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I bacodaseta: tutt’attaccato, a meglio significare la lunghissima continuità del filo lucido e prezioso secreto dal bruco per tessere il bozzolo dove trasformarsi in crisalide; e, nell’efficace metafora di cui si serve Claudia Manuela Turco in questo libro dedicato all’opera di Domenico Cara, a far risaltare l’ininterrotto flusso creativo della sua scrittura. Filo, precisa l’Autrice, «che conduce il lettore nello smarrimento, inquietandolo, rendendolo vigile e sorprendendolo»; «che tiene insieme tutti i pezzi, che cuce i confini tra un frammento e l’altro» (p. 1).

Frammento: parola fondamentale in uno studio su Cara, il cui percorso letterario ha sempre riservato ampi spazi all’aforisma (e il discorso si può estendere alla poesia, così frantumata in allegorie). «Pillola di conoscenza», il frammento; «unità minima», certo, ma anche «unità di misura di tutto», «cellula staminale da cui qualsiasi tipo di cellula si può differenziare» (p. 6). Importante è l’interdipendenza dei frammenti, volti a espandersi verso tutti i lati e gli angoli dell’immenso poliedro che è la realtà, per tutti esplorarli e dunque raccordarli. E se nel pensiero (e nella scrittura) di Cara c’è un’apparente discontinuità e asistematicità, i fili serici del magico baco «tengono insieme il tutto e uniscono le varie parti». E tutto alla fine si collega, si stringe, «fluisce in musica» (p. 3). «L’autore taglia i fili, li annoda, cuce e ricama, liberando gli aquiloni del pensiero, […] la fiamma del reale», tra contraddizioni e contrasti (p. 69).

Del resto, ogni cosiddetto frammento è espressione di una tensione speculativa: lunga maturazione di un concetto e insieme apertura a impensabili sviluppi.

All’idea di frammento, è connessa quella di labirinto, «spazio della poesia cariana, luogo tortuoso, ricco di sorprese» - angoscia ed estasi, ansia ed evento, annullamento o salvezza – (come rileva Massimo Pamio, autore di un primo vasto saggio su Cara, del 1987, di cui la Turco riporta più passaggi); ma anche «la tana della creatività, perché elabora infinite direzioni, scorci che continuamente ritornano» (p. 58). In esso, aggiunge la Turco, «ognuno è solo, […] l’immaginazione si accende nel fuoco del pericolo, autentico combustibile vitale» (pp. 60-61).

All’inizio del libro, l’Autrice dichiara di voler compiere il suo viaggio «tra diversi testi cariani», concentrandosi «su alcuni nodi tematici esemplificativi» (p. 6). (Per inciso, l’immagine del viaggio torna alla pagina 52: «La via e la scrittura sono una continuo viaggiare e sostare», e poi alla conclusione dello studio, pagina 118). Ma non solo alcuni nodi, anzi numerosi e vari, e tutti ben documentati, corroborati con un numero impressionante di citazioni, tratte prevalentemente dai libri di Cara e anche da molti altri di cui l’Autrice si è servita per meglio motivare ed estendere il proprio assunto. Le note a piè di pagina, coi riferimenti delle opere da cui le citazioni sono attinte, sono 740 sparse in appena 130 pagine. È evidente che la Turco ha passato e ripassato al setaccio della sua lettura critica i testi di Cara, per scomporli e ricomporli, intrecciarli e distinguerli in una fitta trama di relazioni, sia quelli di poesia sia le raccolte di aforismi, per la saggistica è abbondantemente richiamata la monografia su Corrado Alvaro. La Turco ha fatto in tempo a inserire nelle ultime pagine anche Fisica di sensi, del dicembre 2005, precedente di poco la stampa del Baco. Il tutto a riprova dell’appassionato impegno con cui è voluta penetrare nella fucina di Cara, nel suo variegato e insieme compatto mondo intellettuale e spirituale.

Il primo dei «nodi tematici» (e l’unico purtroppo a cui accennerò, ma essenziale) è quello del linguaggio, dello stile: personalissimo, con un forte elemento di cripticità, un incessante flusso di immagini sempre intense, con accensioni di poesia anche nelle pagine in prosa, nutrito da una vivacissima inventiva verbale, venato di una buona dose di sotterranea ironia (alla quale è riservato un altro “nodo” da pagina 45). Sua caratteristica, bene osserva la Turco, è l’«accumulo verbale», riflesso del «caos contemporaneo» (p. 103). Fronteggiando e avversando inautenticità, gommosità, inesattezza, vacuità, «Domenico Cara è riuscito a dare corpo a un universo letterario completo e autarchico, dotato di complesso fascino» (p. 7).

Questo Bacodaseta segue di soli tre anni un’altra monografia dedicata all’opera di Cara, quella di Franca Alaimo del 2003 (La firma dell’essere), ed è il quarto libro che pone come proprio argomento di analisi lo scrittore calabro-milanese (gli altri sono di Massimo Pamio del 1987, Lo statuto dei labirinti, già ricordato, e di Gaetano delli Santi del 1992, L’aforisma insofferente). Da aggiungere – non meno importanti – le centinaia di scritti brevi tra prefazioni, note, recensioni.

Quale immagine di Cara viene fuori dalla lettura del libro, al termine del viaggio durante il quale Claudia Manuela Turco ci ha accompagnati o guidati? Possiamo averne un’idea anche solo scegliendo poche frasi qua e là, quasi a caso, partendo da alcune negatività che ci attorniano. In una società che «troppo spesso si adagia restando ancorata al pregiudizio e alle finte verità» (p. 65), dove «l’uomo è divorato dall’ansia, è in perenne attesa» (p. 95) e vive lo spazio in modo perverso nella «collisione tra spazi naturali e spazi urbani» (p. 104), immesso «nella piaga della cultura di massa» (p. 112), in un’epoca caratterizzata da «monologo, afasia, solipsismo e soliloquio» (p. 115), Cara «rivela di possedere una sensibilità offesa, dietro la dura scorza del fine e distaccato indagatore» (p. 120).

Basterebbero per altro due frasi dello stesso Cara, colte anch’esse fra le tante possibili: «Apparteneva alla comunità per non essere solo, ma senza condividere nulla dei suoi trapestii» (p. 114); e «Quanto mi nuoce l’ottimismo degli ottusi!» (p. 120).

Ma vorrei affidare la risposta anche a Sandro Gros-Pietro, anche lui guida o compagno, perché nel viaggio ci ha introdotti con la sua prefazione così ricca di motivi e segnali: «La disperazione di essere sopra l’abisso e di non avere intorno a sé nient’altro che le tenebre e il proprio gioco impotente di resistenza all’abisso che inghiotte» (p. VII).

Musa di seta di Fëdor Antonovič Moller. Edizioni del Punto più Alto, Milano 2006 – Pagg. 134, euro 12,50.

Recensione
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