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“E guardo lassù in alto …
ma forse anche il cielo
è fatto a stanze
e non si può abitarne
più di una”
            (In gabbia)

Deve invece averne molte di stanze, il cielo, se penso e oso sperare che un giorno insieme con noi, conterrà un numero impensabile di persone, poiché la mente, ma soprattutto l’amore di Dio non è misurabile neanche con la tecnologia più avanzata. Alcune di queste stanze, probabilmente comunicanti, sono senz’altro riservate ai Poeti, che come Paolo Ruffilli, oltre che scrivere delle proprie emozioni, si emozionano, e quindi scrivono, di quelle degli altri. Gli altri possono essere compagni casuali incontrati durante viaggi fisicamente compiuti, e sono molti, poi ci sono i ricordi di altri viaggi praticamente interminabili che sono quelli della mente, compiuti attraverso mari e montagne di libri letti . Ed ecco, gli originali versi di Mori iPo che da subito avvisano il lettore: “I poeti, al contrario di tutti gli altri, sono fedeli agli uomini nella disgrazia e non si occupano più di loro quando tutto gli va bene”.

Come se ciò non bastasse, nella ben articolata e suggestiva prefazione di Alfredo Giuliani, poco prima di arrivare al cuore del libro stesso, l’autore in qualche modo ci prepara alla sofferta vastità dell’argomento trattato, mandandoci incontro le parole di Anton Cechov che fanno riflettere sulle miserie degli uomini, nessuno escluso, anche gli apparentemente liberi. Perché, Paolo Ruffilli, questa volta ci parla di reclusione: ”Si fa il possibile per questa gente…” ma cos’è il possibile, si domanda il poeta, per chi ha perso la libertà e in poco tempo si trova catapultato in una dimensione quasi irreale?

“In uno stato inerte e doloroso” che non è più vita comunque, e da qualunque punto di vista si guardi e si giudichi. Ciascuno, poi, ha “la propria verità” da raccontare, sia da “Detenuto scelto” o da”Escluso” oppure attraverso il”Sogno” o “L’inferno” o “L’Avvocato” o “Silenzio” perché:

“Il male non si vuole,
semplicemente è”
            (Lettera morta).

Oppure:

“Ecco che ditta dentro
la voce oscura
e ti cancella il cielo…”
            (Il tuo mistero).

Che fare allora, di tutto questo dolore, come incanalarlo in qualche cosa che gli dia un senso, senza apparire scioccamente ottimisti e fuori dalla realtà? Questa è la domanda più difficile, perché anche se nella pratica della politica e della vita carceraria, si cerca di attuare dei miglioramenti, resta il fatto che colui che si trova dietro le sbarre,

“sa cosa sia l’eternità presente
dannato nell’oscurità
più fonda,
un guanto rovesciato
nel suo interno.

Certamente migliorare le leggi, sveltire i processi, recuperare attraverso il lavoro la dignità, per non affondare, è un insieme di cose da studiare profondamente, caso per caso, volta per volta. Ma è solo la “pietas” verso coloro che soffrono in generale, e in particolare per chi ha perso la libertà, qualunque ne sia il motivo, che deve indurci a quell’amore per il prossimo che resta il più difficile comandamento di Cristo per noi tutti. Allora, come in questo caso, ecco la potenza discreta, ma non per questo meno importante, della parola che si libra su tutto e su tutti arrivando anche in carcere e regalandoci attimi di preziosa bellezza che sottolineano il fatto più importante: che la libertà di pensiero non deve mai soccombere, perché questa sarebbe la vera condanna.

Inoltre le emozioni vanno sempre comunicate, urlate, se necessario, e a questo proposito il libro di Paolo Ruffilli diventa metaforicamente uno scrigno da aprire lentamente, affinché nessuna delle parole preziose in esso contenute, vada confusa o dispersa ma resista a tutto come:

“Quel pesco in fiore
e il suo tornante rifiorire
che non avevo
mai considerato
mentre ero fuori
è il simbolo
di quello che mi manca
e che ho perduto.”
            (Evasione

Recensione
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