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Tre poemetti, un’unica trilogia: L’attesa del 1987, Carte da gioco del 1999 e ora La casa del porto del 2002 (ultimo pubblicato, in realtà seconda parte, sia come data di composizione sia come ordine logico): una continuata “narrazione”, ci dice l’autore in una nota, dedicata alle sue “memorie d’infanzia” (suoi sono i due corsivi).

In effetti è evidente nei tre poemetti un’unità profonda di ispirazione, di argomento, di stile, che già al tempo dell’Attesa aveva raggiunto una sua forma compiuta (anche se la maggiore consapevolezza di sé acquisita con gli anni ha certo apportato a De Napoli un affinamento progressivo della propria arte). Dall’uno all’altro si rincorrono e rispondono motivi, persone, luoghi, situazioni, sentimenti, alternando toni meditativi, sentenziosi, ironici, lirici, ma sempre in una severa cornice di sobrietà e concisione.

Limitiamoci ora al presente libretto (edito, come gli altri due, dal Centro culturale Paideia di Cassino). Pochi tratti essenziali scavano la prima delle figure familiari, il vecchio nonno di poche parole che “non credeva più a nulla”, con le sue neglette decorazioni appese alla parete, il suo ultimo andar per mare insieme col nipotino. Segue il padre ricordo sempre commosso, anche negli altri poemetti, la sua speranza, anzi il proposito di stabilirsi nella “magica quiete” della pugliese Santo Spirito e la lunga malattia che tutto dissolse. Gli occasionali compagni di gioco, bambini senza sorriso, “infanzie oltraggiate”. E’ da notare come l’autore, qui e altrove, rappresenti sé stesso come attento, precoce, sensibilissimo osservatore della vita che intorno gli si manifesta. E poi la “fidanzatina ideale”, il personale sogno di felicità cui sembrano contrapporsi frane, siccità, incendi della terra lucana. Cassino infine, il “Pidocchietto” (classica denominazione di ogni cinema povero), i pomeriggi solitari, ma anche il primo entrare nella sua vita, per ora attraverso la vetrina d’un libraio, di Evtushenko, “Zenja, mio fratello dal cuore poeta” (che sarà al centro del suo libro Nel tempo del 1998). Sullo sfondo dei sette capitoletti in cui il poemetto è diviso, la casa del porto che gli dà il titolo, a volte realtà, a volte, già allora, rievocazione, sempre legata al ricordo del padre. E la conclusione, pervasa di una disillusa vana stanchezza, con quelle case dei poeti indistinte, confuse “fra un elettrauto e un vecchio garage”.

Vorrei richiamare le conclusioni, ancora più desolate, degli altri due poemetti: L’attesa: “Siamo soli, / fantocci senza scopo, / nulla / nel buio cosmico, / nell’eterno silenzio dell’universo”; e Carte da gioco: la “miseria atavica” del Sud, da sempre collocata “in orbite astrali / in abissi sanguinolenti / ove i nostri spasimi crudi / non potranno approdare”.

Costante, nell’intera trilogia, il senso di provvisorietà, fugacità delle cose e degli affetti, e dunque amarezza, malinconia. Alla sofferenza individuale si accompagna sovente la sofferenza sociale. La poesia di De Napoli, anche quando scritta in prima persona, non è mai intimistica, ha sempre risvolti sociali e civili. Versi certamente autobiografici, quelli dei tre poemetti, ma che si aprono alla comune condizione umana, versi in cui il cammino e il destino di un individuo si fanno cammino e destino possibili di ogni uomo.

In questo riandare al tempo dell’infanzia e alla terra delle proprie origini, De Napoli ha saputo evitare ogni effusivo intenerimento. L’infanzia non è vista nella falsa prospettiva di mitica età dell’innocenza felice, bensì come età difficile di una formazione cui non sono mancate laceranti esperienze recanti in sé i germi dell’inquietudine, del disagio, della pena; e della contestazione (“il piacere del contestare”). Anche se il tempo trascorso ha il potere di immergere quegli anni in un’aura di sospeso stupore.

Il tutto espresso in uno stile asciutto, concreto, sicuro, un’esemplare brevità che accresce l’intensità del verso. Una voce originale e autentica, quella di De Napoli, ferma e vigorosa misura poetica nell’odierna, estraniante superficialità.

Recensione
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