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Ulisse
Le radici della civiltà europea

Non si potrebbe affermare che solamente in questi ultimi anni sia rifiorito un grande interesse per la figura di Ulisse, perché il re di Itaca è sempre stato ammirato in tutti i tempi, fin dal suo primo apparire nella letteratura greca delle origini, intorno all’VIII secolo avanti Cristo.

Nella civiltà dei Greci, degli Etruschi e dei Romani, poi nell’immaginifico Medio Evo e nel classicissimo Rinascimento, successivamente nel Romanticismo affascinato dall’ansia d’infinito e dall’insofferenza per i limiti umani proprie degli spiriti grandi, quindi nel Decadentismo tormentato da un’insaziabile sete di “sapere” di fronte al mistero dell’universo, infine nella nostra epoca altrettanto assetata di conoscenze, di scoperte, di viaggi persino nel cosmo, Ulisse è sempre apparso come un paradigma di vita eroicamente e intensamente vissuta. Egli, infatti, fu un navigatore espertissimo, un esploratore audace e temerario, un viaggiatore “curioso” di ogni cosa e un uomo “intraprendente”, abile e ingegnoso di fronte ad ogni difficoltà.

Inoltre è sempre stato investigato nella sua indole proteiforme e labirintica, studiato nei suoi molteplici comportamenti (dal più nobile al più fraudolento), giudicato positivamente o negativamente secondo la morale dell’epoca; comunque è sempre stato oggetto di profonda riflessione.

Anche nell’antichità, come certamente oggi, egli è stato visto non solo come protagonista del poema omerico, artefice di infinite imprese “favolose”, ma anche come simbolo dell’uomo in sé e per sé, tanto che la sua “odissea” è parsa quasi una metafora della vita umana che si svolge tra infinite difficoltà, tra sciagure e sofferenze non sempre meritate come espiazione di qualche colpa, tra vicende che pretendono una grande forza morale e una “pazienza” senza limiti.

L’eroe di Itaca poi si è presentato ininterrottamente nei secoli come personaggio di grande rilievo – ora nel bene ora nel male – in ogni genere letterario o teatrale e, in tempi più recenti, anche nella musica operistica e persino nella cinematografia; in quest’ultima arte egli è prototipo del reduce che torna molto tardi dalla guerra e non riconosce quasi più la sua patria, così mutata negli anni, e forse nemmeno se stesso, trasformato dagli orrori della guerra e dalle peripezie del lungo ritorno.

Ulisse è stato finanche “reinterpretato” secondo il pensiero e la sensibilità di scrittori e poeti che hanno trovato in lui il paradigma delle proprie nevrosi metropolitane o dei propri ideali di vita eroici e superomistici, o più modestamente borghesi, oppure della propria ansia conoscitiva, metafisica o esistenziale, di fronte al mistero.

Senza risalire oltre il XX secolo – altrimenti gli esempi sarebbero infiniti – e limitando il discorso alla letteratura, James Joyce, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli e Umberto Saba esprimono perfettamente, in alcune loro creazioni, vari modi di sentire l’ulissismo, essi stessi ulissìdi; inoltre i recentissimi Itaca per sempre di Luigi Malerba e Nessuno di Luciano De Crescenzo confermano la continuità della fama e del fascino dell’eroe, capace anche oggi di stimolare la fantasia e la creatività, oppure l’ironia degli scrittori.

Ulisse poi, in quest’ultimo scorcio di millennio, si pone saldamente nella civiltà dell’Europa come punto di riferimento cui volgersi per comprendere chi sia “l’uomo moderno”, “l’uomo nuovo”, “l’uomo europeo”: infatti egli è giustamente considerato l’archetipo dell’uomo occidentale che si è nutrito per millenni della cultura fiorita nella terra degli eroi omerici e “migrata” nella Magna Grecia e nella Sicilia insieme con i colonizzatori. D’altronde già nell’Età Ellenistica, presso i popoli che, nel IV secolo a. C., Alessandro Magno aveva uniti nel suo vasto impero, legandoli fra loro con la koiné diálektos e con la diffusione della cultura greca, si era incominciato a interpretare l’eroe di Itaca, audace nelle imprese e forte nella sofferenza, come prototipo dell’uomo europeo.

Suggerisce queste riflessioni la bellissima mostra Ulisse. Il mito e la memoria allestita nel 1996 a Roma nel Palazzo delle Esposizioni. Nata dalla collaborazione e dall’estrema serietà scientifica di studiosi provenienti da tutto il mondo occidentale (erede quindi del cosiddetto uomo greco), essa ha illustrata perfettamente la figura immortale di Ulisse, antichissima e nello stesso tempo “nuova”, se paragonata a un’umanità moralmente fiacca, intellettualmente pigra e miope, incapace di vedere fuori del proprio mondo ristretto, quindi “vecchia” in tutti i sensi.

   
1. Testa di Ulisse (copia in marmo del 4 - 26 d. C. da un originale ellenistico in bronzo del 170 - 160 a.C.; da Sperlonga).

2. Ritratto di Omero (copia romana del I sec. d. C. da un originale greco del 300 - 280 a. C.).

Il titolo esprime con chiarezza l’impostazione e il significato della mostra: il “mito” di Ulisse nato dalla fantasia del popolo greco “fanciullo”, cantato mirabilmente da Omero e rappresentato nelle varie arti figurative almeno migliaia di volte; e la “memoria” che, mantenendolo vivo, lo ha tramandato fino a noi, in questo caso non con i poemi epici o le tragedie greche o qualsiasi altra opera letteraria, bensì per mezzo dei numerosi e preziosissimi reperti archeologici esposti in uno scenario “favoloso” veramente consentaneo alle avventure “fiabesche” del protagonista, poiché il filo conduttore dell’esposizione – senza trascurare l’ordine cronologico delle opere – era proprio l’Odissea, canto per canto, episodio per episodio.

La ricchezza della mostra, nel numero e nel pregio artistico dei “pezzi” esposti, dimostra quanto Ulisse e i vari personaggi del poema fossero noti a tutti ovunque nelle terre affacciate sul Mediterraneo – teatro della vicenda – se erano raffigurati da artisti di grande talento o da più modesti artigiani in tante opere, destinate agli usi più vari ed eseguite in un’area geografica così ampia.

Di fronte a numerosissime rappresentazioni della stessa scena (ad esempio il canto delle Sirene o l’accecamento di Polifemo) si potrebbe anche supporre che per varie ragioni Ulisse prevalesse sugli altri eroi omerici non meno degni di celebrazione artistica (quali Achille, Ettore, Patroclo, Agamennone, Aiace) e fosse divenuto un tópos nelle opere d’arte di vario genere, dalla pittura vascolare su anfore e crateri greci, etruschi, campani e romani, alla glittica, agli affreschi pompeiani, ai pannelli dipinti di una sontuosa domus romana sull’Esquilino, agli acquerelli di una tomba etrusca a Tarquinia, ai mosaici di Piazza Armerina, alla scultura anche monumentale (come i gruppi statuari di Polifemo o del mostro marino Scilla nella Grotta di Tiberio a Sperlonga e nella Villa di Adriano a Tivoli).

   
3. Ulisse e le Sirene (pittura vascolare attica a figure rosse del Pittore delle Sirene, 475 a. C. circa).

4. Scilla (rovescio di un tetradracma di Akragas, fine del V sec. a. C.).

Soprattutto gli splendidi paesaggi in cui si svolse il viaggio di Ulisse ben si adattavano a decorare le pareti delle lussuose dimore romane, poiché suscitavano in chi vi abitava l’illusione di essere immerso in quella natura “esotica” e quasi di partecipare a quelle “fiabesche” avventure. Inoltre, il primo atto della lotta di Ulisse contro Polifemo, cioè l’offerta del vino, era molto spesso rappresentato nelle sale dei conviti quale immagine di buon augurio, come testimonia il prezioso mosaico ritrovato nella Villa Filosofiana a Piazza Armerina. Dovremmo poi immaginare le anfore e i crateri istoriati con le Sirene, la maga Circe, la ninfa Calipso o la fedele Penelope nei “triclini” degli antichi, nel vivo della loro vita quotidiana, mentre le ricche dame sono adorne di gioielli raffiguranti Ulisse e Penelope o ancora le Sirene o Scilla; dovremmo insomma rendere la vita a quegli oggetti che oggi sono racchiusi in teche di cristallo nei musei come “testimonianze” del passato e riusciremmo forse a comprendere del tutto il fascino e la “popolarità” dell’eroe di Itaca.

   
5. Ulisse offre il vino a Polifemo (mosaico, Piazza Armerina, Villa Filosofiana, 310 - 320 d. C.).

6. Accecamento di Polifemo (pittura vascolare pseudocalcidese a figure nere, 530 - 510 a. C.).

La presenza così frequente di Ulisse nelle arti figurative antiche non deve però far pensare che gli artisti non avessero resi immortali nel marmo, nel bronzo o nei colori anche gli altri magnifici personaggi della mitologia greca: gli dèi e le dee, gli eroi e le loro donne.

La prova tangibile del grande fervore artistico intorno a tutti i miti è posta negli altrettanto preziosi reperti archeologici, appartenenti alla Magna Graecia e alla Sicilia, che sono stati esposti a Venezia nella splendida mostra I Greci in Occidente, allestita a Palazzo Grassi quasi contemporaneamente a quella romana su Ulisse: duemila “pezzi” in cui, accanto alla vita quotidiana, ai culti, agli spettacoli, ai costumi dei Greci occidentali, è racchiusa la loro fantasia, si potrebbe quasi dire la loro volontà di circondarsi di immagini mitologiche in ogni momento della vita, sacro, profano, pubblico, privato, domestico.

È innegabile però che il mito di Ulisse abbia raggiunto una diffusione tanto vasta anche per la “novità” del personaggio rispetto agli altri eroi omerici o tragici: questi, pure Edipo, Aiace o Teseo, agivano in un mondo esclusivamente “eroico”, molto lontano dalla vita concreta e quotidiana degli uomini comuni; Ulisse invece, pur essendo stato anch’egli un eroe glorioso sul campo di battaglia presso Ilio (nell’Iliade), ha spaziato poi in tutti gli ambienti umani e naturali, fra tutti i ceti sociali (anche fra guardiani di porci e accattoni), in ogni genere di vicende, nobili o sordide, scendendo così dal mondo degli eroi a quello degli uomini e avvicinandosi al sentire di un’umanità più moderna, la quale, pur ammirando il magnifico Achille, si rispecchia maggiormente nel versatile Ulisse che (nell’Odissea) sa fabbricarsi con le sue mani una zattera e con essa solca il mare per rivedere la sua amata Itaca.

Anche le peregrinazioni lungo le coste del Mediterraneo e le avventure in vari luoghi realmente esistenti (che pure noi oggi possiamo visitare) debbono aver influito notevolmente sulla “popolarità” di Ulisse, poiché quegli antichi che amavano vederlo raffigurato sulle pareti della propria dimora, o sulle anfore e sui gioielli, visitavano quei luoghi o persino vi abitavano, ed erano fieri di poter ricordare tangibilmente le leggende omeriche legate alla terra dei Ciclopi sulla costa orientale della Sicilia, allo stretto fra Scilla e Cariddi, all’isola delle Sirene nel golfo di Sorrento, ai Campi Flegrei presso Pozzuoli, all’isola di Circe (oggi promontorio Circeo), all’isoletta remota di Calipso (Pantelleria? Gozo?), all’isola dei Feaci (oggi Corfù), alla piccola Itaca che si specchia nelle onde dello Jonio.

Viene ormai da chiedersi chi sia mai questo famosissimo Ulisse il cui nome in lingua greca era Odysseus (facile allora l’astuto inganno ai danni di Polifemo, cui aveva detto di chiamarsi Utis, cioè “Nessuno”) mentre in quella latina era Ulixes, da Olysseus, Olytteus, Ulixeus, varianti dialettali del nome immortalato nel dialetto ionico di Omero.

E ancor più interessante è indagare come sia nato il suo “mito”, come cioè una creatura forgiata dalla fantasia di tutto il popolo greco “fanciullo” sia divenuta a un tratto un personaggio poetico di rara perfezione letteraria, di assoluta coerenza psicologica, di modernità e universalità sorprendenti a distanza di quasi tremila anni.

Omero, il “misterioso” aedo cieco di cui si ignora quasi tutto, tranne la somma grandezza poetica, fin dal primo verso dell’Odissea traccia compiutamente l’ethos dell’eroe itacese di cui narra, cantando per ispirazione della musa Calliope, il lunghissimo e avventuroso ritorno in patria dopo la distruzione di Ilio, resa possibile dal suo stratagemma del cavallo di legno.

«[...] bello di fama e di sventura | baciò la sua petrosa Itaca Ulisse» scriverà più di venticinque secoli dopo Ugo Foscolo nel sonetto A Zacinto. Affascinato anch’egli dalla splendida figura creata dall’arte di Omero (non però il guerriero vincitore coperto di gloria, bensì l’uomo travolto dalla sventura), il poeta sentiva l’eroe greco molto simile a sé nella sofferenza dell’esilio, in quel suo continuo peregrinare «di gente in gente»; ma più fortunato perché, dopo tante sciagure, poté finalmente raggiungere, con quel bacio alla sua terra, ciò che egli non avrebbe mai più potuto ottenere: «Né più mai toccherò le sacre sponde | ove il mio corpo fanciulletto giacque, | Zacinto mia [...]».

Anche il Foscolo dunque consolidò con i suoi versi l’immortalità di questa mirabile figura umana e poetica; figura che è stata tramandata fino a noi nei secoli non solo perché il poema è stato oggetto di ininterrotta lettura e ammirazione (naturalmente attraverso traduzioni o rifacimenti in prosa e in poesia per chi non conoscesse la lingua greca), ma anche perché la “persona” di Ulisse è stata ispiratrice di uomini e di poeti in ogni epoca, dal momento che proponeva un modello di vita straordinario, tanto forte da superare i mutamenti del pensiero e dei costumi operati dal fluire del tempo senza che venisse mai offuscata la sua seduzione.

Nella sua sostanza l’éthos, cioè il carattere, l’indole., l’ingenium di Ulisse è paradigmatico sia per gli uomini antichi, sia per noi moderni, ovunque sia giunta la civiltà greca a diffondere i suoi ideali, i suoi valori etici ed estetici, in breve il suo “uomo”.

Nella protasi dei poemi epici è consuetudine “proporre” – come indica appunto il termine – l’argomento fondamentale dell’opera, attorno a cui si sviluppano e si intrecciano le vicende che ne costituiscono la materia. Ci attenderemmo allora che l’Odissea si aprisse con la parola nóstos, cioè “ritorno”, poiché per la maggior parte il poema tratta questo argomento, ora per mezzo della voce narrante di Omero, ora – con una felicissima soluzione tecnica che sarà di modello a molti poeti successivi – attraverso il racconto commosso dello stesso Ulisse, ospite del re Alcinoo nell’isola dei Feaci. Inoltre la cruenta lotta sostenuta dall’eroe a Itaca contro i Proci – i pretendenti della regina Penelope, sua fedelissima sposa, che aspiravano al trono e da anni avevano invaso il suo palazzo – è pur sempre una componente del “ritorno”, anzi, il suo compimento, poiché il re di Itaca non può considerarsi veramente “tornato” nella sua patria, nella sua reggia, nel suo talamo, se questi sono insidiati o prepotentemente occupati e devastati dagli odiosi “pretendenti”, ormai convinti (o almeno speranzosi) della sua morte: erano infatti passati quasi vent’anni dalla sua partenza per la guerra di Troia, nove anni di combattimenti e i restanti trascorsi in un’errabonda navigazione per il Mediterraneo, oppure “amorosamente prigioniero” nell’isola della maga Circe o in quella della ninfa Calipso.

Invece nell’Odissea Omero, prima di “proporre” come materia del suo canto il viaggio del reduce da Ilio, vuole precisare di che indole sia il protagonista dell’opera a cui si accinge e che da lui stesso trae il titolo: Odissea come Poema di Odisseo. Omero dunque esordisce con la parola ándra, “uomo”, e subito aggiunge l’epiteto che descrive per sempre Ulisse, sia nel poema, sia in tutti i tempi, ogni volta che si faccia riferimento all’uomo per eccellenza, in un mondo che può essere mitologico o storico o persino contemporaneo: polýtropon, cioè “dal multiforme ingegno”, “dall’ingegno versatile”, “dalle mille astuzie”, quindi anche letteralmente “dai molti modi”, nel significato più nobile dell’espressione riferita all’acutezza, alla duttilità e alla prontezza della sua intelligenza.

«Musa, quell’uom dal multiforme ingegno | dimmi» (traduzione poetica di Ippolito Pindemonte): in un solo verso dunque – il primo del poema – c’è già tutto Ulisse con la sua capacità di piegare in tutti i modi possibili quella facoltà intellettiva che distingue l’uomo dai “bruti” e lo rende pari agli dèi.

Intorno a questo nucleo etico sarà stato facile per Omero sviluppare quella miriade di comportamenti – sempre caratterizzati dalla prontezza d’ingegno di fronte alle avversità e dalla forza della ragione contro la violenza cieca – che le varie vicissitudini del ritorno richiedevano. Basterebbero i nomi della maga Circe, delle Sirene, dei mostri marini Scilla e Cariddi, del Ciclope Polifemo, della ninfa Calipso, della fanciulla Nausicaa o della sposa Penelope – per limitarci ai più noti – e subito il nostro pensiero li collegherebbe con la sagacia, il coraggio, gli stratagemmi astuti, la straordinaria forza fisica sempre guidata dall’intelletto, la capacità di ingannare o di commuovere con parole suadenti una donna innamorata, infine la fedeltà ai valori più sacri della vita: gli dèi, la patria, la famiglia, l’amicizia, anche se si tratta di un cane.

   
7. Ulisse minaccia Circe (pittura vascolare attica a figure rosse, 440 a. C. circa; da Taranto).

8. Ulisse e il cane Argo (rovescio di un “denarius” argenteo, 82 a. C.; da Tusculo).

Il “suo” cane Argo, che lo aveva atteso per vent’anni presso la porta della reggia a Itaca, lo riconobbe anche se coperto di stracci come un mendicante: sollevò il muso, scodinzolò per fare festa al suo “signore” e subito morì per l’emozione di averlo finalmente rivisto.

Questo episodio, fra i più toccanti e ammirati (ne danno prova innumerevoli pitture vascolari, incisioni su anelli e rilievi su monete), dimostra, oltre alla sensibilità del poeta Omero, il dominio di sé dell’eroe che, ormai tornato a Itaca ma costretto a celare la sua vera identità per poter compiere di sorpresa l’atroce vendetta contro i Proci, si trattiene anche di fronte a un “amico” fedele a cui non può fare nemmeno una carezza: egli deve nascondere i suoi veri sentimenti, come già ha fatto con il fidato porcaro Eumeo che ora lo conduce verso la reggia, e ancora dovrà fare con le persone più amate, persino con la casta sposa Penelope.

Anche questo comportamento è dettato dal “multiforme ingegno” di Ulisse, dalla sua versatilità secondo le esigenze, sicché non solo le favolose avventure del viaggio per mare, ma pure le azioni sagaci o cruente compiute a Itaca per riportare l’onore nella sua casa – la gara dell’arco e la strage dei Porci – rivelano la sua capacità di giungere con la forza dell’intelligenza là dove il solo coraggio o la sola forza del braccio non potrebbero condurlo.

L’eccellenza dell’ingegno si manifesta in Ulisse non meno come ardente desiderio di errare, di scoprire nuove terre, di conoscere genti e costumi, di comprendere sempre più profondamente uomini, luoghi e cose non solo per evitare i pericoli dell’ignoto durante il viaggio – cosa già di per sé indice di saggezza – ma anche per un’inesausta sete di conoscenza che non è dote comune a tutti gli uomini, ma privilegio solo dell’uomo degno di questo nome.

«[...] che molto errò [...] | che città vide molte, e delle genti | l’indol conobbe [...]» dice infatti Omero sempre nella protasi del poema, ponendo in rilievo, subito dopo l’ethos, la vasta esperienza dell’eroe, imposta sì dal Fato che lo costringeva a errare per anni lontano da Itaca, ma voluta anche da lui stesso, che non rinunciò mai a nessuna impresa, benché rischiosa, da cui gli potesse derivare un’ulteriore conoscenza.

   
9. Penelope afflitta e Ulisse mendicante (rilievo in terracotta, 47>0 - 450 a. C.; da Melos).

10. Ulisse e Penelope in conversazione (teca di specchio etrusco in bronzo, III sec. a. C.; da Morlupo).

Il canto delle Sirene, affascinante ma letale per i naviganti che lo ascoltassero “ignari”, senza alcuna precauzione, destinati a sfracellarsi con le loro navi sugli scogli intorno all’isola, fu una delle tante esperienze “volute” da Ulisse, non imposte da una volontà superiore. Sarebbe bastato allontanarsi da quel golfo, oppure tapparsi gli orecchi con la cera, come avevano fatto tutti i suoi compagni, e continuare incolume la navigazione in quel mare insidioso. Ma Ulisse si fece legare con funi tenaci all’albero della nave e ascoltò quel canto ammaliatore che superava in dolcezza ogni melodia mai udita dai mortali; ascoltò quelle voci soavi che dalla riva lo invitavano ad accostarsi per “conoscere”, per “sapere”, per “scoprire” l’ignoto. Ulisse quindi ascoltò quel canto che prometteva la sapienza assoluta, ma seppe sconfiggerne con la sua intelligenza il potere insostenibile per i mortali. Conobbe e poté raccontare ciò che nessun altro navigante avesse mai potuto conoscere e raccontare: le ossa ammucchiate sugli scogli intorno all’isola delle Sirene erano la prova concreta del pericolo insito nella loro seduzione “erotico-poetica” e nelle promesse illusorie di conoscenza divina.

L’eroe dunque non aveva voluto rinunciare a questa esperienza sublime – quasi una sfida tra l’orgoglio e la lucida accettazione dei limiti umani – poiché la sua “curiosità” era assetata non solo di cose concrete (città, genti, costumi) ma anche di misterioso, di ignoto, di sovrumano, benché la sua indole – come afferma lo stesso Omero – fosse anche profondamente devota agli dèi, rispettosa dei loro precetti, scrupolosa nel celebrare i riti religiosi e soprattutto sottomessa al Fato con una “pazienza” veramente esemplare.

E infatti, in Omero, Ulisse non è empio e non varca le Colonne d’Ercole, quel temuto limite imposto dagli dèi agli uomini perché non si spingessero fuori dello stretto di Gibilterra, ma rispettassero la finitezza della natura umana entro lo spazio loro consentito.

Tuttavia il «folle volo» cantato venti secoli dopo dall’Alighieri è già insito in germe nei versi di Omero, benché poi il poeta cristiano lo giudichi non come atto di empietà, ma al contrario come prova dell’eccellenza d’ingegno e della magnanimità di Ulisse, il quale dice ai compagni per convincerli a un’impresa così rischiosa: «Considerate la vostra semenza: | fatti non foste a viver come bruti, | ma per seguir virtute e canoscenza» (Inf., XXVI, vv. 118 ss.), cosa che è il fine per cui l’uomo è stato creato. La tragica morte dell’eroe, la cui nave fu travolta e sommersa da un immane gorgo quando era ormai in vista della meta, nulla toglie infatti alla grandezza della sua impresa.

Tornando all’Odissea, prima di affrontare la più tremenda delle sue avventure (l’incontro con Polifemo), Ulisse si rivolge ai compagni con parole che paiono preludere anch’esse ai celebri versi di Dante; l’eroe greco dice infatti: «[...] della gente a spiar vo’ col mio legno, | se ingiusta, soperchievole, selvaggia, | o di core ospital siasi, ed a cui | timor de’ Numi si racchiuda in petto» (Od., IX, vv. 220 ss.). Vuole dunque “esplorare” la terra che lo ha incuriosito perché la costa è assolutamente priva di segni di civiltà: «Tu cerchi indarno, tra i Ciclopi, indarno | cerchi fabbro di nave a saldi banchi, | su cui passare i golfi e le straniere | città trovar [...]» (l.c., vv. 159 ss.). Per Ulisse segno di civiltà, di “umanità” nel senso di “non-ferinità”, è costruire navi, esplorare il mare, conoscere città e popoli stranieri, sebbene nell’Odissea questa sua ansia di errare, quasi per una sorta di contrappasso, gli faccia sentire con più profonda nostalgia la lontananza della “sua” piccola isola, del “suo” mondo che racchiude i “suoi” affetti più sacri.

Dante invece, pur conoscendo perfettamente l’Eneide di Virgilio e di conseguenza tutte le gesta dell’eroe fino alla sosta presso la maga Circe, non ha letto Omero, che pur definisce «poeta sovrano» e «quel signor dell’altissimo canto | che sovra gli altri com’aquila vola» (Inf., IV, vv. 88; 95-96); quindi egli non sa che l’eroe tornerà a Itaca e ignora questo suo sentimento profondo che si pone sullo stesso piano dell’amore per la conoscenza; perciò può creare liberamente il “suo” Ulisse la cui sete di sapienza supera ogni altro amore, anche quello per la patria o per la sposa fedele che lo attende da vent’anni nella reggia.

Omero, dunque, pone nell’animo di Ulisse, nonostante il desiderio di Itaca, una bramosia di “conoscere” sempre ardente: sono innumerevoli nel poema i passi in cui egli afferma di voler “esplorare”, addentrandosi in terre ignote per conoscerne – molte volte a suo danno – gli abitanti, la costituzione politica e le leggi, se ne hanno, oppure i costumi barbari o stravaganti (ad esempio i Lestrigoni cannibali o i Lotofagi immersi in un perenne oblio provocato dal fiore di loto). Nessun dio lo costringe, nemmeno il volere del Fato: è la sua “curiosità” lo stimolo a tali esplorazioni in cui egli mette a repentaglio la vita propria e dei compagni pur di “sapere”, di “conoscere”, di arricchire la sua esperienza del mondo.

D’altra parte, il poeta fiorentino aveva conosciuto nei versi di Orazio l’indole dell’eroe e la sua vasta esperienza di uomini, di città e di costumi, mentre in quelli di Ovidio il suo temerario ultimo viaggio verso il mare aperto; era inoltre rimasto affascinato dalle parole di Cicerone e di Seneca in cui l’eroe greco era additato quale esempio di altissimo valore etico per la sua sapientiae cupido, che gli faceva considerare appunto la scienza come l’estrema perfezione spirituale dell’uomo, la somma felicità; perciò fa dire al “suo” Ulisse, dannato nell’Inferno tra i consiglieri fraudolenti ma ammirato per l’eccellenza dell’ingegno: «[...] l’ardore | ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, | e delli vizi umani e del valore [...]» (Inf., XXVI, vv. 97 ss.).

Le sue parole coincidono perciò con quelle di Omero nel definire e giustificare la grandezza spirituale dell’eroe greco, nonostante la notevole differenza tra l’etica pagana e quella cristiana di Dante (riguardo a certi valori, tuttavia, la seconda è senza dubbio erede della prima, poiché il Medio Evo si è abbeverato profondamente, seppure con vaste lacune, alle fonti della cultura classica, assimilandone gli ideali di virtù e di sapienza).

Quindi il famoso Ulisse “dal multiforme ingegno” che obbedisce sempre alla sua sete di conoscenza, che rifiuta l’ignoranza causata dalla viltà o dalla pigrizia intellettuale e che non pone limiti al suo sapere si erge con orgoglio tutto greco alle radici della civiltà europea, portando fino a noi, nelle immagini scolpite o dipinte e nei versi dei poeti più grandi, il suo ethos esemplare.

 
 

Bibliografia

- Homeri, Opera, Oxonii, 1958.
- Omero, Odissea, (traduzione di Ippolito Pindemonte), edizioni varie.
- Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, edizioni varie.
- Ugo Foscolo, Opere, Mursia, Milano 1962.
- I Greci in Occidente, a cura di G. Pugliese Carratelli,Bompiani, Milano 1996. (Catalogo della Mostra)
- Ulisse. Il mito e la memoria, Progetti Museali Editore, Roma 1996. (Catalogo della Mostra)

Nota
Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista turistico-culturale “Albergo” di Roma, nel numero triplo 10-11-12 del 1997, corredato dalle illustrazioni indicate nelle didascalie, tratte dai due cataloghi delle Mostre Archeologiche citati nella bibliografia. Poiché è stato scritto nello spirito di quel periodo e con riferimenti a fatti e pubblicazioni del 1996/97, non si è volutamente aggiornato il testo con inappropriati accenni “all’alba del Duemila”.

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