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Contrappunto

Una raccolta di poesie a due voci, incisiva e particolare, che si muove tra le altalenanti onde dell’amarezza e del disincanto: è il “Contrappunto” creato dal duo Carraroli Fanelli, una sinestesia personificata di suoni, luci, parole astratte della memoria, cui fa da contralto l’ottica, sinergica, propria de lavoro d’equipe, del fotografo Luciano Ricci. Sei immagini in bianco e nero, per quarantotto componimenti, nei quali la nota solare e visionaria della Carraroli s’infrange sullo scoglio, ruvido e aspro di ricordi, della Fanelli, creando un’opera che diventa melodia. Scrive, difatti, nella postfazione, Franco Manescalchi: “Le due voci si raccontano e convergono nel dirsi […] e si aprono sulla pagina come una doppia “corolla di parole”.

Una corolla i cui petali lievi del canto planano sul mare della Carraroli, che tutto crea, salva, conforta: “il mare sono che consola / che tiene a galla / quando il peso succhia l’abbandono / e troppo la bocca sa di sale”. Un tripudio d’acqua salata, muschio e salsedine, paesaggi di vento e d’aria, sinonimo di preghiere: “Volare. / Il sogno delle mie ali mancate. / Le ali. / Le più lunghe e spumose / donami tu / mare”. E, nella litania, la dolcezza di un sentimento autentico, che dona nutrimento: “Sarò pane. / Dammi lievito buono. / Sarò per te l’ultimo boccone / il più geloso.” Ma l’invenzione elegiaca precipita oltre, fino a celebrare la figura della donna generatrice di poesia, fino a rendere grazie, in sincerità, all’amica di penna e creazione: “Si colora a scambio di matite / giù fino al centro del sentire / trovando in forma di parola / il disegno che volevamo fare […] Un màndala a quattro lati: / la voce, la poesia / le strade a incrocio tua, mia.”

Affiorano quindi i sentieri della mente, che diventano per la Fanelli sentieri di ricordi che sanno di guerra, di passato (“Ho dimenticato l’inferno oggi cancellando / le voci, nessun grido, nessun mormorio”) intervallati da sprazzi di luce e di felicità (“mentre ti guardo come fossi un’azzurra / ghiandaia, gli occhi mobili ridenti / per la gioia che ti dono e che mi rendi.”) E la voce, estremamente intimista, di un’infanzia ancora intatta: “Sono tutti ritratti di bimba / esposti in una galleria di non ricordi / una presenza spuria, un caso: ora / mi riconosco nel guscio dei resti.” C’è nelle sue righe una ricerca quasi montaliana, nella quale affiorano luoghi, scorci, reminescenze antiche, dietro un oleandro che “copre il muro che protegge memorie”, tra le foglie di un eucalipto che “lambiva le piaghe, sfiorava la malinconia”, nella “voce rotonda” di una bimba “che come una volta vuol essere ancora…”. C’è un senso di lirismo che non tace, rughe che sembrano infinito, l’arma del tempo che ancora sferza i suoi colpi, nascosta tra i versi.

La prospettiva formale, forse, è il metro che maggiormente accomuna le due anime poetiche: le pause, gli spazi, l’idea di mettere al centro un sintagma, per esaltarne la potenza, sono caratteristiche lineari in entrambe le autrici. Che, come afferma in calce all’opera Luciano Ricci, sono “simili e al tempo stesso dialetticamente opposte l’una all’altra”. Una ricchezza, questa, che rende il loro lavoro dotato di completezza ed organicità.

Recensione
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