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La caccia a Dio di Scarselli e Caproni

Abbiamo già avuto occasione di discutere in una nostra monografia sulla figura umana e poetica di Veniero Scarselli [Federico Batini, Un poeta d'urto per il terzo millennio, in corso di stampa] la profondità del legame intercorrente fra questi e Caproni. Entrambi fondano una "a-teologia" in cui la ricerca di Dio è pressante, quasi una fissazione; come si è visto, si potrebbe costruire tutta una fitta rete di corrispondenze, di "botta e risposta", tra il poema "Eretiche grida" di Scarselli [Veniero Scarselli, Eretiche grida, Nuova Compagnia Editrice, Forlì 1993 ] e "Il Franco cacciatore" di Caproni [Giorgio Caproni, Il franco cacciatore, Garzanti 1982 ], ma si potrebbe addirittura dire fra tutta la seconda produzione di Scarselli e l'ultimo Caproni. In questa sede credo sia sufficiente mostrarne la parentela, tanto più straordinaria, in quanto Scarselli, all'epoca della primissima stesura di "Eretiche grida", come mi ha confessato lui stesso, non aveva ancora letto quel libro.

La "poesia di pensiero" di Scarselli si pone domande ben precise sui significati ultimi della vita, sull'essenza morale dell'uomo e sul perchè del dolore, della morte, della guerra, della follia umana, in quella che potremmo chiamare, rubando un termine a Caproni, una "caccia a Dio", all'Impenetrabile, al Grande Assente. A Dio si chiede a più riprese, direttamente o indirettamente, un segno qualunque, una minima epifania che consenta alla ragione, attonita di fronte al mondo e al male, di aggrapparvisi. Nel silenzio di risposta (o nei segni non veduti) l'uomo tenta allora di provocare la divinità con la forza, ma la lotta si pre-figura chiaramente squilibrata. Prendiamo, ad esempio, da Straordinario accaduto a un ordinario collezionista di orologi:

Ecco dunque qual era il vero scopo
valoroso se pur disperato
dell'umile mia vita d'impiegato
che di notte s'affannava come un ragno
ad approntare le tele e le panie
più sottili e sofisticate dell'astuzia:
tentare Dio,
catturarlo coi soli strumenti
pur meccanici e caduchi della ragione
per il trionfo della nostra superbia

(...)

Era un'impari inutile guerra
fra i deboli meccanismi dei mortali
e le stelle;

Il cercatore dunque viene sempre frustrato: si sente soltanto la presenza della morte. In "Eretiche grida" Scarselli si abbandona allora a una serie di preghiere-invettive che talvolta giungono perfino alla bestemmia, e che svelano manifestamente le analogie con "Il franco cacciatore" di Caproni:

Mio Dio senz'amore,
è Te, che coi fucili di legno
d'una mente che muore d'inedia
son venuto villanamente a stanare
con l'ottusa arroganza del cacciatore
quasi credendoti lepre,
non con la speranza del cieco,
del paralitico, del Lazzaro, del disperato,
ma come chi vuole con l'astuzia
carpirti la formula gelosa
che spieghi il Vero;

(...)

Io so, che sei qui,
sei entrato perfino in questa grotta
ov'io consumo i resti del mio corpo
accampato ai tuoi piedi come un povero
pellegrino in attesa del miracolo
e forse te ne stai accanto a me
travestito da topo o da ragno,
forse anche fingi d'essere intento
a una tela, e intanto mi spii,
mi studi con la calma del serpente,
come la Morte, in silenzio: mi lusinghi
ed assali, mi degusti
e rilasci...

Le modalità rimandano in maniera pressante a quelle di Caproni de "Il franco cacciatore". Si confronti ad esempio, da quella raccolta, la poesia "Ribattuta":

Il guardiacaccia,
con un sorriso ironico:
– Cacciatore, la preda
che cerchi, io mai la vidi.
Il cacciatore,
imbracciando il fucile:
– Zitto. Dio esiste soltanto
nell'attimo in cui lo uccidi.
o questa quartina, da "Preda"

Andavo a caccia. Il bosco
grondava ancora di pioggia.
M'accecò un lampo. Sparai.
(A Dio che non conosco?).

con quest'altra di Scarselli, da "Eretiche grida":

Mio Dio senz'amore,
è Te, che coi fucili di legno
d'una mente che muore d'inedia
son venuto villanamente a stanare
con l'ottusa arroganza del cacciatore
quasi credendoti lepre...

Il loro percorso, pur nella differenza totale delle modalità compositive e metriche, è in certo senso parallelo nei contenuti e negli approdi. In un'altra poesia Scarselli, esprimendo a Dio la delusione per non averlo trovato, conclude il componimento con la metafora del

povero cane abbandonato
che dopo tanto ostinato frugare
fin presso alla soglia della morte
si sdraia sulla tomba del Padrone;
forse aveva invano cercato
soltanto nei posti sbagliati;
ma Tu non eri anche lì?

E Caproni, quasi in risposta, nella poesia "Indicazione":

Smettetela di tormentarvi.
Se volete incontrarmi,
cercatemi dove non mi trovo.
Non so indicarvi altro luogo.

Ancora un componimento di Caproni, "Falsa pista", ci trasmette la stessa delusione:

Credevo di seguirne i passi.
D'averlo quasi raggiunto.
Inciampai. La strada
si perdeva fra i sassi.

Anche in Caproni, dunque, seppure più distaccata, quasi scanzonata, traspare l'ansia di una caccia disperata, di una ricerca che si sa in anticipo vana e che pure inspiegabilmente in entrambi i poeti – laici ma religiosissimi perché animati dalla sete della ricerca – continua tenace. Scarselli tuttavia esprime con più passione l'ansia d'Assoluto, il bisogno di risposte ragionevoli che è presente in ogni uomo, e lo traduce in mille metafore corpose che via via si inanellano in poema; per lui è assolutamente necessaria una dimostrazione, un qualche appiglio cui la ragione possa aggrapparsi senza sentirsi ridicola. Vedasi ad esempio in Eretiche grida:

Queste anime incapaci di attingerti
(...)
si sarebbero anche contentate
d'una minima traccia, d'un segno
pietoso di carità, d'un pur modesto
fenomeno metafisico, anche un osso
gettato al cane affamato della ragione...

La caccia continua fino alla fine, fino a quando l'uomo sente il corpo vacillare e spera finalmente nel grande Incontro, nello svelamento supremo della verità. La Morte amica-nemica, grande interrogativo, servirà forse a svelare il Mistero, il più grande, nell'ultimo turbamento rimasto ancora a chi turbamenti non ha più. Ancora da Eretiche grida:

Non si sente né fame né dolore,
soltanto il pesante avvicinarsi
del Tempo col suo fiato d'animale,
un sonno atteso come un giovane amore
che sciolga una vecchissima mente
dall'ultimo timoroso turbamento,
quasi il grato avanzare del letargo
in un docile corpo di orso.
Mio Dio,
sei forse finalmente vicino?

E' molto antica questa caccia a Dio che i due Poeti conducono tramite la ragione e che finisce per arrivare all'unica certezza dell'impotenza della ragione stessa: è una tradizione prebiblica, poi riccamente presente nei Salmi ma anche nel Pentateuco, dove più volte il popolo eletto ha bisogno di segni concreti per confermare la propria alleanza con Dio; ma la vera, peculiare novità delle "Eretiche grida" di Scarselli è la presenza incessante di Dio nel cuore: nonostante che la ragione ne neghi continuamente l'esistenza, si prega Dio, lo si supplica esplicitamente di esistere, fino ad umiliarsi inginocchiandosi sull'umile pietra del mondo.

La risposta non giunge né a Scarselli né a Caproni: troviamo dei barlumi, delle piccole luci, ma il razionalismo di cui è impregnata l'opera dei due poeti non può fidarsi dei sentimenti, aggrapparsi alla commozione contingente di un momento; essi hanno bisogno di una solida giustificazione che la ragione possa accettare; la loro ansia deve trovare una risposta certa e definitiva, capace di scacciare il dubbio suggerito dal male che si scopre presente in ogni angolo del mondo: la malattia, l'ingiustizia della morte, tutti gli animali che si sbranano per la sopravvivenza, il parto che avviene con dolore. Perchè un Creatore che amasse la sua creazione avrebbe dovuto impostare un equilibrio sul male e sul dolore? E' la domanda di sempre dei cercatori-atei, di coloro che per accettare l'esistenza di Dio hanno bisogno di constatare l'esistenza di una logica e di una giustizia a governo del mondo: Dio, se è, deve essere giusto. Forse l'unica risposta è lo stesso loro cercare, una "caccia" che è un'indagine senza sosta e che in Scarselli, come quella di Giacobbe, può arrivare agli estremi della più accesa contemplazione come anche della lotta fisica con Dio. Ma per entrambi si tratta di un percorso che ha la peculiarità di perdersi proprio quando sembra esser prossimo al momento delle risposte, a quel Vero tanto anelato. Come dice Caproni: credevo d'averlo raggiunto, ma la strada si perdeva fra i sassi.

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