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Nello splendido libro Un paese del Sud, pubblicato nel 1985 presso Terminelli Editore di Cosenza, Francesco Fiumara, di racconto in racconto, costruisce un prezioso mosaico (“arabesco” egli scrive) raffigurante sine ira et studio un piccolo paese sperduto nella campagna calabrese, chiamato con lo pseudonimo di Serracapra ma, grazie all’indicazione del paesetto limitrofo e del fiume Custo che li lambisce entrambi, facilmente riconoscibile sulla carta geografica. Rispettiamo però la volontà dell’Autore.

“Serracapra è pseudonimo di un paese reale della Calabria più periferica e disagiata” scrive infatti F. Fiumara nella breve ma densa e illuminante nota introduttiva da cui emergono la chiave di lettura dei ventiquattro racconti e lo scopo memoriale ma nel contempo didattico e culturale del libro (lo dimostrano le schede poste alla fine di ogni racconto, come esercizio di comprensione e approfondimento del testo per i giovani studenti). Emerge infine la scelta della tecnica narrativa ‘a focalizzazione esterna’, che pone il narratore, sempre distinto dall’autore Fiumara, ‘al di fuori’ delle vicende raccontate, tranne quando egli scrive “io” e parla di se stesso bambino e dei suoi familiari, oppure, dopo la caduta del Fascismo il 25 luglio 1943, riprende il discorso sul delitto Matteotti ed esprime con forza etica la sua fede politica, nata e coltivata nel culto dell’eroico Deputato socialista (‘visione con’, cioè racconto autobiografico). Il narratore, dunque, è solo un testimone dei fatti su cui non esprime giudizi moraleggianti o paternalistici, non fantastica sul mito del contadino innocente e puro in contrapposizione al cittadino guastato dal troppo incivilimento, ma soprattutto non cade nel sentimentalismo nostalgico proprio di tanti libri di memorie.

Su questo punto è molto chiaro il prefatore Domenico Rea, il cui pregevole scritto deve assolutamente essere letto per l’acutezza con cui delinea il libro di Fiumara, in particolare il “segreto stilistico” che “vive (…) di sentimenti taciti e profondi intrisi di maschile pudore”. Un libro paragonabile, secondo lui, a “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi: la Lucania del 1944 per l’uno e la Calabria dal 1922 al 1940 per l’altro; terre misere ed emarginate, ma capaci di penetrare indelebilmente nell’animo sia di chi vi è nato e cresciuto, sia di chi le ha conosciute per i più svariati motivi, anche il confino, forse anche solo nelle pagine di un libro.

È notevole poi un’altra caratteristica di questi racconti di Fiumara: essi ritraggono uomini, donne, bambini, animali, piante (“un agglomerato misterioso e pieno di fascino, che costituiva un tutt’uno vivente d’una stessa vita, nell’ampio respiro di una natura fresca e accogliente”, p. 18); ritraggono case di benestanti e catapecchie di contadini, la chiesa e il cimitero di un piccolo paese reale in un lasso di tempo racchiuso tra due date storiche, ma tale è la forza icastica della loro rappresentazione e la verità umana, l’autenticità di quelle vicende, seppur apparentemente di piccola entità (escluso naturalmente il delitto Matteotti) che il paesino si dilata nello spazio e nel tempo, facendo sì che i personaggi assumano un carattere universale ed esemplare di ogni esistenza condotta a stento in una terra avara, diseredata, dimenticata dai governanti, emarginata dal progresso e dal benessere delle altre regioni, non importa in quale continente o in quale epoca. Eppure, come si è detto sopra, sono ritratti un luogo ben preciso ravvisabile sulla carta geografica, seppure con un nome quasi omofono, e un periodo storicamente ben definito; ma al tempo stesso è rievocato il luogo dell’infanzia, adolescenza e giovinezza dell’Autore, protagonista o testimone oggettivo delle vicende magistralmente narrate con uno stile di classico nitore, aperto a squarci di vera poesia.

Serracapra dunque è il suo paese natale, il luogo dei suoi giuochi di bambino presso il fiume Custo, teatro delle sue avventurose scorribande e delle fantasiose costruzioni con i sassi lasciati scoperti dalla siccità, oppure della caccia ai granchi e ai ranocchi. Il luogo della sua “formazione umana e sociale (e politica)” attraverso i discorsi dei grandi e le notizie apprese dai giornali, letti quotidianamente dal padre e dallo zio Nino, suo fratello, tra cui risalta in tutta la sua gravità morale e politica l’uccisione nel 1924 del Deputato Giacomo Matteotti, fulcro della sua formazione ideologica e politica mantenuta salda e indefettibile per tutta la sua lunga vita. Sulla sua scrivania da chissà quanti anni spicca l’immagine del ‘martire’: una vecchia cartolina presa da un cassetto del padre che, quando egli era bambino, ne conservava come reliquie tante copie, tutte quelle che riusciva a raccogliere nel periodo ormai buio per il nostro Paese. “Oggi quella vicenda di Matteotti, che in me si ravviva nel fondo della coscienza, è patrimonio della nostra storia e della nostra cultura. Ma quando il mio sguardo si posa su quella serena figura di martire, incorniciata sulla mia scrivania (…) un senso di commozione e di rimpianto mi prende, perché in quella triste storia mi ritrovo bambino tutto assorto in uno spaccato di visioni e di sogni, assetato di conoscenza e di verità, sullo scenario pittoresco del mulino antico che oggi tace, silenzioso rudero solitario” (p. 21). E poco prima, all’inizio dello stesso racconto tutto ambientato intorno al mulino ad acqua del padre e dello zio Nino, aveva scritto: “Ora da molto tempo il mulino è chiuso: un rudero tra roveti ed ortiche, su cui cresce il muschio dell’oblio, che copre inclemente, come in una bara verde, anche i sogni della mia fanciullezza ivi trascorsa” (p. 17).

Francesco Fiumara parla apertamente di sé quando rievoca eventi memorabili della sua infanzia (‘visione con’), ma nell’età più adulta si nasconde tra gli altri ragazzi o giovani (‘visione dall’esterno’), confessando solo alla fine (p. 205) la sua presenza tra di loro, senza dubbio tra i chierichetti golosi delle ostie appena fatte o intenti a usare l’incensiere, oppure tra i ragazzi che agitavano i rami di palma in chiesa per Pasqua; ma chissà che non sia stato anche tra la folla durante la processione dell’Affruntata e (perché no?) tra i giovani che solo con lo sguardo potevano dialogare con la fanciulla amata, cercando di non perdere l’occasione propizia dell’incontro d’occhi durante la processione. Ma l’Autore si limita ad affermare: “Alcuni dei personaggi descritti mi furono parenti, altri amici di famiglia, altri ancora compagni di gioco, di scuola o di chiesa” e si dichiara narratore “col distacco dell’estraneo”.

Nei racconti si presentano al lettore tanto vivi che ti sembra di sentirli respirare i due parroci, uno scacciato per validi motivi, l’altro benvoluto, rispettato e obbedito da tutti, tranne la singolare eccezione di Benifà che “di Dio non voleva saperne” (p. 88), sicché, a causa del suo funerale celebrato con riluttanza da don Gualtieri, si scatenò un memorabile litigio tra i suoi fratelli e il prete con gravi conseguenze all’ospedale e con la Giustizia. Tuttavia, nonostante questo episodio poco edificante, don Gualtieri fu sempre stimato un buon parroco e apprezzato per il suo coraggio di fronte ai prepotenti (viene alla mente padre Cristoforo, non certo don Abbondio). Singolare, a proposito di preti, è il nuovo predicatore della Settimana Santa, protagonista di un gustoso racconto e prova che gli eventi religiosi, con tutto ciò che vi era connesso, venivano seguiti ‘coralmente’ a Serracapra, o per parteciparvi con fervore più o meno autentico, o per criticarli o per rifiutarli ostentatamente, oppure come ‘scusa’ per altre ‘occupazioni’ serali più allettanti per un giovanotto.

Compaiono quasi subito i Fascisti con la loro tracotanza, i manganelli e le odiose ‘purghe’ con l’olio di ricino, alle quali erano destinati tra i primi i due fratelli Fiumara, scampati solo grazie a un legame di ‘compare’ di Cresima con il farmacista, Segretario del Partito, che nel Sud pare abbia quasi più valore dei legami di sangue; ma scampati soprattutto per le loro parole fiere e coraggiose di fronte a un minacciato sopruso.

Con l’avvento del Regime il paesino si divise in due parti, almeno tra coloro che erano in grado di comprendere il valore della partecipazione, pur trascorrendo tutta la giornata a spaccarsi la schiena sui campi o a faticare in altri lavori non meno impegnativi, seppure più stimati (sarto, ciabattino etc., cioè i ‘mastri’). Da una parte la Società Operaia di Mutuo Soccorso, nata già da molto tempo tra i contadini, qualche ‘mastro’ e in genere i meno abbienti, con il ‘vestito da fatica’ e spesso analfabeti o quasi; dall’altra i ‘galantuomini’ istruiti e ben vestiti, radunati nella farmacia del dottor De Fazio di cui si è detto prima e tutti quanti Fascisti, sempre pronti a contrapporsi arrogantemente all’altra parte e a rivendicare la loro presunta superiorità anche nelle feste religiose e persino in un funerale. Due diversi mondi, due ideologie, due sedi con i relativi simboli, due lingue, due fogge nel vestire e due comportamenti, fino al soccombere del primo a causa della tracotanza dell’altro in occasione di un funerale, ma anche per l’ignavia di chi avrebbe dovuto prendere una posizione chiara per dirimere la contesa provocatoria.

A proposito della Società Operaia di Mutuo Soccorso, proprio con la sua descrizione Fiumara inizia il libro, rievocando la figura di se stesso bambino al seguito del padre durante le riunioni serali nella sede (“un rustico basso”, p. 9), di cui ammirava la targa sulla porta “con l’emblema di due mani incrociate in calorosa stretta: una cordiale raffigurazione che insinuava nella mia infantile immaginazione l’idea del ‘vogliamoci bene’ che, nonostante le miserie e le avversità della vita, prevaleva ancora fra gli uomini”. Questa precisa descrizione posta dall’Autore all’inizio del primo racconto non vuole solo rievocare la sua meraviglia infantile e l’orgoglio di seguire il padre alle riunioni in cui si discutevano i gravi problemi della povera gente, anche se poi si appisolava sulla sedia verso mezzanotte, ma vuole far comprendere fin dalla prima pagina secondo quali principi etici e politici egli sia stato educato e sia coerentemente vissuto, pur attraverso le varie esperienze della vita.

E compare quasi subito il nome di Giuseppe Mazzini, di cui Fiumara è uno dei massimi studiosi, proprio per esporre quegli ideali e principi che qualcuno forse crede siano fondamento solo delle rivendicazioni moderne, mentre Mazzini, già durante le lotte risorgimentali, li aveva inculcati e rivendicati creando nei vari comuni italiani i primi nuclei delle Società Operaie, unendo così il fine indipendentistico e unitario a quello delle rivendicazioni civili e sociali, per garantire ai lavoratori una vita più equa e dignitosa.

Di questo si nutriva già il bambino Francesco, fin dove potevano sostenerlo la sua intelligenza e la maturità di quegli anni. Egli è testimone o viene a sapere dai discorsi altrui delle lotte tra il Podestà e il Segretario del Partito Fascista, delle manganellate e delle ‘purghe’ inflitte dalle ‘Camicie Nere’ ai dissidenti (si è già detto dei fratelli Fiumara). Egli vede e comprende sempre più a fondo, con il passare degli anni e la sua maturazione interiore, le ingiustizie sociali persino nella distribuzione delle foglie di palma da intrecciare in vari modi e da sfoggiare in chiesa nelle festività pasquali: quelle bianche e tenere ai ‘figli di papà’ e quelle via via più scure e meno flessibili ai figli dei poveri, con il colore in proporzione diretta al censo e al grado sociale. Anche dal macellaio avvenivano odiose discriminazioni, tanto che il pacchetto di agnello pasquale per un poveretto con cinque figli era tutto cartilagine, mezza testa e un mucchietto di interiora per ‘fare peso’, mentre quello per il Maresciallo conteneva uno splendido cosciotto d’agnello, per di più ripulito di ogni minima pellicina.

Esistevano dunque classi sociali ben distinte anche nel modo di vestire e di parlare, ravvisabili, ad esempio, nei quattro cantori che si esibivano durante la messa solenne della domenica (p. 125): il contadino, in questo caso stimato e rispettato perché faceva sempre restaurare a sue spese le statue sacre, vestito modestamente; il ‘mastro’ che esercitava la più prestigiosa professione di sarto, quindi una persona ‘civile’ agli occhi dei ‘galantuomini’, abbigliato con ricercatezza, seppure antiquata; il ‘massaro’ vestito di velluto, orgoglioso dei suoi possedimenti terrieri e per di più cavaliere; infine l’aristocratico elegantemente vestito e ben pasciuto, l’unico in grado di leggere il messale, mentre gli altri tre erano del tutto analfabeti oppure semianalfabeti, come il vanitoso cavaliere-massaro dai baffetti impomatati, che pur teneva in mano il grosso libro e fingeva di sbirciarne i canti per non sfigurare.

Quanto all’istruzione, esisteva la scuola elementare frequentata dall’Autore, ma la maggior parte dei contadini o paesani e senza dubbio le donne povere non sapevano né leggere né scrivere, spesso non comprendendo nemmeno il valore immenso di quella capacità che non avevano acquisita. Fiumara però, fra i tanti protagonisti dei racconti, presenta un personaggio certamente singolare, ma a suo modo benemerito verso i poveretti che non potevano frequentare la scuola statale perché lavoravano nei campi, ma avevano compreso il valore della cultura, seppur minima. Mastro Alessandro, ex ciabattino divenuto chissà come professore in America, aveva creato a casa sua una scuola serale che era divenuta ben presto il polo attrattivo di tanti contadini dalle mani callose e quasi incapaci di stringere tra le dita la penna, ma desiderosi di apprendere, e il bersaglio di tante irrisioni da parte delle persone istruite raccolte nella farmacia. È pur vero che i metodi didattici dell’ex ciabattino potevano essere anomali, ma ciò che conta sono i risultati ottenuti e soprattutto l’iniziativa generosa in un mondo di emarginati anche a causa del diffuso analfabetismo (p. 59).

Ogni racconto presenta un personaggio o un gruppo familiare o un evento di grande rilevanza per i Serracapresi, come lo sgozzamento dei maiali sùbito dopo Carnevale.“(…) nell’alba tragica e freddosa lo strazio dei maiali scannati fendeva l’aria (…). E la scena di sangue, per chi vi abbia assistito almeno una volta, non si cancella più dalla memoria” scrive l’Autore con malcelato raccapriccio (p. 135). Risultava invece una “circostanza piacevole” per il piccolo Francesco quella certa operazione fatta dallo zio Nino ai galli più belli per renderli ‘capponi’, avviliti ma grassi per il pranzo di Natale. Forse ciò nasceva dal pensiero del “ghiotto bocconcino” soffritto che ne derivava, se si pensa che il cibo quotidiano era parco e povero (pane e pomodori insaporiti da quel peperoncino ‘brucente’ che fa lacrimare, tranne qualche festa in cui compariva la pasta con lo stocco in un grosso piatto circolare da cui attingevano tutti, seduti in cerchio, passandosi l’un l’altro l’orciuolo per bere).

Se quest’ultima scena di grande valore evocativo delle usanze antiche è ritratta in stile autobiografico, le altre vicende come “la strage dei maiali” (titolo del 14° racconto) sono descritte ‘dal di fuori’, ma c’è sempre uno sguardo attento a cogliere qualche gesto pietoso da parte delle donne, quasi sempre in ombra in un mondo in cui comandano gli uomini, ma tuttavia presenti con la loro sensibilità, che ne spinge una ad asciugarsi le lacrime con la manica della camicetta di fronte al maiale che aveva allevato e curato affettuosamente come un figlioletto, ma che ora vede andare a farsi scannare contemporaneamente a tanti altri suoi simili, tutti nello stesso giorno. Viene alla mente quel celebre passo di Lucrezio sul sacrificio del vitellino e sugli strazianti lamenti della madre giovenca.

Di grande rilievo, sempre grazie alla virtù narrativa di Fiumara, sono i racconti impostati sulle feste religiose che, nei paesini di campagna, sono forse le uniche grandi occasioni che coinvolgono quasi tutti gli abitanti, molti dei quali nella parte di protagonisti durante le scenografiche processioni per la festa del Santo Patrono e soprattutto per la Settimana Santa, senza però trascurare il mese mariano atteso con trepidazione dai ragazzi, che vi partecipavano con entusiasmo non solo per poter mangiare i ritagli delle ostie, ma perché si sentivano importanti per le varie mansioni affidate loro dal parroco.

Anche in queste circostanze, accanto al fervore religioso delle donne, soprattutto delle vecchiette, si manifestava l’aspra rivalità tra le classi sociali, i gruppi politici e la Congrega del Rosario (piccola chiesa nella chiesa, secondo il parroco), sfocianti spesso in dure ripicche se non nell’annullamento della manifestazione religiosa attesa per un anno e nella “eclissi” definitiva della Congrega stessa. Spicca in queste vicende il carattere fiero di don Gualtieri, capace di tener testa ai facinorosi e di prendere decisioni assennate anche se impopolari, necessarie per tutelare i suoi diritti di parroco sulle questioni che riguardavano il culto, le funzioni religiose e il luogo dove celebrarle.

Don Gualtieri “coprì (…) tutto l’arabesco di questi miei ricordi” scrive Fiumara su di lui, che morì durante un’operazione chirurgica proprio nel 1940, anno d’inizio della guerra e della fine dei racconti, poiché “la guerra creava situazioni nuove e diverse, spezzava il filo di molte tradizioni ancestrali, dal momento che anche i personaggi caratteristici, che avevano dato luogo a queste vicende, scomparivano dalla scena portandosi dietro i connotati d’un sistema di vita e d’un costume irripetibili. Figlio di queste vicende, io stesso serbo sempre vivo il ricordo di questo patrimonio affettivo a cui spesso, nel clima diverso della lontananza cittadina in cui mi son portato a vivere, attingo linfe di memorie, di cui è sempre dolce il richiamo anche quando si scopre velato di tristezza” (p. 205). E seguono altre parole degne di citazione, se la tirannia della pagina non costringesse a tralasciarle insieme con molti eventi e personaggi “immutabili nel fondo della memoria: immagini care di tenera giovinezza, fantasmi di un mondo diverso, da contemplare e da amare”.

Tra questi “ritratti vivi” sta certamente la nonna, la cui splendida figura suggella degnamente il libro grazie alla potente icasticità dell’Autore, che fa rinascere non solo l’anziana donna (e di scorcio il nonno, il più bravo sarto del paese), ma tutto un mondo di piccole azioni quotidiane proprie della vita di campagna in cui il filo conduttore è sempre la sensibilità, l’affetto anche per le ‘sue’ galline e persino verso una brocca per l’acqua, trattata con cura, riparata e utilizzata fino all’ultimo pezzo, non per taccagneria ma per vero amore.

E per ultimi i primi nell’animo dell’Autore: il padre e lo zio Nino, mentre la madre è un poco in ombra come la maggior parte delle donne in questi racconti.

I “Dioscuri”, come li avevano soprannominati i Serracapresi, sono rievocati in tutta la loro levatura morale e coerenza politica di socialisti in una lunga nota piena di gratitudine verso il padre nel secondo racconto, di cui peraltro sono protagonisti insieme al piccolo Francesco nel mulino ad acqua di cui erano proprietari presso il fiume Custo. Tale costruzione antica, simile a quelle che usavano in Asia Minore al tempo del re Mitridate, appariva agli occhi di Francesco quasi fiabesca, così come l’anziano zio Cola, mugnaio anche lui, vestito con il costume antico e con un lungo berretto che scendeva fin sulla schiena, gli sembrava “una figura mitica” forse dotata di “recondite facoltà gnomiche” (p. 25). Proprio in questo mulino o all’ombra di un gelso nel prato circostante il piccolo Francesco ricevette la sua educazione morale, civile e persino politica, imparando al tempo stesso ad amare la natura.

Inoltre, seduto con il padre e lo zio Nino su una vecchia macina all’ombra del gelso, Francesco fece la conoscenza del “Nuovissimo Melzi”, che i due uomini, quando leggevano il “Giorno” della Serao e si imbattevano in qualche parola sconosciuta, lo incaricavano di andare a prendere nel mulino. Fu subito amore tra il bambino e il grosso volume infarinato che gli spalancava un mondo meraviglioso di conoscenze, acuendo la sua innata curiosità intellettiva e il desiderio di approfondire ciò che le belle illustrazioni gli mostravano. In seguito Francesco lo sfogliò e lo lesse autonomamente per la sua insaziabile sete di sapere.

Accanto al mulino, all’ombra del gelso, avvenne la sua educazione politica e culturale quando, nel 1924, il padre e lo zio leggevano sul giornale le “puntate” sul delitto Matteotti. La cronaca dell’accaduto e le diverse ipotesi sull’efferato delitto stimolavano la sua curiosità, cosa notevole se si pensa che già a quella giovanissima età egli era spontaneamente avviato verso l’indagine storica, data la gravità del fatto storico-politico di cui si trattava. E sempre in quel luogo egli incontrò la cultura, purtroppo solo quella dei romanzi popolari e dei libri d’obbligo a scuola (“Cuore” e “Pinocchio”), ma pur sempre un sorgere progressivo e sempre più profondo della passione per la lettura che sarà fondamento, insieme con l’indagine storica, della sua futura attività letteraria, nutrita e feconda anche di autentica poesia.

“Ma la cultura non avrebbe senso se non fosse vivaio di fede e continuo trapianto di possibilità etiche nel cuore dell’uomo” afferma l’Autore alla fine di questo secondo racconto, essenziale per valutare la sua statura di uomo e di scrittore.


Questo saggio, assai caro allo storico, scrittore e poeta Francesco Fiumara, sarebbe dovuto uscire su La Procellaria, pregevole rivista letteraria da lui fondata a Reggio di Calabria e diretta per più di cinquant’anni. Purtroppo l’età avanzata e la salute cagionevole, nonostante la perfetta lucidità di mente propria dei suoi anni precedenti, lo costrinsero a spegnere la voce della sua creatura ed il saggio restò inedito. Da qualche mese Francesco Fiumara non è più tra noi.

Per rendere omaggio al Maestro e ricordarlo nella sua vitalità giovanile ho pregato il direttore di Pomezia-Notizie, Domenico Defelice, di realizzare il desiderio del comune Amico, pubblicando sulla sua rivista il saggio che Fiumara, appena lo lesse, considerò come un dono prezioso.

Recensione
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