uomini di oggi, attratti solo da cose effimere e prive di valore profondo, incapaci di guardare al di là del concreto per scoprire un mondo spirituale ben più appagante e prezioso.

Carmine Manzi non vuole fare il moralista in questi suoi versi, ma con le sue meditazioni, i rimpianti, le speranze nel futuro, la fede religiosa che lo salva dall’angoscia e le figure esemplari offre un messaggio di rinnovamento per l’uomo che sappia ricercare nel passato e nelle sue lontane radici la forza per ricostruire un se stesso migliore, quindi più felice.

Compito della Poesia è non solo esprimere emozioni, sentimenti, analisi introspettive, ma anche avviare l’uomo alla conoscenza di sé e alla ricerca di una vita moralmente più sana. Carmine Manzi lo ha fatto nel suo libro “Terra mia”, proponendo “questo pezzo di terra” chiamato Sant’Angelo come modello di vita rinnovata rispetto al decadimento morale di oggi. Per lui questo è nella realtà, più spesso nella memoria, una volta persino nell’illusione ottica provocata dalla “Luna piena”; per i lettori invece nella visione idealizzata di un “paese | che profumava di rose e di viole”, armonioso endecasillabo con cui si conclude il libro.

Le modernissime illustrazioni del pittore belga Salvatore Gucciardo, apparentemente contrastanti con il ‘piccolo mondo antico’ cantato dal Poeta, completano e approfondiscono il messaggio di speranza racchiuso nei versi. Quando anche le rondini sono rivestite d’acciaio e vengono proiettate negli spazi cosmici al pari degli esseri umani dal casco avveniristico, quando sul paesino stilizzato splende una luna nera (in copertina e in molte altre illustrazioni), che cosa resta agli uomini? La fine di tutto oppure la palingenesi, quest’ultima a patto che si ritorni alla purezza primigenia del borgo di Sant’Angelo rimpianta nei versi di Manzi.

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