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Una rosa rossa perché la vita è quella che è, perché le cose vanno come vogliono andare e non come vorremmo che andassero, perché ognuno di noi ha il proprio carattere che fa il nostro destino”.

Le riflessioni di Mariposa, la protagonista della storia, possono racchiudersi in questa frase poetica e spietata  nello stesso tempo. Com’è (era) spietato il fratello davanti al cui corpo senza vita si trova ora  Mariposa a considerare. Una storia avulsa  dalla fantasia perché realmente vera, potremo dire spaccatamente reale. L’eredità di denaro e di beni  diventa un po’ il leit motiv dell’intera vicenda che si identifica alla fine in quella “Villa del Glicine…chiusa, disabitata, ma il glicine continua a fare i suoi grappoli color lilla e continua a cingere con le sue braccia nodose il terrazzo…”. Quasi a voler significare che dopo tutto e che nonostante tutto la natura continua, oltre ogni ragione e condizione della vita delle persone, come insensibile all’avvicendarsi delle passioni e delle futili storie degli esseri umani immersi, come spesso sono, in quella grettezza materiale che supera anche i più nobili sentimenti.

Alìda Casagrande in questo suo memoriale ci dà un costante esempio di quanto condizioni la nostra vita il peso di vicende legate a motivi di eredità e di come, a seguito di questi, certe persone vengano stravolte nell’intimo e condotte ad agire in modo perverso, quasi prevalga in loro solamente il lato negativo. “Legami di sangue” è un esempio di questo genere di comportamento e il libro diventa attuale proprio perché il più delle volte la nostra esistenza si “perde” nei meandri dell’individualismo e dell’egoismo più spinto, fino a nascondere, come una nuvola il sole, ogni frangente di bellezza e ogni valore legato agli ideali più alti della vita.

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