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Le memorie di un giovane ottuagenario

Nell’immagine di copertina del libro il bel volto di un uomo elegante, seduto su di una panchina in un parco, accenna appena un sorriso. Emerico Giachery, notissimo intellettuale d’ampia e profonda cultura, la cui attività letteraria nel corso di moltissimi anni produce una smisurata bibliografia, si presenta in modo autentico nella fotografia che esprime il suo carattere essenziale di uomo e di studioso: la serenità.

Il libro in esame non è l’autobiografia intellettuale di un docente universitario, critico letterario e scrittore di fama che espone il suo percorso formativo e l’attività accademica, bensì una vera e propria autobiografia esistenziale, corredata da un album di belle fotografie dalla prima infanzia (a sei mesi in braccio ai genitori) fino al tempo attuale, spesso con l’amata moglie Noemi Paolini Giachery nell’Isola d’Elba, terra natale di lei. Forse, meglio, il libro raccoglie ricordi, “fotogrammi di vissuto”, illuminazioni memoriali, da cui si evince che gli eventi ritenuti degni d’essere tramandati sono strettamente connessi con gli incontri (reali o nelle pagine dei libri) con persone di grande rilievo e prestigio, prima nella scuola, poi nel mondo accademico-letterario, alla cui luce si sono forgiati il suo spirito, la finissima cultura e la vivacità intellettuale non domata dagli anni, anzi, ancor desiderosa di produrre altri frutti.

Scorrono nel libro luoghi, tempi, eventi, studi che lo hanno plasmato e gli hanno offerto la realizzazione di sé. Roma e Firenze in primis; l’Europa settentrionale con l’oceano, i laghi, i fiumi ricchi di fascino, di miti e di echi letterari non in minor grado per un vero viaggiatore. Scorrono nelle pagine di fluida e piacevole lettura la felice infanzia e “l’inquieta e fermentante adolescenza che si avvia verso la prima giovinezza”; lo studio sereno nella scuola elementare e media (chi scrive usa la terminologia attuale); la giovinezza luminosa e, nel liceo, la lettura affascinante della poesia “come condizione dell’anima”, accompagnata dall’amore per la recitazione ad alta voce dei versi che allora si studiavano sempre a memoria ed erano il tormento di molti allievi, ma non per il giovane Emerico che continuerà anche da adulto a praticare la declamazione ad alta voce della poesia.

Contemporaneamente a questa “educazione sentimentale”, in cui spiccano alcuni insegnanti che hanno lasciata in lui un’eredità culturale indelebile, si svolgono le oscure vicende o le imposizioni del Regime fascista, le stragi dell’inutile e sanguinosa guerra, i rovinosi bombardamenti su Roma, lo sfollamento della famiglia Giachery a Lanuvio, la caduta di Mussolini, l’armistizio, la guerra civile e finalmente la liberazione di Roma nel giugno del 1944; quindi la pace almeno per quella parte dell’Italia, mentre il resto del Paese avrebbe sofferto ancora per un anno.

Come una luce nel buio provocato dalla follia umana appaiono quasi in soccorso delle “anime sbigottite” le opere poetiche di Quasimodo, Montale, Ungaretti pubblicate negli Anni Trenta e le nuove loro opere attese con trepidazione durante e dopo la guerra, come voci radicalmente trasformate dal dolore pubblico o privato di quegli anni, quindi consone allo stato d’animo dei lettori (è ovvio che Ungaretti e Montale avevano già pubblicato altre opere prima del ’30). Si aggiungono voci nuove come quella di Cesare Pavese e i poeti stranieri che, in realtà, i giovani avevano già in parte letto negli anni buî grazie ai quaderni bianchi di Guanda, ma che ora possono liberamente avere tra le mani. Inoltre i classici italiani e stranieri, in primis Tolstoj e Dostoevskij, erano sempre stati un nutrimento vitale per Emerico Giachery.

Un intero capitolo è dedicato alle trasmissioni della RAI (allora EIAR), ai libri e alle canzoni degli anni Trenta, quando il ragazzino Emerico studiava la fisarmonica ed ascoltava o leggeva ciò che usava a quel tempo o ciò che lui in quel tempo apprezzava: i libri d’avventura di Jules Verne, quelli sui Corsari, i Moschettieri, Cyrano de Bergerac. Chi ha i capelli bianchi ritroverà in queste pagine la propria adolescenza; chi è più giovane vedrà rinascere un’epoca nella sua interezza, con le ombre del Regime e la luce più o meno rasserenante delle canzoni in voga o delle trasmissioni radiofoniche d’opere teatrali in prosa, il tutto sul filo della prodigiosa memoria di Emerico Giachery.

Dopo l’isolamento patito nel periodo bellico il giovane diviene un Wanderer per tutta l’Europa, arricchendo il suo spirito grazie ai vari incontri e alla frequentazione di altri giovani alla ricerca dell’ignoto come lui, o forse meglio alla ricerca di se stessi. L’Autore usa il termine tedesco e ne dà una precisa spiegazione per indicare lo stato d’animo con cui questi giovani, emuli dei Romantici, intraprendevano il “pellegrinaggio nella natura come spazio illimitato del sacro, o nelle città d’arte alla scoperta del Bello”.

L’iscrizione all’Università, alla Facoltà di Lettere e Filosofia, presenta subito il problema della scelta tra la filologia o la storia, tra l’antichistica o la modernistica e l’altrettanto difficile decisione circa le discipline da seguire, non per l’incertezza della matricola Giachery, ma per il fascino di tanti insegnamenti, di tante lingue straniere, d’illustri e prestigiosi docenti di cui l’Autore cita con venerazione il nome e talora le caratteristiche fisiche. Allora insegnava la Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea Giuseppe Ungaretti, le cui lezioni “spesso dedicate a scavare in testi di Leopardi” attiravano una folla di “studenti, letterati e signore intellettuali”. È evidente il rimpianto di quegli anni universitari, ma anche quello dei fascinosi vent’anni.

Il primo capitolo, Un ottantenne ricorda, racconta. è per chi scrive uno dei più coinvolgenti, insieme con i due capitoli rispettivamente su Roma e su Firenze, città entrambe legate ai miti, all’arte, alla poesia e a due “voci” moderne di grandissima levatura: Giuseppe Ungaretti la prima e Mario Luzi la seconda (Luzi poi strinse un bel legame con Giachery: compare, infatti, in alcune fotografie dell’album, nonché in una lettera all’Autore posta in appendice al libro, insieme con quella di Eugenio Montale, di Oreste Macrì, di Alighiero Chiusano).

Il fascino di questi tre capitoli sta nell’unione magistrale, nel contempo spontanea ed entusiastica, di vissuto e letteratura, nel senso che Giachery descrive i suoi incontri nelle aule universitarie o in un’antica trattoria trasteverina con personaggi che portano il nome di Luigi Russo, per citarne uno solo che esemplifica perfettamente l’eccezionalità del fatto. Nessuna albagìa da parte del grande critico, ma al contrario la possibilità per studenti come Giachery di seguire le splendide lezioni di Luigi Russo all’Università e di intrattenere più tardi con lui un rapporto di rispettosa amicizia, talora di familiarità. La stessa cosa con altri grandi nomi della critica letteraria che molti di noi hanno conosciuto ed apprezzato solo nei libri.

Anche negli altri capitoli già presi in esame la letteratura, soprattutto la poesia, scaturisce spontaneamente dalla vista di qualcosa. Ad esempio la vista di un fiume immediatamente suggerisce ad Emerico la celeberrima poesia ungarettiana I Fiumi, che evoca il fluire della vita e induce non solo Ungaretti, ma anche Giachery ad abbandonarsi al flusso della memoria e a ripercorrere la propria vita.

La vita, dunque, per la letteratura o nella letteratura si scopre nelle pagine di questo bel libro, che si chiude con un breve capitolo simile a un inno alla vita, ai libri letti o da leggere, alla natura e alla Luce che ancora lo chiama ed esorta a scrivere: “Alla luce offro questo libro e gli altri che verranno. Se verranno. Se riuscirò a scriverli”.
Recensione
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