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Le Voci di Dentro
Prima di tutto la parola dunque, e tra queste soprattutto la parola poetica, metaforica, allusiva, plurisignificante, di cui il treno (anticamente la barca) ne è il simbolo evidente, metafora di un viaggio che non ha ritorno e di viaggiatori che, pur restando insieme, rischiano di non conoscersi affatto, come lo è troppe volte nella vita di tutti i giorni, pur sapendo che «è stato l’unico viaggio, quello nella tua vita». Così si apre il tuo libro e mi sembra altresì evidente come questa simbologia ci voglia portare alla ricerca e alla conoscenza di un senso, di un significato della propria esistenza. I ricordi dell’infanzia sono prima di tutto ricordi di mare, di quel mare, il mare sardo che ti riempie lo spirito, così presente in tanti tuoi lavori, che ti respira sulla pelle, un mare che toglie e dona («l’odore del mare sardo te lo porti appresso sempre») in una ricerca linguistica attenta e arricchita da un vocabolario sardo concreto e vivo e da termini assorbiti e fatti propri quasi con violenza come ad indicare rabbia ed orgoglio e dignità di artista e di donna, fino ad arrivare all’episodio per tanti versi centrale, descritto con una simbologia minuziosa e attenta: aquila – corvo, riferimento alla violenza subita, al buio che ne seguiva, alla notte. Dignità di artista e di donna sarda, come lo sono tutte le donne sarde, così austere e così piene di quella linfa vitale (“sas muzeras de chelu e de Bentu”) che ne fanno le vere domina della casa. Eppure così simili, in questa associazione panica, a quella terra per un verso arsa e battuta dal sole e dall'altra ricca di rubini e fichi d’india. Il drammatico fatto centrale della violenza subita, non a caso, viene preparato da questa descrizione, da questo amore viscerale per “sa terra sarda mea” e tu, come “tralci delle viti squassate dalle piogge”, hai potuto, solo potuto uscirne attraverso la parola, in particolare la parola poetica. È dunque un libro testimonianza, una ricerca che faccia luce, un libro significazione dalla poesia alla conoscenza filosofica, entrambe strumento che porta l’uomo alla verità suprema, all’Essere attraverso l’Amore. Tu me lo racconti, sotto il velame allusivo dei simboli, come la salvezza si raggiunga attraverso le tre tappe fondamentali: la Poesia, l’Amore, la Conoscenza. È questo il nuovo itinerario dantesco; anche il buio, il dramma della violenza si può vincere con la forza dell’Amore e poi della Ragione, di cui sono testimonianza i romanzi. “Domo del Viento”, come tu scrivi, è nato con Gabriel: morte e amore/poesia «un gennaio morii e nell’altro rinacqui». Ma soprattutto e prima di “Domo del Viento”, “Lughe de Chelu (e jenna de bentu)” romanzo che, come mi hai scritto, «ha segnato un'importante tappa nella mia maturità stilistica; è nato nel dolore, fenice che vede un'alba nuova seguita al tentato omicidio e quindi la forte depressione che, per troppo tempo, mi ha tenuta lontano dalla scrittura, dalla vita stessa. Periodo in cui il mio scavo interiore s'è fatto profondo e consapevole, inevitabile, vero». E hai di nuovo scritto, sottolineato e ripetuto ciò che in Premessa al romanzo avevi dichiarato: «Il libro è (…) sgocciolato da una mente ad un foglio, da un cuore ferito nell’intimo e, perciò, autentico. È sin troppo facile precipitare nelle profondità della propria psiche; impresa ardua è risalirne sani, l’uscirne indenni. È un viaggio.» È dunque un viaggio, ritorna questo tema del viaggio. La parola, la parola poetica e la metafora linguisticamente sono un viaggio, l’andare oltre. La ricerca è simbolicamente un viaggio. Me l’hai scritto:« La mia scrittura e l'eterna ricerca di una verità, in quel momento, hanno rappresentato quei remi che hanno tenuto a galla la mia barca in preda ai venti.» Scrittura – verità: è una dichiarazione di poetica, è la salvezza orfica, come lo fu per tanti che hanno fatto della letteratura una ragione di vita, una testimonianza dell’essere nella storia. È il tema dell’Odisseo che si ripete, ma che non naufraga come lo fu per Pascoli sugli scogli dell’Ultimo viaggio, né rifà a ritroso il cammino cercando e trovando un’altra identità. Questo viaggio ha una sua meta che si chiama Conoscenza, è un approdo che si chiama Amore e in arte è l’arrivo al tuo ultimo romanzo “Domo del Viento (cartas de amor all’essenza di rosa)” di cui mi scrivi: «Ti renderai conto delle differenze stilistiche e di continue sperimentazioni letterarie, della ritrovata serenità personale grazie all'amore, pulito e vero». Se “Lughe de Chelu” rappresenta la ricerca della Verità, illuminazione e raziocinio, di cui la porta del buio era un elemento necessario perché diventasse porta della Conoscenza e, in ultima analisi, strumento per «portare allo spasimo narrativo il dolore di una donna che ha fatto della sua libertà l’unica bandiera», “Domo del Viento”, fusione di culture, luoghi, lingue diverse, rappresenta l’elemento catartico, la contemplazione del vissuto e la ricerca sperimentale, possibile solo quando si è raggiunto nella vita una fase di equilibrio e di armonia. In questo percorso un’altra donna, un’ombra di donna ti accompagna dovunque, e negli anni ella stessa si è gradualmente trasformata, un’ombra tragica di Vita-Morte/Bene-Male, legata a una concezione tragica di Madre/Terra e Donna/Madre: è la mama de sa suferentzia, la Madre della sofferenza è la Mater Doloris, la cui prima stesura risale al 1994 ma che ti accompagna in tutti questi anni come una figura con cui fare i conti, fino alla sua stesura definitiva nel 2004, “Mater Doloris- mama de sa suferentzia”. Romanzo anche questo dunque autobiografico, un alter ego di Giovanna Mulas «In questo preciso istante esiste una Giovanna Mulas inglese che, su di un foglio bianco rubato alla cartella scolastica del figlio, scribacchia appunti per un romanzo che difficilmente, oggi, verrà compreso… ma la vita è fatta di ieri, di oggi, e di domani, e domani è già oggi». Ed è una bella pagina piena di poesia quella in cui racconti la genesi di “Mater Doloris”, con quella rosa i cui petali sono «gocce di tramonto di sole… e l’odore… l’odore… unguento di miele antico, cantico, anima, vita». La porta del buio è la porta dell’Oltre che bisogna varcare, che già si preannuncia come ricerca anche questa di Verità, come testimonianza di un itinerario tutto giocato «sul tempo, sugli universi paralleli, astratti e concreti». Ci sono, me lo racconti indirettamente, dietro o dentro questi romanzi, oltre alla ricerca di un viaggio che tende alla Verità, l’altra parte di te, quella che fa tutt’uno con la propria terra, perché di qui ancora l’Odisseo, mai vinto, un giorno è partito nel FatoMare, l’Odisseo in cui ciascuno si riconosce, pronto a partire per il folle volo alla ricerca di una libertà sempre desiderata. Non poteva essere sentito e descritto diversamente questo attaccamento alla propria terra - Sàrdinia mea amada - alle radici dove riconoscersi ed essere, esistere. Non si esiste che nella propria terra «Vengo da terra figlia del mare». E diventa allora questo canto, il canto della libertà e della conoscenza, perché solo un uomo che conosce si sente veramente libero. Si fissa nella mente come un comandamento ciò che scrivi, suprema verità: «Se gli uomini fossero naturalmente in grado di capire La Verità, non avrebbero più bisogno di leggi che li governino perché nessuna legge è superiore alla sapienza; solo una ragione naturalmente libera, e vera, non è soggetta a nulla ché al Nulla è superiore. E solo chi sa che nessun uomo è veramente degno della sapienza, davvero sa. Uomo, fragile uomo che solo una goccia d’acqua basta ad ucciderlo. L’unica tua dignità sta nel pensiero, nella conoscenza che quello può darti». Il libro, apparentemente frammentato, in realtà risponde ad una sua precisa architettura di spazi e di tempi. Nulla è casuale e risponde ad un preciso organismo architettonico: un viaggio la cui salvezza nella ricerca della Verità/Conoscenza deve passare attraverso la porta del Buio, dell’Amore per arrivare alla Parola, alla Scrittura, una scrittura che non può essere solo catarsi o pathos, canto della bellezza e della contemplazione, bensì ermeneutica, risposta alla domanda di salvezza dell’uomo, studio e ricerca, pur nella fragilità che l’essere umano evidenzia, con la stessa ansia di risposta cantata da Edgar Lee Masters:
Ora, a questo punto, altre sponde per altri viaggi ti si aprono e su quei treni, sperduti viaggiatori, un giorno altri saliranno, forse per un incontro o semplicemente solo per un saluto. Chissà! È il nostro infinito viaggio di parole, le sole uniche parole, testimonianza di salvezza, di uscita dal buio, per guardare Oltre la porta dove sta la suprema Verità e la Conoscenza, un po’ come l’uomo del faro dei ben noti versi di Mario Luzi. Ora lo so con certezza. Chi voglia conoscerti più a fondo, non può fare a meno di percorrere questa tua ultima analisi introspettiva, questo indispensabile documento di poetica e vissuto insieme, come fece Edgar Allan Poe dopo aver composto “Il Corvo”, come fece Thomas Mann spiegando agli studenti di una ben nota università americana la filosofia della composizione di “La montagna Incantata”. Il lettore ora sa, quel lettore, che tu ringrazi sempre a conclusione delle tue opere, ora sa; e questo ringraziamento è anche un modo per colloquiare a bassa voce con chi ti sta di fronte; non dunque scrittura asettica sulla pagina bianca, ma scrittura che parla, si mette in rapporto e cerca delle risposte. Sogliano al Rubicone, 18 gennaio 2006 |
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