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Luigi Fallacara e il francescanesimo

«Il mio incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nella apertura di amore per tutte le creature» (così Luigi Fallacara in Ritratti su misura del 1960, a cura di E.F. Accrocca). Un “incontro” che avvenne nel luogo più adatto, ad Assisi, dove Fallacara visse dal 1920 al 1925, insegnante di materie letterarie. Ivi, nel 1921, entrò nel terz’ordine, ivi divenne amico di Louis Le Cardonnel, sacerdote francescano e poeta, tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento, e soprattutto portò a compimento quella «storia di una crisi religiosa» (ancora sue parole) che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia, Illuminazioni, «drammaticamente esemplato [...] sul graduale iter rnistico della grande seguace di San Francesco» (Oreste Macrì).

Il Serafico continuò a essere ben presente in Fallacara anche dopo la sua partenza dalla cittadina umbra. Il libro che seguì Illuminazioni, I firmamenti terrestri del 1929, presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì «contro il suo cuore, | [...] il cuor di Cristo che ricolma il mondo», di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore, | flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente. Di Angela tornò a scrivere nel ‘56 in Mistici medievali, libro edito da Eri, coautori Carlo Betocchi e Nicola Lisi.

La fondamentale esperienza assisiate di Fallacara era stata però preceduta da altre, varie e fervidamente vissute, esperienze artistiche e spirituali. Nato a Bari nel 1890, nel 1908 diede alle stampe un libretto di versi già di buona fattura, classicheggianti e paganeggianti, dal titolo dannunziano Primo vere. Nel 1912 si trasferì a Firenze, dove frequentò la facoltà di lettere laureandosi cinque anni dopo con una tesi su Rimbaud, il poeta che anche in seguito resterà uno dei suoi punti di riferimento; e dove partecipò attivamente alla vita culturale così ricca e intensa che allora vi si svolgeva. Anzi: «trovai nei caffè, nelle librerie, per le strade, più insegnamenti che nelle aule severe» dell’università. Conobbe e frequentò giovani e meno giovani scrittori innovatori (poeti come Campana, critici come De Robertis), Papini gli pubblicò una prima poesia su «Lacerba», la rivista da poco fondata insieme con Soffici, alla quale continuerà a collaborare con poesie e prose: una collaborazione (attingiamo sempre da quanto dice di sé in Ritratti su misura) che «voleva dire far parte dell’avanguardia letteraria [...], sapersi portatore di un nuovo verbo». Poi, la partecipazione alla guerra, la crisi spirituale che ne seguì in molte coscienze e anche nella sua, la definitiva scelta della fede.

In Assisi, dal 1920, la conversione si consolidò. Il primo segno concreto fu la traduzione dal latino («secondo lo spirito» precisò nella prefazione) delle rivelazioni e visioni di Angela da Foligno, dettate in volgare ma poi voltate in latino, e che lo stesso Fallacara intitolò Il libro delle mirabili visioni e consolazioni. Fu pubblicato nel 1922 dalla Libreria editrice fiorentina. Una seconda edizione si ebbe nel 1926, comprensiva del Libro delle istruzioni (rivolte soprattutto ai figli spirituali), e una terza nel 1946. E’ la «storia di una vita rinata allo spirito» (ancora dalla prefazione) avendo come modello san Francesco, attraverso penitenza, sofferenza, rinuncia, in un’inscindibile unità di dolore e gioia, dolore e amore, amore e verità, in una forte tensione verso la comunione col divino. Via è la contemplazione e l’imitazione di Cristo crocifisso, fino a identificarsi con lui. Riportiamo le ultime righe di questo straordinario testo religioso (dal Libro delle Visioni) per dare almeno un’idea dello stile (di Angela e del traduttore) e della materia: «Quello che vidi, quello che compresi è addirittura inenarrabile. Era un abisso di luce ineffabile, un abisso in cui la verità di Dio si apriva diritta ed unita come una strada [...]. Qui la parola divina diventava chiarore di verità, puro splendore, evidenza sfolgorante ed abbagliante, dentro la quale la strada gloriosamente s’inabissava».

La seconda impronta “visibile” anche più profonda, lasciata in Fallacara dal francescanesimo, è Illuminazioni (Casa dei poeti, Varese, 1925), i cui versi, come già accennato, molto risentono dell’esperienza mistica di Angela. Il libro reca alla fine queste date: «Firenze, 1916 – Assisi, 1925»: una lenta elaborazione, dunque; quasi un decennio per 53 sonetti e due brevi poesie in terzine. Ma certo l’impianto definitivo è essenzialmente assisiate.

Quali i caratteri? Cominciamo dal titolo: Illuminazioni, osserva Macrì, che più volte con la consueta acutezza scrisse su Fallacara, «cristianizzava nel solco francescano il simbolismo maudit rimbaudiano». Notiamo per inciso un punto d’incontro tra Rimbaud e vita cristiana dello spirito proposto dallo stesso Fallacara nella prefazione alle Laude di Jacopone: questi «è uno dei pochi che abbiano attraversato tutto il dominio [dell’anima] e siano penetrati nelle “splendides villes” intraviste da Rimbaud».

L’argomento del libro è stato lapidariamente compendiato da uno dei primi recensori, Augusto Garsia: «Fallacara in questi suoi sonetti tratta di Dio». Ovvero: loro soggetto «è l’amore dell’anima all’assoluto, all’infinito, all’eterno» (Alfredo Mori, altro critico della prima ora). Mete che è impossibile raggiungere in questo mondo, anche se innato è nell’anima l’anelito a elevarsi a Dio, a immergersi in lui o – che è lo stesso – possederlo. Di qui, un alternare di abbattimento ed entusiasmo, trepidazione dolente e letizia del conforto, nella consapevolezza che bisogna prima svotarsi di sé, dell’orgoglio umano che è umana miseria, per poi farsi attrarre dalla gloria della Croce, dall’unica certezza e salvezza data dal Cristo Amore sofferente.

Ma lasciamo parlare il poeta. L’uomo «in sé sol perso» non è che solitudine, mentre intorno «l’atto vivo abbonda | del Dio». Ugualmente, la vita «affidata | all’io che sol di sé tutto s’esalta» è negazione, e il peccato «Grido d’angoscia assurdo ed avventato», anche se «si crede interezza». Vano appare lo sforzo di salire fino a Dio, si ricade «nel profondo dell’io giammai colmato». «Dio è lontano», e la distanza è data dall’«impurità dell’io» che angosciosamente contrasta col «sentir l’ansia del Dio ch’intorno avanza». Eppure l’anima è attratta da Dio, lieta di ascendere all’unione divina, «tutta offerta | nell’impeto del sole che l’ha chiusa», finalmente «d’interezza aperta», appagata «d’esser nell’inno delle cose amate»; «sì che, fatta un sol limite d’ardore, | senta in sé traboccare l’universo, | naufrago nella tua luce, Signore!». Dio non vuole che i cuori umani, quelli che ha «più costretti», siano lenti a conoscerlo, la sua luce è «attimo abbagliato, | culmine [...] dell’ardore [...] atomo d’oro che [...] unisce il nero d’occhio umano al sole». Soccorre la fiducia nell’ausilio divino: quel Dio che è anche Signore «delle piccole cose» della creazione – «la minima foglia», «il lieve grano | di polline», «il fior nascosto» – non disdegnerà la preghiera, anche se «scarsa», e il pentimento, anche se «non mai intero».

Gli ultimi sei sonetti, unica ascesi, sono gonfi, ricolmi, dell’amore a Cristo e alla Croce, un amore che non elimina il dolore (costante, la comunione amore-dolore: ricordiamo Francesco, Angela) ma lo accetta perché è lo stesso dolore salvifico di Cristo in noi. Ne diamo purtroppo solo pochi versi in rapida successione: ogni cosa, col Cristo, è divenuta fraterna «al nostro cuore che in sé tutta accoglie | l’immensità dell’universo»; «l’Amore ha preso la nostra sembianza, | ed ogni carne è fatta onda amorosa!»; la «croce di dolore glorïata» si è aperta, dilatata «in ogni direzione», e l’universo intero «ha nome Passïone»; «Credea d’essere in gioia a te approdato, | dolore trovo che mi trasfigura»; ma non importa: «In te, per te, son trasformato, o Cristo! | Unito al Dio di tanta immediatezza, | non più io vivo, ma in me vive Cristo»; fino all’ultimo sonetto dall’inizio esultante e trionfale: «Aperte sono tutte le sorgive | sgorga fiumana, sgorga senza posa!», e dalla conclusione che tutto riassume e tutto celebra: «Cristo principio, Cristo mezzo e fine, | Cuore in cui tutto ardendo si fa cuore, | nella fraternità senza confine».

Dramma di divino amore e dolore che Fallacara ha realmente, intensamente vissuto, scavando con impeto e spasimo nella profondità dell’essere suo. Il verso che ne risulta è scabro, spezzato, arduo, lontano da lusinghe melodiche e coloristiche, nella rinuncia alla «voluttà dell’immagine», ad «attributi sensualistici» (Giuseppe Ravegnani, col quale restiamo sempre fra i suoi primi commentatori), al descrittivismo paesaggistico, poiché l’avventura è tutta interiore; nel ricorso fin troppo frequente ad antitesi («parole opposte che perciò fan senso» afferma lui stesso), a ellissi e trapassi rapidi, arcaismi e astrattezze. Uno stile sonoramente concitato, vibrato, segno di una ricerca inesausta e tormentata, di un interiore contrasto tra spinte e resistenze che si risolve in ebbrezza dello spirito («oh ebbrezza vasta» esclama).

E tuttavia non sempre dal travaglio dell’intimo fervore emerge vera poesia, non sempre le raffinate risorse stilistiche pervengono ad armonia di risultati, evidente in più punti è la laboriosità dell’espressione; ma sempre questa sa essere vigorosa ed elevata. E fuor di dubbio ne sono autenticità e originalità.

Del resto, Fallacara è consapevole della difficoltà ma anche del valore unico della parola poetica, ben rilevandone, proprio nel primi sonetti, modo ed essenza: «quest’urger di desio ch’è sol parola»; «O parola, parola, tu che tieni | ogni cuore se dentro sovrabbonda», chiedendole di cantargli «il canto delle vette chiare» e di non appagarsi della «carne opaca».

Dopo Illuminazioni verranno nel 1929 I firmamenti terrestri, in cui meglio si definisce l’accostamento da più critici proposto tra Fallacara, Comi, Onofri, per la loro comune, accesa visione spiritualista e cosmologica; nel ‘30 I giorni incantati, prose liriche; dal ‘32 la partecipazione al «Frontespizio», la rivista di Bargellini, Betocchi e Lisi, «che tanto contribuì a formare l’idea di una letteratura cattolica del ‘900 in Italia, [...] anche di un’arte cattolica», e nella quale egli era di «quelli che cercavano la verità nella poesia» (sue parole nell’introduzione all’antologia da lui curata nel ‘61); e poi molti altri libri di poesia e di prosa – essenziali le due antologie di sue composizioni da lui stesso scelte: Le poesie del 1952 e Il frutto del tempo del ‘62, che sarà anche il suo ultimo libro, un anno prima della morte –; nel ‘70 Macrì curerà la pubblicazione di Poesie inedite e nell’’86 di Poesie (1914-1963), con un’illuminante esaustiva introduzione. Il suo stile e i suoi temi cambieranno. Conoscerà anche, tra guerra e secondo dopoguerra, un lungo intervallo di smarrimento e silenzio, cui seguirà una nuova non più smessa alacrità, nella coincidenza di certezza etica e visione lirica, «con una esigenza di penetrare nel mistero cosmico e dell’anima umana» (Ritratti su misura). Persisteranno il «senso metafisico» e «l’apertura di amore» rivelatigli nel primo lontano incontro col Santo d’Assisi.

Materiale
Luigi Falcara e il francescanesimo
saggistica 
Autori
Ferdinando Banchini

Pubblicato su:
Literary nr.8/2007
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