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Sono indubbiamente infinite le “occasioni” d’approccio all’oggetto poetico. Lucio Zinna in questa nuova plaquette – che è la decima dell’Autore siciliano, da circa un quarantennio sulla ribalta letteraria – ne presenta tre momenti essenziali, nei quali inserisce un mannello di componimenti lirici, che giustifica con un breve commento.

Così nella Campana del coprifuoco il poeta si fa portavoce degli esseri umani che sotto la cenere del loro affaccendarsi cercano di coprire il fuoco del loro sgomento. Infatti nei testi ivi contenuti si avverte l’eco, l’evocazione di presenze effettive o immaginate, di desideri, di incubi, di parole, di silenzi alla ricerca di una non ben definita immagine di esistenza, che procede sempre per strade tortuose, rese difficili da passaggi imprevedibili, che mai inducono a serene visioni, nemmeno quando l’azione sembra svolgersi con pacati sfondi di onde e battigia, come avviene in Gabbiani a Montesilvano, dove basta la presenza umana, che il poeta definisce, con efficace atticismo, dissonante, a creare scompiglio su un incantato frangiflutti.

Tutto sembra svolgersi in uno spazio irreale, dove le decisioni non vengono prese, i giorni (il tempo) vengono affidati al caso che inesorabilmente dirime le nostre azioni, e Resta un riassegnarsi albe contate a coattive | distanze nell’accettazione del giorno come viene.

Nella seconda sezione. Polaroid, trovano posto quelle poesie nate in luoghi meno adatti e fissate dove capita (...) Esse colgono immagini o riflessioni (...) con l’istantaneità dell’analogo metodo fotografico (...) che consente di ottenere in pochi secondi l’immagine positiva. I testi che convergono in questa sequenza si discostano dal presupposto (fin troppo comune) che la poesia debba necessariamente conservare un’aura di seriosità – quando non di patetico, o addirittura di tragico −, bensì possa distendersi allo scherzo, all’ironia, collocandosi in un contesto meditativo di alto contenuto, senza per questo veder sminuite le caratteristiche di intelligenza, di sintesi incisiva, di invenzione, di garbo, di catarsi.

Tuttavia questi componimenti sembrano discostarsi dal divertissement, propriamente detto, per far parte di una forma poetica che assolve ad intenti più completi, pur mantenendo quell’esprit moquer che l’Autore si è prefisso. Ecco, allora, Savonarola, che dopo aver argutamente ironizzato sulle decisioni di Fra’ Girolamo, conclude con una “soave” osservazione sulla caratteristica poltrona fiorentina in stile quattrocentesco, che porta il nome del frate ferrarese (I falegnami | lo ricordano | per un certo tipo | di sedia). Oppure Il tuo nome, donna, passa in rassegna vari nomi femminili e trova, in ognuno, un azzeccato riferimento, che lascia incerti se questo sia la conseguenza di quello, o viceversa (È bevanda, Tea | è recipiente, Tina | è grafite, Mina).

Ma quello che il poeta qui si concede è solo uno svago, una rilassante distrazione dopo l’attenta endoscopia delle manifestazioni compiute sul loro enunciarsi con proposte imprevedibili, e prima di La casarca, ultima sezione della raccolta, che da questa prende il titolo.

Qui quasi tutte le liriche vengono giocate sulla cadenza dei ricordi, come la bellissima I popoli e le rive dei fiumi, che apre la sezione. L’autoironia che la pervade – un repechage delle prime traduzioni dal latino, quando si aveva la guerra alle spalle | la fame ancora in agguato – testimonia quanto sia ampio l’arco in cui il poeta indirizza le sue carte. Ma nella propria casaarca Zinna conserva un materiale assai vario. Le differenti tematiche vengono proposte in tono quasi prosastico, che, però, mantiene note decisamente alte, interrotte da una punteggiatura essenziale, che non prevede quasi mai l’uso della virgola.

Ai testi in cui affiora una componente mordace, o almeno “leggera”, si affiancano due poesie brevi, dove il poeta si fa partecipe del dolore universale con metafore di netta implicazione metafisica.

Golgota diventa allora, emblema per personalizzare calvari, in cui non si perdona il bene non c’è | scampo per chi lo insegna; e Mani, che nella terzina di cui si compone, contiene un’accorata dose di tormento, pur attutita da versi che dispongono al sorriso: Siamo nelle nostre mani – Signore | e in certi casi neanche in quelle. | Aiutaci a non dimenticarlo mai.

Silvio Bellezza

Lucio Zinna La casarca. Ed. La Centona 1992, pp. 50, s.i.p.

Pubblicata su VERNICE [Torino] n.1 Anno 1994

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