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Presentazione di
Quello che ancora non sai

Circolo La Fattoria - Bologna
5 aprile 2007

Stefano Benassi

 

C’è una curiosità intorno a questo libro che mi ha spinto a leggerlo nelle prime formule di relazione, e a rileggerlo per questa occasione, ed è il titolo: Quello che ancora non sai. Una formulazione ambigua che non ci dice nulla sui contenuti, quando; di solito, il titolo dovrebbe essere esplicativo, dovrebbe dirci qualcosa di quello che il libro è, quali sono le modalità di scrittura e quelle tematiche, dovrebbe indurre ad una curiosità verso la struttura del testo e ai personaggi. Questo titolo si presenta invece come una forma di negazione o, se si vuole, anche come una forma di domanda; mi sono chiesto il motivo, anche perché con Fosca non avevamo mai parlato delle ragioni di questo titolo e, quindi, non so bene se sia nato da un approccio ai temi del libro, da un’idea particolare, da un incontro con l’editore o da altre situazioni; lo prendo così com’è, come una specie di domanda, o una sorta di interrogazione, su un sistema di relazione di rapporti che fanno parte, e si intrecciano, nella esperienza di vita di ciascuno. Rapporti che da un lato giocano la loro importanza nel presente e dall’altra rimandano ad un passato che può essere più o meno lontano.

Il libro è fondato su un intreccio di voci che significa, naturalmente, dare voce a più persone e a più personaggi; ciò può essere proprio di ogni romanzo però nei modelli tradizionali di scrittura a cui siamo abituati c’è, in genere, una voce dominante: la voce del narratore che regola in qualche modo quella dei personaggi. Qui al contrario, ciascun personaggio ha una sua voce, o addirittura si esprime attraverso la sua voce diretta; il testo, infatti, è costituito da parti che si intrecciano tra loro, che riguardano un passato lontano o che invece riguardano il presente dei personaggi posti sulla scena del romanzo. Per quello che riguarda il passato lontano si intrecciano più voci anche in forma diretta, secondo codici di lettura diversi, e sono gli stili della fiaba e quello epistolari, le modalità di una ripresa rammemorativa dell’accaduto; quindi nel presente si racconta il passato, ma con una forma che sta, in un certo senso, a metà tra la dimensione della favola e quella della cronaca.

Chi racconta oggi episodi lontani spesso non vuole dare una rappresentazione diretta a episodi che altri non hanno vissuto; non ha intenzione e volontà di farlo perché ciò che conta, nella relazione e nel rapporto in quella tipologia di discorso, è una dinamica affettiva piuttosto che il racconto e, quindi, esso non assume mai una dimensione di documento storico nel senso stretto.

Quando si racconta ad altri cose del nostro passato, con un intreccio particolarmente forte per vicende storiche riguardanti la seconda guerra mondiale, il racconto viene reso nel presente rispetto ai protagonisti della vicenda. Qui il presente sta nel rapporto tra una zia e una nipote in un racconto intessuto di affetto che non ha nessuna pretesa di essere un documento storico di quegli avvenimenti, anzi gioca tra cronaca e leggenda perché si muove sulla base e sulla motivazione degli affetti e non sulla necessità di rendere ciò che era il fatto come tale con le sue motivazioni e le sue cause, ma vuole fare capire come una certa vicenda, tragica e complessa che ha coinvolto milioni di esseri umani, sia stata vissuta da alcune persone all’interno di una famiglia. Questo è un motivo che dà, in un certo senso, la spiegazione alla domanda del titolo: il fatto di colmare una sorta di voragine che si apre nel momento in cui noi agiamo nel presente secondo condizioni che ci vengono dettate dall’educazione della nostra famiglia. Non conosciamo bene queste motivazioni perché spesso non sappiamo chi siamo stati nella nostra infanzia anche se alcune cose ce le possiamo ricordare, non sappiamo quali sono state le motivazioni che hanno spinto ad agire a volte in forme contraddittorie anche rispetto al nostro ambito famigliare e non sappiamo che cosa faremo nel nostro futuro in ordine a questo.

Occorre che si dia a noi un tessuto di elementi che non appartengono a noi, ma ad altri nell’ambito non solo familiare e, all’interno di questo tessuto, noi possiamo tracciare la nostra strada. Quanto più completo è l’intreccio, quanto più acquisiamo certezza delle nostre scelte e, quindi, se all’inizio il nostro procedere è una specie di ponte lanciato sul vuoto di questo abisso, progressivamente la tensione dovrebbe essere quella di raccogliere elementi, di cercare di capire e di dare motivazione a questo non sapere.

E’ un po’ questa la motivazione che spinge molti, al limite della maturità avanzata, a cercare di recuperare o di ripercorrere la propria vita per mettere insieme quelle parti che non sono state esplicitate, per cercare di capire le contraddizioni anche violente che si sono date nel corso della propria esperienza e che hanno determinato delle conflittualità forti all’interno della propria personalità. Conflittualità che non hanno motivazione perché mancano appunto dei tasselli. Questa è una delle motivazioni del non sapere di questo libro che si intreccia, come si dice nella parte finale del libro, sostanzialmente intorno a due famiglie: i Moroni e i Nelli. Due cognomi che giocano nella regione e tutta la tradizione che ne deriva viene qui riportato: quella della famiglia patriarcale dove domina fortemente la figura maschile, quella delle grandi famiglie contadine perché quanto più braccia c’erano, soprattutto maschili, tanto era meglio per quanto riguardava la coltivazione della terra. Oltre a questo, ci sono però le difficoltà di un trapasso, di una modificazione forte della società che avviene subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e che viene pagata da alcune persone, qui in particolare da una figura femminile, quella di Valeria, che sceglie di staccarsi dalla famiglia originaria per intraprendere un’altra via e un’altra carriera. Ritorna poi con una mentalità diversa che si scontra con quella della famiglia patriarcale con la quale ancora viene diretta l’azienda vinicola di famiglia. Tutti questi passaggi sono segnalati con un processo di scrittura non continuo. Condivido pienamente questa scelta perché la struttura cronologica delle forme di racconto, che partono da un fatto iniziale, continuano nella esecuzione e nella presentazione della scrittura del fatto nelle pagine seguenti seguendo e scandendo tutta l’evoluzione cronologica di questo. E’ una scrittura che può essere più facile e più comprensibile perché si parte da un fatto originario che progressivamente si sviluppa, e la vicenda assume dei contorni precisi e specifici trovando alla fine una sua conclusione; è meno avvincente per quello che riguarda invece la possibilità di sollecitare la curiosità del lettore a dare risposta alle sue domande, e, pagina dopo pagina, esse rimangono nella sua mente senza trovare una soddisfazione immediata sospingendola a proseguire la lettura del volume. A poco a poco tutto trova una sua spiegazione, ma non subito e quindi c’è la possibilità, per chi legge il testo, di non avere prontamente tutto sott’occhio, di non avere tutte le spiegazioni pronte già di per sé, ma di cominciare a formarsi una propria idea relativamente ai personaggi, alla situazioni e alla loro evoluzione indipendentemente da quella che è l’evoluzione cronologica dei fatti. Credo che questa sia una potenzialità della scrittura che debba essere esplorata al di là di quella che è la resa cronologica dei fatti o degli avvenimenti che si ha soprattutto nell’ambito della autobiografia. Una potenzialità che crea un rapporto di natura forte con il lettore; attraverso il testo l’autore sollecita il lettore a seguire le vicende dei singoli personaggi al di là della loro frammentazione sulla pagina, a ricollegarli tra loro, a crearsi una propria idea e, magari, poi a farla scontrare con le idee e le prospettive che l’autore manifesta nelle pagine seguenti.

Questa mancanza di cronologia è evidente anche nel momento in cui vengono recuperate le famose lettere dei nonni, Corrado e Agnese, che stanno al centro di tutta la vicenda, e questa loro dimensione assume, appunto, un carattere leggendario e favolistico in un primo tempo, perché la nipote di Valeria, che si chiama Alisa per un errore di trascrizione anagrafica, ritrova, non per caso ma perché la zia stessa glielo ha indicato in una casa che le ha ceduto, una busta nella quale ci sono queste lettere. In particolare, sono quelle che Corrado scrive ad Agnese quando è costretto a partire per il servizio militare, durante i primi anni della seconda guerra mondiale, dove si nota un carattere di immediatezza e di concretezza.

Siamo in pieno periodo bellico e forse, in un momento simile, per persone come noi sarebbe difficile preoccuparsi o pensare ad altre cose se non quella di salvare la propria pelle e, comunque, di fare attenzione alla dimensione nella quale ci si trova in quel momento. Corrado invece scrive dal fronte con molta attenzione a ciò che ha lasciato a casa: la moglie Agnese e anche tutto ciò che ha, perché alla terra sono legate le sue potenzialità di uomo e la possibilità di costruirsi una nuova famiglia anche contro il padre e i fratelli, che approfittano della sua assenza e in ragione del fatto che le donne in una famiglia patriarcale contano poco; Agnese, presente in casa, lavora come gli altri, ma di fatto può decidere ben poco e, spesso, gli altri cercano di sottrarle il dovuto. Nonostante queste difficoltà, Corrado si preoccupa della quotidianità della conduzione della azienda familiare e del fatto che questa possa procedere e prosperare in ragione di un proprio vantaggio e di un guadagno futuro, ma anche in ragione di un senso della collettività o della comunità, che, in parte, coincide con la dimensione familiare e in parte no perché viene a comprendere la famiglia allargata, quindi i suoceri, poi i cugini e poi tutte le persone che sulla terra possono lavorare. Fa tutto questo con una idea e una intuizione che va oltre alla sua condizione di soldato che sta affrontando un conflitto mondiale. Non solo, ma rispetto alle preoccupazioni del momento che sono evidenti, in queste lettere c’è la preoccupazione per Agnese quando rimarrà incinta e per la quotidianità della sua vita da militare, la possibilità di avere maglie di lana, cibo e un sussidio da mandare alla moglie per il sostentamento suo e della bambina che deve nascere. Tutti questi aspetti vengono tracciati con molta precisione, ma ce n’è uno in particolare che mi ha colpito e cioè quando, in questo scambio epistolare Corrado dice alla moglie di avere trovato, in questa zona del Carso, delle viti particolari dalle quali estrarre innesti da utilizzare nella azienda dove stavano lavorando o comunque nella zona perché riteneva che questo fosse un buon investimento; difficile pensare che una persona, che sta all’interno di un conflitto mondiale dove può presupporre che il giorno dopo o la settimana dopo potrebbe non esserci più, possa aggrapparsi invece ad un grande progetto: quello di aver un vigneto proprio, di fare degli innesti. Si tratta di un progetto a lungo termine perché occorrono diversi anni prima che la vite renda, e il fatto di pensare di poter migliorare la qualità dei vini della propria terra, innestando su queste viti altri vitigni, significa che le stava attentamente osservando nei luoghi dove stava compiendo il proprio dovere di soldato. Questo aspetto della quotidianità, cioè della vita agricola, nello stesso tempo si muove nel futuro perché da un dato concreto, l’innesto della vite, nasce il progetto: “Con quelle viti noi potremo fare qualcosa, potremmo avere una nostra azienda, un nostro futuro diverso da quello della famiglia d’origine.”

Progettualità forte e, nella vicenda di Corrado e Agnese, la dinamica della affettività e dell’amore, un amore difficile perché i tempi sono anche difficili e perché difficile è la situazione familiare nella quale entrambi vivono, riesce a superarare anche gli ostacoli che vengono sovrapposti ad esso in ragione di questa progettualità maschile ma anche femminile da parte di Agnese. Entrambi condividono un progetto a lunga scadenza, che non è soltanto un progetto economico e un investimento di una azienda agricola, ma un progetto condiviso che dà la possibilità di un futuro, che può superare le molte difficoltà presenti. L’incidente, dovuto a un mulo che scivolerà addosso a Corrado rendendolo storpio e con un braccio quasi inservibile, in qualche misura certamente gli toglierà delle possibilità dal punto di vista fisico, ma non toglierà le potenzialità messe in campo da entrambi nel momento in cui Corrado ritornerà.

E’ questa progettualità che, in un certo senso, viene insegnata attraverso le lettere alla giovane Alisa.

C’è, come già detto, uno scambio di nome determinato da un’inflessione dialettale nella pronuncia dello stesso e recepita dall’impiegato comunale, così Elisa diventa Alisa. E’ uno scambio interessante da questo punto di vista, rispetto a una figura che appare all’inizio abbastanza determinata nella sua posizione, una donna sposata con Robert, un designer di successo di origine francese che ha avuto un grave incidente stradale. Non è chiaro l’atteggiamento di Robert: non si capisce bene se questo incidente gli abbia causato un invalidità permanente o se lui finga di non poter camminare per una sorta di distacco rispetto ad Alisa causato anche da altre figure femminili, ma Alisa appare ben determinata all’interno di questo ruolo.

Il rapporto con le lettere è il rapporto con ciò che la zia, Valeria, le racconterà di quel periodo intermedio tra gli anni 50-60, in cui i nonni avevano già consolidato il loro progetto matrimoniale e di vita intorno all’azienda vinicola, che lei, al contrario, trascorrerà lontano da casa cercando per sé, come donna, un altro tipo di vita e un’altra modalità di lavoro. Tutto questo viene ad incidere sulla figura di Alisa, sulla modalità di concepire non soltanto la vita e il lavoro, ma anche sulle proprie modalità di concepire il rapporto con il marito. La domanda che ritorna costantemente in queste pagine è questa: è possibile in un periodo diverso, diciamo nel presente, lanciare un grande progetto affettivo? E’ possibile non parlare in termini astratti di grandi amori, ma è possibile parlare di amori a lungo termine o di amori che, comunque, possono continuare nel tempo e consolidarsi in una dimensione affettiva più che passionale, come può essere nei primi tempi, e attorno ad un progetto di vita che possa durare per decenni e possa generare a sua volta una dimensione di armonia nei figli della coppia e comunque nelle persone che stanno intorno? E’ possibile questo? I modelli del passato, quelli che vengono presentati in questo volume sono modelli contrastanti, perché ovviamente non tutte le coppie del passato sono coppie che testimoniano un grande progetto amoroso. Ci sono i genitori di Corrado, Quinto e Maria, che certamente rappresentano una coppia dal punto di vista tradizionale del mondo contadino: lui, un uomo duro, una figura patriarcale che comanda su tutto e su tutti all’interno della famiglia, che cerca in qualche modo di sopraffare anche la nuora e la sua volontà di mantenere un legame forte con Corrado; ad un certo punto Agnese dovrà poi necessariamente prendere atto della situazione e ritornare alla famiglia di origine, perché questo impatto con Quinto diventerà assolutamente devastante per lei e per la bambina appena nata. C’è questa immagine di una famiglia assolutamente tradizionale dove l’uomo comanda in termini assoluti e dove la donna, Maria, moglie di Quinto, lascia fare e si abbandona al vino nell’ultima fase nella sua vita perché non ha altra motivazione se non questa dopo avere fatto figli, e, dopo avere perso anche questa possibilità per ragioni naturali, quello che gli rimane è di sedere in un angolo del focolare senza potere dire più nulla.

C’è l’altra coppia, i genitori di Agnese, dove domina in particolare la figura maschile di Pietro e dove la moglie Anna ha un ruolo altrettanto importante. La figura di Pietro si caratterizza come certamente importante, patriarcale centro all’interno della famiglia, ma è atipica al nostro modo comune di vedere le cose a quei tempi perché Pietro è un uomo che ascolta i figli, perché è capace di motivazioni affettive nei confronti della persone che lo circondano, perché è disposto ad aiutare anche tutti i vicini indipendentemente dalle discordie, dalle contraddizioni e dagli ostacoli che si incontrano.

Quali dei due modelli, e quale può consolidare un rapporto a lungo termine? In un certo senso nessuno dei due. E ancora una volta se la centralità viene data invece ai nonni recenti e non ai bisnonni, cioè a Corrado e Agnese, è ancora possibile quella progettualità oppure no? La risposta viene fornita nella parte finale del libro quando Valeria ed Elisa-Alisa si incontrano e cercano di ricostruire quei dettagli della vicenda e del passato delle loro famiglie che le lettere non avevano potuto offrire. La risposta è che forse neppure il modello di Corrado e Agnese può essere riprogettato oggi, ma c’è qualcosa al fondo che mantiene forte questa progettualità affettiva ed è quello che viene tracciato proprio nelle ultime pagine del romanzo nel rapporto tra zia e nipote e nell’attesa del ritorno del marito di Alisa, Robert, cioè nella possibilità che ancora una volta, nonostante le contraddizioni e le difficoltà, una progettualità famigliare a lunga scadenza possa essere ancora difesa.

Valeria lo dice con molta chiarezza, pur essendo una persona che ha avuto numerose difficoltà nella propria vita: non ha avuto figli, ha perso per morte improvvisa il primo marito, ora ha un compagno ma a sua volta questo compagno ha figli e, nonostante sia vedovo ha comunque una parte di sé che dedica a un aspetto della sua famiglia originaria, Valeria dice ad Alisa che vi è la necessità assoluta di difendere la famiglia a tutti i costi. Ciò non significa perdere la propria identità di fronte a qualche motivazione da parte di Robert di allontanarsi da lei, significa difendere una progettualità. E credo che la risposta in fondo a questa domanda stia proprio qui: quello che ancora non sai, la risposta al titolo del libro e alla sua ambiguità è in fondo in tutta la tessitura del libro, la ricerca di una progettualità e, una volta individuata, la difesa di questa progettualità. Questo, credo, traspare non solo alla fine del libro, ma anche al suo interno attraverso una modalità stilistica peculiare che è quella delle favole che nonna Agnese racconta alla piccola Alisa-Elisa. Ne cito una ad esempio: quella del bambino che smarrisce i genitori e ha, come unica compagna, una pecorella che, quando il bambino si ammala, lo cura come può fare una pecorella: gli si mette a fianco, gli dà calore, il latte ecc. Il bambino riprende forza e riesce a ritrovare la strada per tornare dai suoi genitori, alla propria casa, e la famiglia si riunisce nuovamente.

Una favola molto semplice, naturalmente, secondo lo schema di tante favole di questo genere. Ma credo che sia interessante da questo punto di vista; anche le altre rimandano a questo tipo di concetto, cioè se c’è una progettualità che è propria e che abbiamo fatto propria, questa non può essere smarrita perché in quel momento ci sono degli ostacoli, perché in quel momento ci troviamo in un bosco e quindi in un momento di difficoltà apparente. C’è una difficoltà che può andare oltre le cose, i fatti e le situazioni, non può andare certo oltre le persone perché rispetto a queste si può ovviamente scontrare, ma questa progettualità deve essere indicata con molta forza, con molta capacità e potenzialità di mantenere dentro un progetto, per sé e per gli altri se ci stanno, è un modo per dare risposta a quello che non si sa. Purtroppo sono molte, moltissime le cose che non si sanno e gli abissi a cui ovviamente si va incontro e si andrà incontro anche nel futuro; l’unica certezza quindi è di avere un progetto per sé cercando di aggregarne altri, naturalmente, e possibilmente quelli che sono più vicini a noi per quello che riguarda gli aspetti affettivi. In questo il libro ci dà una traccia.”

Stefano Benassi, docente di Sociologia dell’arte e della letteratura, autore di numerosi saggi e volumi su temi estetici e filosofici – l’ultimo è L’Accademia Clementina. La funzione pubblica, l’ideologia estetica (Bologna, Minerva, 2004) – si occupa da più di un decennio di scrittura creativa conducendo laboratori sulla narrativa e sulla poesia in diversi centri della regione.

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